Una chiesa sta al passo dei tempi senza segnare il passo…

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    Sono passati 60 anni. E’ cambiato il mondo, è cambiata la Chiesa. Era il 22 maggio del 1948, anno di fuochi, passioni, speranze, paure e sullo sfondo la miseria dell’immediato dopoguerra. Erano 32 i preti novelli che Mons. Adriano Bernareggi, vescovo di Bergamo, ordinava quel giorno di quell’Anno Domini particolare. Si era votato, i cosacchi non avrebbero abbeverato i loro cavalli nella fontana di Piazza S. Pietro. Mons. Gaetano Bonicelli, arcivescovo emerito di Siena, festeggia i suoi primi 60 anni di Messa. Una Chiesa ben diversa quella degli inizi, un mondo diverso: “In prima ginnasio (corrispondeva alla prima media attuale – n.d.r.) erano in 62. Dico erano, perché io sono entrato in seminario in seconda ginnasio. Di quei 62 sono arrivati in 20, gli altri, come il sottoscritto, si sono aggiunti”. Vocazioni da uno su tre, come sosteneva Don Bosco, una miriade di piccoli seminaristi in ogni paese. “C’erano delle ragioni fondamentali in tutte quelle vocazioni: prima di tutto c’erano più ragazzi. Abbiamo fatto, a Padova, come COP (Centro Orientamento Pastorale che pubblica la rivista “Orientamenti pastorali” – edizioni dehoniane – n.d.r.) un’inchiesta che ha dato un risultato sorprendente: ci sono più vocazioni adesso di 20 anni fa, in percentuale. Solo che se allora si partiva da 100 adesso si parte da 40 e quindi i numeri totali sono inferiori e di molto, ma in percentuale le vocazioni sono addirittura cresciute. Secondo punto: un tempo la domanda, il bisogno di scolarità era altissimo e l’offerta era bassa e costosa. Per cui il Seminario era una soluzione a (relativamente) basso costo. Terzo: in paese il prete faceva parte delle fi gure carismatiche cui fare riferimento per la scelta di vita, oggi è il contrario. Ultimo, legato al precedente: la società del benessere crea aspettative che la ‘professione’ di prete non può soddisfare, economicamente e socialmente. Non che una volta economicamente i preti stessero meglio, stavano in piedi a patate come la povera gente delle loro parrocchie, ma erano comunque un punto di riferimento autorevole”. Il racconto di una vita parte da lontano, quando il ‘Tano’, cresciuto senza conoscere il papà, decide di farsi prete. Il papà Francesco era emigrato in Costa d’Oro nel 1926, nelle miniere d’oro. Tano non aveva ancora due anni (è nato il 13 dicembre 1924). Il papà lo rivedrà nel 1946 (“ma non me lo ricordavo, figurarsi, a nemmeno due anni. Erano miniere, ho saputo dopo, dove si respirava quella polvere d’oro che portò a morire tanti ancora giovani, anche a Vilminore”), quando quel “bambino” sarà ormai a vigilia dell’ordinazione sacerdotale. La mamma Cristina cercava di sbarcare il lunario a Vilminore, il marito che mandava quello che poteva dall’Africa, dove venne fatto prigioniero dagli inglesi e deportato nell’azzurra Giamaica (l’aggettivo è Don Pietro Bonicelli, zio di Tano, sulla ‘memoria’ del cognato Giuseppe Magri, anche lui prigioniero e morto sull’isola). Con loro c’era anche lo zio Angioletto e tanti bergamaschi delle valli. In Costa d’Oro papà Checo si era messo in proprio, aveva messo su una piccola impresa “che costruiva strade: gli inglesi fecero tutti prigionieri, ma con eleganza dissero che a fi ne guerra avrebbero restituito tutto quello che requisivano ai prigionieri italiani. Mio padre non si fi dò, trasferì quasi tutto quello che aveva a uno spagnolo, un certo Ortado, con la promessa che a fi ne guerra… invece le poche cose che ebbe furono proprio quelle consegnate agli inglesi, precisi come sempre, dallo spagnolo non ebbe più una lira” fame, come negli altri paesi. Il ragazzo fi nisce le quattro elementari, la quinta la fa da privatista: “La quinta non c’era. Il maestro Mario Stocchi, ex bancario, si inventò una scuola privata e portò i 6-7 alunni che eravamo a fare gli esami a Schilpario, dove c’era la quinta. Li passammo a pieni voti, quegli esami. Era, aspetta, sì, il 1935”. E così, quando Tano confi da alla madre di volersi fare prete, mamma Cristina scrive al marito che Tano vuole andare a studiare a Clusone. Non ci sono soldi. “Parroco di Sant’Andrea (una frazione di Vilminore che fi no a metà anni settanta aveva 7 parrocchie – n.d.r.) era Don Gianmaria Duci che si offrì di farmi scuola, in modo da risparmiare un anno. Per tutto l’inverno andavo giù attraverso la valletta di Campiù collisì, la slitta dei poveri, un asse di legno con un rialzo davanti. L’esame lo dovevo dare a Clusone e lì passai trionfalmente alla seconda ginnasio. Così la mamma scrive al papà che Tano vuol andare a studiare a Villa Beato Barbarigo a Clusone. Non nomina il Seminario. Bisogna capire i tempi: mio fratello Vittorio era già a Genova per farsi frate… Sì, lo zio Don Pierì, che era parroco a Taverno la, non era per niente d’accordo sulla scelta di Vittorio, diceva che era un prete mancato, intelligente, con quella bella voce… Lo zio lo diceva nel senso che voleva diventasse prete diocesano, non frate. Per papà invece avere la prospettiva di un altro prete in casa non doveva essere la migliore, gli unici due maschi; per questo mia madre gli nascose, o credette di farlo, la verità. Nel 1938 dal Seminario di Clusone dove ho finito le prime tre ginnasio, mi trasferisco in quello di Bergamo. Se Villa Barbarigo era in un certo senso di lusso, il vecchio seminario di Bergamo andava ancora a stufe di legna. Era in costruzione l’ala del Liceo, niente a che vedere col Seminario nuovo, era semplicemente un’aggiunta al vecchio edifi cio. Tanto per far capire, noi andavamo sul cantiere a… rubare pezzi di legna per la stufa, un freddo tremendo, come la fame. I seminaristi che venivano dalla bassa ricevevano sempre qualcosa da mangiare, noi di montagna niente. Perfi no Don Gildo, che era di Schilpario e aveva suo padre che faceva il panettiere, riceveva poco, il viaggio era lungo. Ma la mattina, sotto il mantì (il tovagliolo – n.d.r.) trovavo sempre un panino. Me lo metteva Don Luigi Tengattini, allora vicerettore del Liceo, che morirà parroco a Calcinate. Mi ricordo minestre e minestre. Tanti si ammalavano, io non ho mai avuto niente. La scuola era di livello, lo si è visto con gli esami di quinta ginnasio al Sarpi, dove fummo promossi alla grande, anche da privatisti, come anche in terza liceo, ancora al Sarpi, fui promosso con la media del 7,30. Grandi insegnanti, ricordo il Canonico Antonio Maj, di Schilpario, che morì quando noi eravamo in terza liceo e a fargli da supplente arrivò nientemeno che Don Luigi Chiodi, futuro grande studioso e direttore della Biblioteca Angelo Maj. La guerra? Mi ricordo la fi ne perché annunciai io l’arrivo degli americani. Andò così: ero addetto all’osservatorio, che era una torretta dove c’erano i misuratori dell’acqua piovana, umidità, temperature e dove c’era un cannocchiale che noi usavamo per lo studio delle stelle. Avevo in consegna la chiave, ai tempi era un onore. Ero in cima alla torretta quando puntando il cannocchiale nella pianura vidi i camion e i carri armati degli Alleati che entravano in Dalmine e gridai ‘E’ fi nita, è fi nita!’, nel senso della guerra e poi ‘ Stanno arrivando, stanno arrivando’ e tutti capivano benissimo chi stava arrivando. Il bello è che a poche decine di metri, in quell’ala nuova del Liceo, c’erano i tedeschi che l’avevano occupata durante la guerra, sloggiando i nostri superiori…”. Ma in Seminario come veniva visto il Fascismo? “Male. Noi avevamo uno dei pochi Vescovi apertamente contro il Fascismo. I fascisti avevano perfino imbrattato di escrementi la porta dell’Episcopio. Mons. Bernareggi è stato un grande vescovo, all’altezza di Mons. Radini Tedeschi, per intenderci. Papa Giovanni (Giovanni XXIII – n.d.r.) di lui disse: ‘Se fossi stato Papa quando morì (1953) gli avrei mandato la porpora sul letto di morte’. Non ricordo degli insegnanti schierati col fascismo. Semmai ricordo il Prof. Donato Baronchelli, l’unico che non perdeva occasione per parlar male del regime”. E come fu presa la Liberazione? “Mi ricordo che durante le vacanze del 1945 ci tennero un corso sulla dottrina sociale della Chiesa. Insomma c’erano in vista le prime elezioni democratiche, noi non le avevamo mai avute”. E poi il referendum Repubblica-Monarchia nel 1946. “Avevo compiuto i 21 anni e quindi votai. E votai Repubblica. Bisogna sapere che in 2ª Teologia ero stato mandato come assistente al Seminarino, un collegio per i ragazzi delle medie superiori, insomma tra i giovani. Si andava a vedere l’Atalanta, ho visto giocare i grandi, come Meazza e vidi l’Atalanta battere la grande Inter. Il Rettore del Seminario, Mons. Cesare Patelli, per il referendum aveva consigliato discrezione, ma io, tornando dal Seminarino nella mia classe per le lezioni, facevo reclami a tappeto per la Repubblica. L’anno dopo, nel 1947, fui mandato prefetto nella 2ª liceo e me lo ricordo con orgoglio perché quattro o cinque di quei ragazzi sono poi andati in Uruguay come missionari: era successo che era venuto un Vescovo che aveva parlato della Chiesa di quelle parti, dove si poteva fare un sacco di bene. Stava maturando un certo clima patarino…”. I “patarini”? Un movimento sorto poco dopo l’anno Mille per sostenere una riforma della Chiesa. Finirono male. Ma erano altri tempi. Intanto nel maggio del 1947 il seminarista Tano diventa Don Gaetano Bonicelli, suddiacono e dopo due mesi, a luglio, viene ordinato diacono. Anzi no. “Ogni anno si ordinavano in anticipo due o tre diaconi, per il servizio in Duomo. E’ successo che nelle vacanze del ’47, a Clusone, vengo scelto per essere ordinato. Ma, durante la cerimonia, mentre sono sdraiato come richiede la liturgia, non mi rialzo. Ero svenuto. Mi portano via, addio diaconato. Ma poche settimane dopo il Vescovo mi chiama, ‘ti ordi no da solo’ e così il 2 agosto 1947 fui ordinato diacono. E questa volta non svenni…”. L’ordinazione sacerdotale di cui ricorre il 60° avviene nemmeno un anno dopo, il 22 maggio 1948. Allora non si facevano vacanze, una settimana a casa e poi via verso la nuova destinazione: “Il Vescovo voleva mandarmi a Roma. Avevo già vinto una borsa di studio per andare a Roma nel collegio fondato dal nobile Cerasoli. Ma poi scoppiò la guerra e non se ne fece niente anche se la borsa di studio mi fu data lo stesso e così mi mantenni negli ultimi anni di seminario senza pesare sulla famiglia. Mons. Bernareggi voleva quindi mandarmi a Roma a perfezionarmi negli studi. Ma mi chiama il Rettore e mi dice, ‘Bonicellino – mi chiamava così – ti ha chiesto come Curato per l’Oratorio di Almenno S. Salvatore Mons. Antonio Giuliani e non posso dirgli di no’. Mons. Giuliani, grande antifascista, era un eminentissimo studioso del Medioevo. Mi conosceva e aveva detto al Vescovo: ‘Gli fa bene un po’ di ministero, poi andrà a Roma’. Ci sono rimasto 3 anni, bellissimi”. Facciamo un passo indietro: il 1948 fu l’anno delle elezioni dell’aut aut, la paura che vincesse il Fronte Popolare della sinistra. Cosa vi hanno detto di fare? “Ah, questa volta si sono schierato eccome. Si votava il 18 aprile, Pasqua era bassa come quest’anno. A Pasqua ci hanno lasciato a casa un mese per fare propaganda nelle parrocchie. A Vilminore c’era l’arciprete Don Giovanni Gritti. No, non ci furono drammatizzazioni, un po’ di manifesti, in paese era tutto tranquillo”. Torniamo ad Almenno: “Centinaia di giovani, abbiamo costruito il cinema, abbiamo comprato un proiettore a Milano, poi abbiamo comprato il terreno per il campo sportivo, l’Oratorio pieno, ma io prendevo la bicicletta e andavo nei ritrovi di quelli che non venivano in oratorio, stavo lì a chiacchierare con tutti. Il cinema? Film un po’ lacrimosi, no, non si tagliava niente perché era proibito rovinare la pellicola, ma si… sfumava… Poi persi la voce”. E come diceva lo zio Don Pierì, fu la svolta, o la fortuna… “Una svolta di sicuro. Persi completamente la voce. E non tornava. Un prete che non può parlare, figurarsi in Oratorio, figurarsi con i giovani. Allora il Vescovo mi spedì a Milano, all’Università Cattolica, fondata da Padre Agostino Gemelli. Era il 1951 e a Milano, all’Agostinianum (un convitto per studenti collegato all’Università – n.d.r.) con un’altra borsa di studio vinta, restai fi no al 1954. Un giorno Padre Gemelli mi chiama e mi dice brusco: ‘Ti spedisco a Parigi a studiare un po’ di sociologia religiosa’. Alla Sorbona era stata istituita questa facoltà con Gabriel Le Bras. Ci sono stato due anni tra il 1954 e il ’55, alloggiavo dalle Suore delle Poverelle a Orly. La mia tesi fu pubblicata due anni dopo”. Padre Gemelli è quello indicato come il “nemico” di Padre Pio… “Credo sia stato l’unico errore della sua vita. Padre Gemelli aveva un’alta coscienza delle sue capacità. Ma in quel caso Padre Pio rifi utò l’incontro e Padre Gemelli fece lo stesso la sua diagnosi, ma senza vederlo. Era uno scienziato e meno male che ci sono gli scienziati, ma la scienza non può sempre avere l’ultima parola, la dimensione teologica può rapportarsi alla scienza, ma non la dimensione mistica. A Padre Gemelli è mancata la dimensione mistica”. E Papa Giovanni (che, da monsignore, in casa del nonno Ernesto Bonicelli a Vilminore passò le vacanze estive per anni), anche lui piuttosto scettico con Padre Pio? “Papa Giovanni si trovò sul tavolo una relazione negativissima di un arcivescovo e nonostante questo rispose ‘non dico niente’. In realtà, una volta Padre Cantalamessa l’ha detto esplicitamente, siamo stati noi cappuccini a non crederci per primi…”. Dopo la laurea torna a Bergamo e Mons. Giuseppe Piazzi, il nuovo Vescovo, lo nomina “Direttore dell’Ufficio Statistico e Sociologico della Diocesi di Bergamo”. Dal 1955 diventa prima Aiuto Assistente e poi Vice Assistente Nazionale delle Acli con Mons. Santo Quadri che gli affida i Gruppi aclisti all’estero: “Arrivai in Belgio, nel 1956, proprio il giorno dopo la tragedia di Marcinelle…”. Nella miniera di carbone morirono, l’8 agosto 1956, 262 minatori di cui 136 italiani. Don Tano arriva in Belgio in piena tragedia. Nei 15 anni da Assistente delle Acli e Direttore Nazionale delle Opere Emigrazione, incontrerà italiani in tutto il mondo. Poi diventa Segretario aggiunto della Cei (Conferenza Episcopale Italiana), primo Direttore dell’Ufficio Informazione della Cei e portavoce della Cei con presidente il Card. Antonio Poma, arcivescovo di Bologna. Arriviamo a un giorno del giugno 1975: “Sto per partire per la Sicilia, mi chiama il Segretario Generale della Cei, Mons. Bartoletti, ho paura di perdere l’aereo, gli dico che ho fretta, mi consegna una busta e mi dice solo, pensaci in questi tre giorni, in Sicilia. Apro la busta. C’è la nomina a Vescovo. Alzo gli occhi e gli dico, ci avete pensato bene voi? Lui ride, certo, mi dice. E allora va bene anche a me. Non lo si deve dire a nessuno, prima della comunicazione ufficiale. Chiamo Padre Vittorio, mio fratello, e gli dico, è meglio che il 12 luglio sia a casa, quando viene diffusa la notizia, così spieghi tutto a papà e mamma. Così fui consacrato Vescovo nella cattedrale di Bergamo, proprio dal Card. Poma”. Prima Vescovo ad Albano, sotto la cui giurisdizione c’è Castelgandolfo, sede “estiva” dei Papi. E poi Ordinario Militare d’Italia. “Mi chiama Papa Giovanni Paolo II e mi dice, ti faccio Ordinario Militare. Dico, Santità, non ne so niente di militari. Lui dice, guarda che ci sono 250 mila giovani e tu coi giovani sei sempre stato a tuo agio”. E così due Natali in Libano, in piena guerra, poi nel Golfo. “Sì, due Natali, il secondo in uno scantinato. Col generale Franco Angioni ci sentiamo ancora…”. Congedato col grado di generale di Corpo d’Armata. “Il titolo esatto sarebbe Ordinario Militare Onorario, corrispondente a quel grado”. Infine Siena, città importante, che “se la tira” molto, dove è difficile muoversi, se non in punta di piedi. Uno si aspetta che dopo una “carriera” così, ci sia la porpora del cardinalato. “E perché mai? Guarda che la Chiesa non dà la porpora come fosse una medaglia. E se negli anni 80 due terzi dei cardinali erano italiani, adesso gli italiani sono il 20%, con Giovanni Paolo II l’attenzione si è spostata al mondo intero e anche quel 20% si ridurrà sempre di più”. C’è sempre quella regola dell’abbandono a 75 anni, adesso nella maggior parte dei casi in piena efficienza… “A me i tempi si sono allungati di due anni, quando ho compiuto i 75 e ho dato le dimissioni, come si deve, il Papa le ha prese in mano e al Card. Re ha detto: ‘Bonicelli? Ma quello sta meglio di me. Lasciamolo dov’è’. Allora alla prima occasione ai miei preti di Siena ho detto, lasciate stare il toto-vescovo, resto in carica ancora per un po’”. E adesso? “Non ho quasi una domenica libera”. Rimpianti? Anche solo nostalgie di una Chiesa trionfante, il latino e la grande liturgia del pre-concilio? “Ma nemmeno per idea, sono stato tra i primi a credere nella necessità di un cambiamento. Poi il recupero del gregoriano va bene, invece di certe cantilene il gregoriano ci sta benissimo. Ma non sono certo un nostalgico”. Con i suoi 83 anni e qualche mese, l’Arcivescovo Bonicelli gira ancora come una trottola, effervescente nella parola, formale quando la forma conta, informale quando il rapporto umano conta di più. Un Presule che ha vissuto due mondi, due Chiese, stando al passo. Senza mai segnare il passo.

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