Aprile 2020 – Vilminore – Michela Romelli, specializzanda in Medicina Generale, ha sostituito i medici di base malati nell’assistenza domiciliare: “Un’esperienza psicologicamente pesante, ma ricca di umanità”

Ha dato una mano ai medici militari che in questo periodo hanno sostituito in Val di Scalve i tre medici di base malati. E, a giudicare dalla stima che ha riscosso unanimemente dai suoi pazienti e dalle loro famiglie, se l’è cavata molto bene nonostante la giovane età e la scarsa esperienza. Michela Romelli, 28 anni, laureatasi in medicina all’Università di Brescia nel 2017 e abilitata nel 2018, aveva iniziato l’anno scorso il corso di formazione per specialisti di Medicina Generale perché intenzionata d intraprendere la professione di medico di famiglia: “Stavo svolgendo il mio tirocinio presso l’ospedale di Piario quando venerdì 28 febbraio, si presentarono i primi casi diCovid-19. Ci comunicarono di non presentarci al lavoro il lunedì successivo, fi no a che non si fossero organizzate le attività più utili al l’emergenza. Mi affi darono dapprima il compito di dare una mano al call-center dell’ATS e poi di sostituire i medici di base malati nella continuità dell’assistenza diurna, un servizio analogo a quello della guardia medica. Perciò ho collaborato col medico militare, lui stava in ambulatorio e dava consigli telefonici, mentre io mi occupavo dell’assistenza domiciliare ai malati”. Erano circa una ventina i pazienti assistiti dal giovane medico:“Non erano tutti affetti da Covid-19, c’erano anche altre patologie, trattandosi per lo più di persone anziane. Le visitavo due/tre volte per settimana, facevo loro la classica visita medica, valutavo e controllavo le terapie in atto, soprattutto istruivo i famigliari sul da farsi perché il loro ruolo è molto importante, e mantenevo con loro un costante contatto telefonico”. Un modo di procedere che ha dato risultati soddisfacenti, anche se non tutti i pazienti ce l’hanno fatta a guarire: “Attualmente i nuovi casi di Coronavirus sono diminuiti, ma per azzerarli del tutto ci vorrà ancora parecchio tempo: vale più che mai l’indicazione di stare in casa, anche se purtroppo ci sono ancora persone che non ne capiscono l’importanza e la necessità… Del resto anche noi medici non conosciamo perfettamente questa patologia epidemica. Quello che è sicuro è che non bisogna assolutamente abbassare la guardia, perché questo virus ha un andamento altanenante, con un trend che registra alti e bassi, per cui anche noi medici più che alla statistica dobbiamo affi darci alla strategia clinica…”. Naturalmente non è stato facile adeguarsi alla situazione da parte di un medico come Michela, proveniente da un ambiente iper-specialistico ed abituata ad operare con tutte le possibilità che l’ospedale e le nuove tecniche terapeutiche possono mettere a disposizione: “Gestire i pazienti in un ospedale è molto diverso che gestirli sul territorio, qui si deve tornare a praticare una medicina di base e meno innovativa anche perché le possibilità sono quelle che sono. Però devo dire che c’è stata e c’è tuttora una collaborazione fantastica: la Croce Rossa mi accompagnava in giro per la Valle, la Protezione Civile ci forniva in tempi brevissimi quanto ci era necessario, insomma devo dire che tutti abbiamo remato e remiamo nella stessa direzione. Certo l’impatto psicologico all’inizio è stato piuttosto pesante, sia a livello professionale che a livello umano: è sempre sconfortante vedere le persone che se ne vanno, non riuscire a salvarle tutte… Soprattutto gli anziani che non ce la fanno mi insegnano molto, con la loro visione del mondo così diversa dalla nostra… All’inizio questo pesante fardello psicologico ci ha spaventati e segnati tutti, anche le infermiere e l’altro personale sanitario, poi pian piano ci siamo adattati, ci siamo dovuti adattare, ed andiamo avanti facendoci coraggio l’un l’altro, forti della consapevolezza che dove non arriva qualcuno arriva qualcun altro, in nome della solidarietà davvero straordinaria che si è creata tra noi. Se ho avuto paura? Certo, la paura c’è sempre, ma so che è mio dovere superarla, fa parte del mio lavoro. E poiché non volevo coinvolgere anche i miei genitori, i miei nonni, il mio compagno – con cui ero andata a convivere da poco, dal settembre scorso – sono andata ad abitare da sola… Con lui ci vediamo ovviamente pochissimo, solo quando ho bisogno del suo aiuto per l’auto, visto che fa il carrozziere, e ovviamente a debita distanza e con tutte le precauzioni del caso. Cosa che vale anche per gli altri miei Cari, la frase che mi sento ripetere in continuazione è la raccomandazione a stare attenta… E comunque tempo per avere paura ne ho poco, devo tenermi costantemente in contatto con ATS che ci aggiorna quotidianamente, con i gruppi WhatsApp dei colleghi con cui mi confronto e anche attingendo ulteriori informazioni tramite la Rete, insomma continuando a studiare….”. Ora tuttavia le cose sembrano migliorare: due dei tre medici di base che mancavano sono appena tornati in servizio e Michela ha l’incarico di sostituire il terzo che ancora non è rientrato: “Ora seguo gli assistiti della dottoressa assente con le telefonate, con la prescrizione dei farmaci e con le visite in ambulatorio su appuntamento in caso di necessità, anche in questo senso ci stiamo riorganizzando giorno per giorno, ma l’emergenza vera e propria sta pian piano rientrando. Quando tutto sarà passato continuerò nel percorso professionale che avevo scelto di intraprendere ai tempi dell’Università: mi mancano ancora parecchi tirocini – in Pronto Soccorso, in Cardiologia e in Medicina Interna – io mi sono laureata con una tesi oncologica e vorrei ultimare la mia preparazione nell’ambito internistico e in quello della medicina territoriale… Durante quest’esperienza ho dovuto un po’ ‘arrangiarmi’, come si dice, e fare cose che di solito si fanno solo in ambito ospedaliero , ma proprio questo mi è stato professionalmente molto utile, credo di aver imparato davvero molto. Sono inoltre convinta che in futuro si dovrà agire principalmente su questo aspetto, cioè aumentare la comunicazione tra l’ospedale e il territorio, organizzare tra le due realtà quel canale di comunicazione diretto ed efficiente che ora manca completamente, sia in entrata che in uscita: basti pensare alla situazione in cui vengono a trovarsi tanti pazienti dimessi dagli ospedali quando tornano a casa e spesso si trovano abbandonati a se stessi….”.