Gli infermieri e la crisi delle vocazioni “Investiamo su formazione e stipendi” In provincia, numerosi i posti vacanti. Nelle Università calo delle iscrizioni

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Il territorio della provincia di Bergamo è da tempo affetto da una cronica carenza di medici e infermieri. Soprattutto nel secondo caso, ultimamente, l’emergenza sta assumendo forme sempre più preoccupanti, anche socialmente. Secondo i “Piani triennali dei fabbisogni del personale“, da poco inviati alla Regione, servirebbero

221 infermieri. Rispetto alla dotazione organica di fine 2023, il fabbisogno di personale 2024 dell’Asst Bergamo Est (l’azienda con più presìdi ospedalieri tra Seriate, Alzano, Lovere, Piario e Gazzaniga) indica una richiesta complessiva di 79 infermieri (46 per il polo ospedalieri, 33 per il polo territoriale). Quelle dell’Asst Ovest 46 infermieri. Nella sola Asst Papa Giovanni le richieste ammontano a 136.

Poi, c’è il comparto privato… Nel 2022,  ACRB denunciava la mancanza di quasi  400 figure, mentre uno studio della Bocconi, prendendo a riferimento il territorio regionale, parla di una carenza del 26%  di infermieri ( manca il 14% di medici  e il 15 % di OSS). Ma a Bergamo le strutture della sanità privata IOB e Humanitas  hanno la possibilità di attingere direttamente dal corso di laurea interno  ( qui operano i corsi relativi all’Università Milano Humanitas e Milano san Raffaele).

Comunque, anche il dato delle iscrizioni ai corsi universitari non lascia ben sperare: solo nell’ultimo anno, le iscrizioni (rispetto ai posti disponibili) sono calate quasi ovunque. A Pavia  del 22,8, a Humanitas di Milano del 16, alla Statale del 18, al San Raffaele del 5.

L’ormai cronica carenza di personale, inoltre, assume anche aspetti “kafkiani”, visto che l’ultima riforma del sistema ha anche creato la figura dell’infermiere di famiglia e comunità a supporto della medicina del territorio per rispondere alle esigenze e ai bisogni sempre più diversificati della nostra Comunità. Con quale personale, però, non è ancora dato sapere.

Uni dei dati più preoccupanti, soprattutto in divenire, riguarda la percentuale di abbandono: per il cosiddetto “burn out”, lo stesso studio Bocconi rivela che il 17% degli infermieri nell’ultimo anno ha lasciato il proprio incarico, con motivazioni che spaziano dall’impossibilità a reggere il ritmo del lavoro con turnazioni stressanti e costanti rientri in servizio durante i riposi , a livelli di responsabilità non più sopportabili, pochi sbocchi di carriera e professionale e percorsi di  formazione molto limitati e aspetti economici (questi ultimi posizionano l’Italia tra gli ultimi posti europei).

CISL Bergamo ha realizzato questo focus sulla situazione sanitaria per “celebrare” degnamente la Giornata internazionale dell’infermiere, prevista per domenica 12 maggio.

La carenza di personale è ancora una criticità significativa, causata principalmente dalla mancanza di attrattività della professione – dice Angelo Murabito, segretario provinciale del sindacato di via Carnovali. Gli stipendi non competitivi rispetto ad altre professioni e la mancanza di opportunità di sviluppo di carriera sono tra i principali fattori che influenzano questa situazione. Ad esempio, non ci sono differenze significative nei trattamenti salariali tra gli infermieri con diversi livelli di esperienza o formazione accademica, oltre agli adattamenti dettati dai rinnovi contrattuali nel settore pubblico. Noi vogliamo che vengano garantiti sviluppi professionali adeguati al carico professionale. È  necessario valorizzare le competenze e le potenzialità che possono esprimere le professioni sanitarie per dare quella risposta di salute ai bisogni della cittadinanza, questo anche al fine di rendere più attrattive le professioni sanitarie. Serve  modificare l’organizzazione del lavoro per renderla più funzionale al fine anche di alleggerire i carichi di lavoro del personale.  Servono finanziamenti importanti per attuare la formazione strategica per gli infermieri e un aggiornamento professionale costante. La soluzione di attingere a paesi extra Ue sarebbe un tampone e non una soluzione strutturale, inoltre l’inserimento potrebbe incidere sull’organizzazione del lavoro già difficile degli infermieri presenti”.

“Bisogna realizzare che la figura dell’infermiere è legata al lavoro di cura, a una forte impronta relazionale – continua Murabito: non solo obiettivi terapeutici, ma dettati dalla propensione all’aiuto. Legare tutto agli “obiettivi aziendali”, quindi, non aiuta alla valorizzazione professionale di questa figura, soprattutto per il ruolo che la riforma sanitaria gli assegna, con i diversi centri operativi territoriali e case di comunità, dove diventa centrale la loro presenza. Sarà anche necessario che la formazione sia impostata sulle nuove modalità centrate sulla capacità di operare nella dimensione multidimensionale della presa in carico e favorire sempre di più il lavoro di equipe”.

“Il Servizio Sanitario  – conclude il segretario CISL -deve investire molto di più per le professioni sanitarie sempre più essenziale per lo sviluppo del nostro Paese“.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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