LO STORICO MIMMO FRANZINELLI RACCONTA /1 – La vera storia della Marcia su Roma dell’ottobre 1922

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Era il 28 ottobre 1922. Cento anni fa. Presidente del Consiglio era Luigi Facta. Nel settembre di tre anni prima, proprio nel 1919, c’era stata la spedizione guidata da Gabriele D’Annunzio sulla città di Fiume, occupata di forza proclamando la “Reggenza Italiana del Carnaro” per forzare la mano alle potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale, impegnate nella Conferenza di pace di Parigi. Fiume era città contesa tra il Regno d’Italia e il Regno di Serbia, Croazia e Slovenia. L’azione di D’Annunzio era appoggiata da movimenti eterogenei, futuristi, nazionalisti, mazziniani, sindacalisti rivoluzionari e dal direttore del quotidiano “Il Popolo d’Italia”, Benito Mussolini. La “vittoria tradita” aveva lasciato strascichi di malcontento. L’occupazione di Fiume finì però a Natale 1920 in seguito al Trattato di Rapallo con il quale l’Italia ottenne Trento, Trieste a l’Istria. La Dalmazia e Fiume restavano fuori.

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L’Italia era percorsa da turbolenze, le voci di un “colpo di Stato” imminente erano sempre più avvalorate dal clima di scontri, scioperi, occupazioni delle terre, che provocavano poi violenze, incendi di sedi del partito socialista da parte di squadre dei fascisti, sostenute economicamente da proprietari terrieri e industriali. Le elezioni amministrative del 1920 videro il partito socialista e il partito repubblicano vincere quasi ovunque. Al che la reazione degli squadristi fu ancora più violenta. Nel 1921 alle elezioni politiche i fascisti riuscirono a far entrare in parlamento una trentina di loro candidati. Il 1922 fu caratterizzato dall’aumento delle violenze. E’ in questo clima che si prepara la famosa “Marcia su Roma”.

Lo storico Mimmo Franzinelli ci concede gentilmente la pubblicazione di un capitolo del suo ultimo volume “L’insurrezione fascista – Storia e mito della marcia su Roma” edizione Mondadori. Lo pubblichiamo in tre puntate.

 

 

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Mimmo Franzinelli

 

 

La Marcia su Roma non è un evento a sé stante, ma il momento culminante di una strategia di lungo respiro, avviata sin dall’autunno 1920 e imperniata sulla mobilitazione della periferia fascista per la distruzione degli avversari e l’occupazione delle città, attraverso un’offensiva possente in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Toscana, Marche…

Quegli assalti scardinarono le rappresentanze democratiche di comuni e province, e furono approvati – in quanto colpivano le sinistre – da intellettuali quali Luigi Albertini, Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Vilfredo Pareto…

La novità dell’ottobre 1922, sta nel fatto che il nemico è mutato: non più il «bolscevismo», ma lo Stato liberale (legato peraltro agli squadristi dalle decisive complicità di tanti suoi funzionari).

Chi ha via via minimizzato o persino liquidato la Marcia su Roma come folcloristica passeggiata per la capitale, sottovaluta significati simbolici e conseguenze concrete di quell’imponente corteo, che alla sfilata nei luoghi canonici (Altare della Patria e Quirinale) affiancò l’invasione dei quartieri popolari con intenti punitivi.

Le persecuzioni nei confronti dei dissidenti, praticate il 31 ottobre 1922 con manganelli e revolver, verranno poi istituzionalizzate, così come dal gennaio 1923 le camicie nere saranno inquadrate nella neocostituita Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, al soldo dello Stato.

Altra rilevante sottovalutazione riguarda le motivazioni e il senso della partecipazione di decine e decine di migliaia di giovani a quella straordinaria mobilitazione, per una passione patriottica inculcata e incanalata dal duce con ambizioni di potere.

Passione dovuta a vari fattori – dalla rivalutazione dei sacrifici bellici a fronte di chi li rifiutava, alla delusione per l’inconcludenza del ceto politico – e che costituì il detonatore di un esperimento di conquista violenta dello Stato, destinato a mutare in profondità la storia europea del Novecento.

La comprensione di quel travagliato periodo storico passa anche attraverso l’esame della soggettività, peraltro variegata, delle camicie nere.

Quei fatidici ultimi giorni di ottobre mostrano – anche visivamente – la rivendicazione del monopolio politico da parte dei fascisti.

Che monarchia, esercito e industriali abbiano favorito e addirittura finanziato l’avvento al potere delle camicie nere, accresce ulteriormente la valenza della Marcia su Roma e contribuirà in modo decisivo alla stabilizzazione del potere mussoliniano.

La consacrazione del potere fascista, prima da parte di Vittorio Emanuele e poi da Camera e Senato (col voto di nazionalisti, democratici, liberali e del PPI), regolarizza formalmente la leadership di Mussolini.

C’è ancora chi vorrebbe «costituzionalizzare» il fascismo. Ma che non si fosse passati da un governo all’altro, lo chiarirà – se ce ne fosse bisogno – lo stesso Mussolini nel primo discorso da presidente del Consiglio, il 16 novembre, con pesantissime minacce sia al Parlamento sia agli oppositori.

“Qualora i dissidenti rialzassero la testa – ammonisce l’aspirante dittatore – ci saranno ulteriori marce, e ancora più violente”.

Affermazioni inaudite, in sede parlamentare, risolutive nel testimoniare la fine dell’epoca liberale e il tramonto dello Statuto Albertino.

Le promesse saranno mantenute: in quattro anni verrà abrogata la libertà di stampa, dichiarata la decadenza dei deputati antifascisti, sciolti tutti i partiti tranne quello al potere, generalizzata l’assegnazione al confino, creato il Tribunale speciale e ripristinata la pena di morte…

L’insurrezione avviata il 28 ottobre, insomma, ha distrutto definitivamente il regime liberal-democratico.

Le conseguenze della Marcia su Roma, furono enormi. E l’elaborazione mitica poi sviluppata dall’apparato propagandistico del regime conferirà ad essa valenze e caratteri che per generazioni condizioneranno gli italiani (e non solo), allignando ancora oggi nell’immaginario non solo dei nostalgici.

 

 

Questo libro ricostruisce – anche con documenti inediti e/o pochi noti – retroterra e protostoria della Marcia su Roma, complicità e responsabilità, protagonismi e avversari…

Per la prima volta, inoltre, si analizzano le modalità con cui la dittatura «strumentalizzò» quell’evento, servito da pietra angolare nella costruzione del regime, in una visione proteiforme che per un ventennio troverà ogni 28 ottobre una differente riproposizione della Marcia stessa.

Sino alla sua riesumazione, nella Repubblica sociale, quando i vecchi squadristi riprenderanno le armi e il duce rimpiangerà, di quel 31 ottobre 1922, il fatto di non avere effettuato una vera rivoluzione, rovesciando l’infida monarchia.

 

 

Strategie per la Rivoluzione

 fascista

 

 

A fine estate, stride la contraddizione tra la frenesia movimentista degli squadristi e la cauta prudenza del duce, che non vuol farsi prendere la mano dai gregari.

Vuole evitare passi falsi, come due anni prima non li aveva compiuti su Fiume, assecondando propagandisticamente D’Annunzio mentre lo lasciava esposto all’offensiva giolittiana (culminata nel «Natale di sangue»)….

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