Quelle che le donne non dicono…ma fanno

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    Quelle che ce la fanno, quelle che non occorre farcela ma basta crederci, quelle che ci credono sempre, quelle che sempre e comunque restano donne. Venerdì 22 febbraio quattro donne attorno al tavolo, in mezzo, Piero Bonicelli, un uomo a fare da moderatore, a incalzare, a provare a entrare in un mondo diverso, un mondo dove molte volte a contare non è la carriera ma il cuore e perché no, anche gli ormoni che viaggiano e ti cambiano l’umore quando serve. Quattro donne diverse, ognuna con una sua strada, ognuna con una sua passione, ognuna donna. Luciana Radici da Leffe, regina madre dell’impero Radici, moglie del capostipite dell’imprenditoria bergamasca, quel Gianni che ha saputo portare il marchio Radici in tutto il mondo. Luciana Frattesi, giornalista di punta del mondo femminile italiano, già direttore di Visto e attualmente vicedirettore di Oggi, Frattesi che abita a Trescore, bergamasca doc. Poi Pia Locatelli, da Villa d’Almè europarlamentare e presidente dell’Internazionale Socialista Donne e Cristina Donà, bergamasca d’adozione, lei che vive a Songavazzo per ‘amore’, cantautrice internazionale.

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    LUCIANA PREVITALI RADICI

    Lei si sente potente? “No. Ma regina madre sì”

    Luciana Radici, 82 anni, arriva con un vestito lungo, cappello di pelliccia, orecchini e girocollo con croce abbinati, Luciana Radici che cura i minimi particolari, trucco dove va messo e nessuna sbavatura anche quando la notte arriva, che l’immagine nel mondo dell’industria che conta vuol dire ancora molto. Luciana Radici prova a raccontare un modo di essere donna che va oltre, ‘la regina madre’ che si fa da parte quando il patriarca Gianni si ammala e per 10 anni lo assiste, la regina madre che segue le aziende di famiglia direttamente dentro l’azienda, che si prende cura dei fi gli dei dipendenti e crea asili nido, la regina madre che adesso in valle, come lei spiega, viene chiamata SOS: “Sono cresciuta con l’industria addosso, con una voglia di fare e crear che mi ha sempre spinto a cercare di darmi da fare. Con i dipendenti che sono sempre aumentati sono sempre stata complice, conoscevo tutte le ragazze che lavoravano in azienda, io le chiamo ancora ragazze, ormai avranno la mia età ma per me restano ragazze. Ancora oggi quando ci incontriamo facciamo quattro risate, eravamo unitissime e credo che il segreto per fare funzionare un’azienda sia proprio l’armonia. Organizzavamo cene e feste assieme, un gruppo cementato che ci permetteva di andare oltre le normali difficoltà che si incontrano in azienda”. Luciana Radici che da vera Regina madre non trascurava i particolari: “Io ho cercato di portare l’idea di grande famiglia anche in azienda e credo di esserci riuscita. Io in azienda mica stavo in ufficio, facevo un po’ di tutto, confezionavo coperte e copriletto, stavo con i miei dipendenti, ci si ritrovava anche fuori a discutere e vedere come fare meglio un lavoro. Seguivo le ragazze quando creavano capi e cercavamo assieme la soluzione migliore”. Luciana Radici che già da piccola aveva la passione per l’ ‘industria’: “Aiutavo mio padre in ufficio, quando c’era da pagare i dipendenti lo facevo io. Ho fatto la ragioneria e ho lavorato sin da subito, tutte le donne durante la guerra hanno lavorato, ho lavorato anche alla Banca Popolare, ho sempre cercato di darmi da fare, stare con le mani in mano non mi dava soddisfazione”. Fino a quando sulla terrazza di Leffe Luciana viene ‘fulminata’ da Gianni Radici: “Giocava a pallone nella piazza di Leffe, l’ho visto e basta”. Quel basta è durato per sempre, dura ancora anche adesso che Gianni non c’è più. Da quella partita di pallone in mezzo alla piazza sono passati un sacco di anni: “Gianni era agli inizi ma finanziariamente le cose gli andavano già bene ma anche alla mia famiglia non mancava niente”. L’orgoglio di Luciana Radici esce sempre, che le donne, orgogliose lo sono da sempre: “Anche noi eravamo messi bene economicamente, mio padre, Previtali, aveva la più grossa ditta di costruzioni di Bergamo, anche lui faceva di tutto, capomastro, disegnatore, insomma di tutto. E poi allora pochi studiavano e lui, noi fi gli, ci ha mandato a scuola tutti, mio fratello è ingegnere, io ragioniera e anche gli altri hanno studiato che non vuol dire spassarsela. Lavoravamo comunque e davamo una mano”. Che il tempo libero non era contemplato e Bonicelli incalza: “Cosa dicevano le altre ragazze quando andavate a ballare?”. Luciana Radici sorride: “Niente, perché non andavo a ballare. Il problema è che non ho mai ballato, mio padre era severo, io lo seguivo la domenica, andavo a vedere i lavori con lui in provincia. La domenica era il giorno riservato a quello, ogni domenica mattina con lui andavo a vedere disegni e lavori, mi piaceva tantissimo”. Mai invidiato le altre ragazze? “Macché, mi piaceva la mia vita e mi piace anche adesso e poi non ero la tipa a cui piaceva ballare. Ci divertivamo in altro modo ma vi assicuro che ci si divertiva, eccome. E anche adesso che non seguo più l’azienda continuo a darmi da fare, mi sono buttata nel sociale e nelle associazioni, stare in mezzo alla gente mi è sempre piaciuto. Quando qualcuno poi ha bisogno di una visita in ospedale o qualcosa del genere mi chiama, non per niente mi chiamano ‘Sos’, per fortuna le riesco ad avere in poco tempo anche perché mi sono ammalata parecchie volte”. Lei si sente potente? “No”. Ma ‘regina madre’ sì: “Certo, se si pensa che ogni sabato e domenica ho 25-30 persone a pranzo e cena”. Si dice che a Leffe si fanno le elezioni con la sua benedizione: “Non è vero, io non seguo la politica, non mi è mai interessata e non comincia sicuramente ora ad interessarmi. Anzi, sfatiamo tutto, devo ricostruire una casa che era bruciata e non ho ancora avuto il permesso, devo realizzare una strada privata che pagherei con i miei soldi e da 12 anni sto litigando per avere il permesso che naturalmente ancora non ho, e poi io sarei quella che decide le elezioni?”. A Leffe però non ci credono: “E allora vi do un altro esempio, sono il presidente della scuola materna che non è mai stata in deficit per 40 anni, adesso lo è, ma solo perché la Regione mi deve dei soldi, sono andata in Comune a lamentarmi perché mi servono dei finanziamenti, la retta è bassa 130 euro ma il problema è che molti che vengono da fuori non la vogliono pagare, eppure lavorano, anche qui discussioni con il Comune ma io nonostante i miei acciacchi e i miei 82 anni non mollo”. Altrimenti? “Altrimenti la scuola materna se la facciano loro”. La grinta Luciana Radici se la porta addosso come quel rossetto che non si sposta mai di un millimetro. La stessa grinta del suo Albinoleffe: “Beh, tra AlbinoLeffe e Atalanta chiaro che preferisco il primo, lo aveva fatto nascere proprio mio marito, da noi erano passati giocatori importanti, Beppe Signori per esempio, che lavorava nell’azienda di famiglia e poi andava ad allenarsi”. Bonicelli provoca: “Però quell’Albino davanti a Leffe non l’ha mai digerito…”, Luciana Radici si infiamma e sorride: “Lasciamo perdere, mettiamola così, essendo due realtà messe assieme costano meno. Certo, ci fosse stato mio marito forse sarebbe rimasto solo il nome ‘Leffe’”. Luciana Radici la grinta la lascia da parte quando Bonicelli parla di Gianni: “Lei ha assistito a quello che abbiamo chiamato l’autunno del patriarca, suo marito per 10 anni malato, immobile, che non parlava più”. Luciana si ferma, qualche lacrima comincia a scendere, Luciana Radici che la sua vita di donna l’ha messa dappertutto.

    LUCIANA FRATTESI

    Tante donne  giornaliste ma una sola Direttore

    Luciana Frattesi, già direttore di ‘Visto’, adesso è vicedirettore di Oggi. Luciana vive a Trescore ma arriva dalla nidiata di Vittorio Feltri, quando lui era direttore di Bergamo Oggi, Luciana poi ha preso un’altra strada che l’ha portata in cima e una volta provata l’ebbrezza ha deciso che poteva bastare. Così Luciana quando era direttore di ‘Visto’, che vendeva decine di migliaia di copie in tutta Italia, ha deciso di cambiare aria: “Sono andata dal mio editore, che era una donna e le ho detto di spostarmi, andava bene tutto ma non volevo più fare il direttore. Avevo dimostrato a me stessa che ero in grado di fare il direttore ma non volevo più farlo e così sono andata a Oggi a fare il vicedirettore”. Luciana vive a Trescore, e al giornalismo non ci arriva subito: “Allora non era una professione ben defi nita, nel senso che non c’erano le scuole che si sono oggi, ci arrivavi per passione e gavetta, così ho cominciato come insegnante alle scuole medie a Clusone con il sogno di fare la giornalista”. E a fare la giornalista ci arriva poco dopo: “Ho cominciato con una tv privata, Video Bergamo, poi capitava che qualcuno mi dicesse ‘Cavolo, come è brutta quella cosa che avete trasmesso’ e io che rispondevo ‘A noi piace brutta’, non eravamo in grado di farlo meglio, non avevamo i mezzi ma la passione alla lunga ti dà molto di più dei mezzi”. Luciana Frattesi che approda a Bergamo Oggi, erano gli anni d’oro: “Oltre a Vittorio Feltri c’era Maurizio Belpietro, (direttore di Panorama), Xavier Jacobelli (direttore del Giorno), Pino Belleri (direttore di Oggi) che allora era segretario di redazione. Poi, lasciamo pensare…”. Com’era Feltri? “Beh, capitava di vedere volare macchine da scrivere o fogli dalla finestra. Ma lui era così, gli piaceva esagerare, comunque e sempre”. Fare il giornalista non è più come una volta: “Macchè. Allora contava di più il mestiere, adesso la scuola, vanno tutti a scuola, master, corsi, ecc. Allora non c’erano scuole specifi che, eri assunto perché qualcuno conosceva il direttore e faceva il tuo nome, ma non erano raccomandazioni, la bravura la si misurava sul campo e poi quando l’avevano verifi cata facevano il tuo nome. Adesso tutti pieni di master ma non ci sono i posti. Sono tutti professionisti, fanno l’esame d’uffi cio, nel senso che i direttori fanno lavorare per mesi nell’abusivismo, ad un certo punto gli abusivi si stancano, si ribellano e l’ordine giustamente gli fa fare l’esame, ma poi una volta fatto sono disoccupati, non cambia niente”. Le donne nel giornalismo: “Quando ho cominciato erano poche, pochissime, a Bergamo Oggi qualcuna c’era ancora ma a L’Eco neanche a parlarne, adesso credo siano cinque o sei in tutto, su sessanta giornalisti”. E a L’Eco non avevi provato ad andare? “Sì, ma probabilmente avevo sbagliato l’approccio”. Luciana ride: “Avevo diciotto anni, mi presento a L’Eco e gli dico ‘voglio scrivere di esteri’. Sbagliato!”. Luciana è così, che sembra sparire dalla sedia da un momento all’altro, minuta, sguardo furbo ma con la tempra di donna che sta attaccata al mondo e quel mondo lo scala, ce l’ha addosso da sempre. “Le donne giornaliste adesso sono moltissime, hanno superato come numero gli uomini, 52% contro il 48%, ma poi andiamo a vedere i dati e scopriamo che sono molte ma che si fermano tutte. Guardiamo i tg nazionali, al tg1 ci sono 129 giornalisti, di cui 32 donne ma quello che conta è che ci sono 27 dirigenti di cui 2 donne. Al Tg2 i giornalisti sono 123, di cui 41 donne, 18 dirigenti di cui 4 donne. Al Tg3 ci sono 29 dirigenti di cui 2 donne. Cosa vuol dire? Che le donne sono moltissime nel mondo del giornalismo ma tutte si fermano a livelli medio bassi, sopra non si va. Penso anche ai quotidiani, credo che l’unico direttore donna sia al Tirreno, Sandra Bonsanti, per il resto nebbia fitta”. Tu però eri direttore di ‘Visto’ e hai rinunciato: “I giornalisti sono molto narcisi, sono un po’ come i bimbi, tutti vogliono brillare, se uno fa il giornalista è perché vuole mettersi in mostra, vogliono la loro fetta di visibilità, tutti vogliono l’aumento di stipendio, il grado di caporale, ecc. Insomma è talmente stressante gestire i giornalisti che io a un certo punto sono andata dal mio editore, donna, per chiederle di essere spostata da un’altra parte. E sapete cosa mi ha detto il mio editore? ‘ti capisco’. Il direttore di un giornale ha potere su tutto, è l’unico posto rimasto diciamo ‘dittatoriale’ e io in quanto donna avevo delle difficoltà”. Luciana Radici qualcosa da dire ce l’ha: “I giornalisti dovrebbero studiare di più, specializzarsi, noi abbiamo un sacco di ditte e abbiamo bisogno di addetti stampa, ma non sono preparati, io credo che dovrebbero specializzarsi nei vari settori e a quel punto sarebbero all’altezza del mestiere e troverebbero anche lavoro”. Luciana Frattesi non ci sta: “Non è così. Partendo dalla curiosità un giornalista riesce a essere libero e a fare domande che interessano l’uomo medio, l’esperto non avrebbe la capacità di rimanere distaccato da una realtà che conosce troppo, il giornalista deve conoscere un po’ di tutto ma non tutto di poco”. Luciana Frattesi non farà più il direttore? “Non credo. Il posto da direttore è gestito in modo maschile, i giornali sono un luogo di potere e quel potere è rigorosamente maschile. Avere provato a me stessa di essere in grado di gestirlo mi basta e avanza”.

    PIA LOCATELLI

    “Nove sorelle e tre maschi:una bella famiglia,ma…”

    Pia Locatelli è una donna-trottola, di quelle che non si fermano mai, che se si fermano è perché bisogna proprio farlo, su e giù per gli aerei come fossero una rampa di scale da salire e scendere per essere in tutte le stanze. Pia Locatelli, europarlamentare socialista, presidente dell’Internazionale Donne (del mondo), un sacco di altre cariche che l’hanno fatta conoscere un po’ dappertutto. Lei che è stata chiamata a chiudere la campagna di Zapatero, lei che tra Hillary Clinton e Obama appoggia Hillary, mica perché è donna: “Ma perchè è decisamente più preparata e alla fi ne per portare avanti un Paese come l’America ci vuole preparazione”. I socialisti che nel mondo sono decine di milioni ma che in Italia sono quasi scomparsi, perché l’Internazionale Socialista ha scelto proprio un’italiana come presidente: “Non so perché hanno scelto me ma non me lo chiedo neanche, potevano scegliere una donna spagnola, inglese, tedesca o sudafricana, zone dove il socialismo è molto più conosciuto ma io preferisco non farmi troppe domande, preferisco cercare le risposte ai problemi delle donne e del mondo che sono tanti, troppi”. Cosa è l’Internazionale Socialista? “E’ un’organizzazione che raggruppa le realtà socialiste, socialdemocratiche e laburiste del mondo, circa 150 realtà presenti in 120 paesi del mondo, se si pensa che all’Onu ci sono 192 paesi vuol dire che 2/3 hanno una presenza socialista, è uno dei partiti più diffusi nel mondo. Un’organizzazione dove si stabiliscono le strategie che poi vengono portate avanti in tutti i paesi del mondo”. Pia Locatelli che nel mondo ci si è buttata a capofitto: “Ho lavorato e lavoro con grande passione dentro a questo ambiente, convinta che il respiro internazionale possa dare una spinta e una cooperazione maggiore per trovare la soluzione ai problemi che ci circondano. Io poi ho sempre avuto addosso la voglia di andare, vedere, stare nel mondo, toccare con mano, e l’Internazionale Socialista mi dava la possibilità di unire le due cose che mi piacevano, impegnarmi per i diritti delle donne e dargli un respiro internazionale”. Passioni che si sono trasformate in incarichi, che il binomio passione-lavoro è da sempre la ricetta migliore per trovare le soluzioni: “E’ facile fare bene un lavoro che ti piace, ti viene spontaneo”. Pia Locatelli che in questi giorni è appena stata all’Onu per la 52ª sessione di lavori sulla condizione delle donne: “Ci vado ogni anno, io d’altronde per la condizione delle donne mi batto sin da piccola. A casa eravamo in dodici fi gli, 9 sorelle e tre maschi, una famiglia bella, stavamo bene ma era evidente sin dall’inizio che i ragazzi avevano un trattamento diverso, forse per questo noi ragazze siamo cresciute determinate e dinamiche, quando devi conquistarti qualcosa le qualità ti si rafforzano. Noi spazzolavamo le scarpe ai nostri fratelli, lo abbiamo fatto per tanto tempo fi nché a un certo punto non ci è più sembrato giusto e allora glielo abbiamo detto: ‘Noi vi spazzoliamo le scarpe ma in cambio vogliamo 20 lire’. Ci sembrava giusto così”. E come l’hanno presa in famiglia? “All’inizio i miei fratelli sono rimasti un po’ frastornati, mia mamma non ha gradito mentre mio padre ha detto che avevamo ragione”. Femminista da sempre: “Sì, il socialismo arriva dopo, a Clusone. Sono entrata con un gruppo di 44 giovani per combattere due possibili lottizzazioni, una a San Lucio e una al Moschel, eravamo forse un po’ troppo idealisti ma è nato tutto lì. Ci credevamo e portavamo avanti le nostre battaglie. In quel periodo poi era stata approvata la legge che istituiva dappertutto le biblioteche, a Clusone non l’aprivano e allora noi abbiamo protestato. Diciamo che eravamo un gruppo forse un po’ troppo vivace, poi abbiamo capito che le azioni spontanee andavano bene fi no a un certo punto, così abbiamo contattato Guerino Giudici, il socialista di Clusone per eccellenza, e gli abbiamo chiesto di poterci iscrivere alla sezione in Piazza dell’Orologio”. Sono passati un sacco di anni ma Pia racconta come fosse ancora tutto lì, la stanza, la gente, la passione: “Una piccola stanza, di fronte la piazza, c’era tanto entusiasmo, anche se Guerino ci ha tenuto in sospeso per un po’ di tempo, noi pensavamo ci accogliesse subito con entusiasmo, invece ci ha lasciato in ammollo per un po’. Quando ci siamo ritrovati per il suo 80° compleanno ho visto la sua gioia per il fatto che io avessi portato avanti la carriera politica ma mi ha detto: ‘voi all’inizio non eravate troppo socialisti, eravate contestatori’”. Pia Locatelli in Piazza dell’Orologio non ci va quasi più, si è spostata nella piazza di Bruxelles, sede del parlamento europeo: “Si lavora bene, ho sempre cercato impegni che servissero a fare andare avanti l’Europa, che aiutassero il benessere delle persone, ho lavorato tanto sulla ricerca perché in Italia manca, abbiamo lavorato a un rapporto sui temi della ricerca in Europa, un modello sociale europeo che è unico al mondo, un modello sociale che tiene assieme le organizzazioni dei servizi sociali con il mercato. Adesso mi occupo di energia, pochi sanno che l’aumento dei costi delle materie prime penalizza le classi più deboli, gli anziani utilizzano di più il riscaldamento, i trasporti pubblici sono utilizzati da donne e anziani, il costo si ripercuote su di loro”. Pia Locatelli che all’estero la conoscono dappertutto, in Italia no, perché? “Non lo so, qui il socialismo fa fatica a riprendersi”, Pia quando parla di socialismo si illumina: “Sì, è un partito bellissimo e io credo nel socialismo. In Italia c’è poca possibilità di comunicare, eppure al parlamento europeo mi riconoscono di essere una di quelle che lavora di più. Quattro anni fa quando ha vinto Zapatero sono andata ad aprirgli la campagna elettorale, qualcuno me lo sconsigliava, dicevano che avrebbe perso, e io che mi sono detta ‘allora ci vado proprio perché vuol dire che ha bisogno di una mano’”: Pia Locatelli da Zapatero ci è tornata in questi giorni ma questa volta per chiuderla la campagna elettorale. Molti ti volevano candidata premier al posto di Enrico Boselli, tu hai detto che non avresti accettato: “Se vogliamo rimanere in parlamento dobbiamo prendere almeno il 4% dei voti, quindi serve una persona che abbia più chance di portare voti al partito, se mi dicessero che si vota in tutta Europa avrei accettato perché so che in Europa sono la socialista più conosciuta ma in Italia no, quindi è meglio che corra qualcuno altro”. Perché non sei entrata nel PD? “Ho alcune idee irrinunciabili, lavorando nel parlamento europeo ho visto che l’Italia è il paese che cresce meno, che investe meno nella ricerca, che fa meno fi gli, io voglio che l’Italia torni ad essere un paese normale, e il PD su tanti argomenti è ambiguo. In Europa ci sono grandi famiglie, il PD non ha ancora detto dove e come collocarsi. L’Italia ha bisogno di certezze e di chiarezze”. Pia Locatelli le sue ce le ha.

     

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