Il più grande Concilio della storia della Chiesa Più che un aggiornamento fu una rivoluzione. Facevo parte della Commissione che lo preparò La sera della luna? La inventammo noi”

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    Mons. Gaetano Bonicelli: “Il più grande Concilio della storia della Chiesa Più che un aggiornamento fu una rivoluzione. Facevo parte della Commissione che lo preparò La sera della luna? La inventammo noi”

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    “La sera della luna praticamente la inventammo noi…”. Mons. Gaetano Bonicelli, con i suoi quasi 88 anni (li compie il 13 dicembre prossimo) ha ancora nella voce l’entusiasmo di quella sera di mezzo secolo fa, appunto la “sera della luna”, con quel discorso a braccio di Papa Giovanni XXIII a conclusione della giornata di apertura del Concilio Vaticano II. C’era stata la grande interminabile processione di Vescovi e Cardinali arrivati da tutto il mondo, la navata di S. Pietro con gli spalti colorati, le tonache e gli zucchetti violacei e le cotte bianche, il Papa con quel discorso in latino lasciava un segno “rivoluzionario” che iniziava appunto con “Gaudet Mater Ecclesia”, esulta la Chiesa. La sera il Papa era stanchissimo. “Non era previsto alcun suo intervento. Noi però, come dirigenti delle ACLI (Mons. Bonicelli era Vice Assistente Nazionale) avevamo organizzato una imponente fiaccolata di aclisti, almeno ventimila aderenti. Mons. Capovilla (Mons. Loris Capovilla, segretario di papa Giovanni – n.d.r.) era al corrente dell’iniziativa e avevo preso accordi con lui perché convincesse il Papa ad affacciarsi alla finestra e dare almeno la benedizione. Quella sera il Papa era stanco, ma Don Loris insistette perché desse… un’occhiata alla piazza. Si era aggiunta alla nostra fiaccolata anche una grande folla. E allora Papa Giovanni si affacciò e a braccio pronunciò quel discorso della luna e della carezza ai bambini che è restato nella storia”. Lei dov’era? “Vicino all’obelisco, aspettando col fato sospeso che il Papa si affacciasse. Avendo mobilitato migliaia di aclisti, se il Papa non si fosse affacciato a benedire per noi sarebbe stata una grande delusione”. E invece non solo si affacciò ma tenne quel discorso che tradusse in parole semplici il senso del Concilio. * * * Mons. Gaetano ricorda il suo rapporto speciale con Papa Giovanni. Da segretario di Mons. Radini Tedeschi (Vescovo di Bergamo dal 1905 al 1914, anno della morte e della morte anche di Pio X) e poi da Direttore spirituale del Seminario andava in villeggiatura a Vilminore. Proprio in casa del nonno di Mons. Bonicelli, Ernesto. E qui si inserisce la “profezia” della nonna, Bona Albrici, che alle figlie che si lamentavano del fatto che Mons. Roncalli tornava a casa dalle sue passeggiate con le scarpe infangate, un giorno disse: “Guardate che Don Angelo diventerà Vescovo, Cardinale e forse anche Papa”. La profezia fu tramandata ad ogni gradino che Don Angelo Roncalli saliva nella gerarchia ecclesiastica. * * * Torniamo al Concilio Ecumenico. “E’ il 25 gennaio che nel Concistoro dei Cardinali Papa Giovanni dà l’annuncio. Io ero vice assistente nazionale delle Acli, mi aveva chiamato a questo incarico Mons. Santo Quadri, bergamasco. E con questo incarico feci parte della prima Commissione conciliare, quella ‘antipreparatoria’ del Concilio e poi a quella ‘preparatoria’. Mons. Quadri mi volle come ‘aiuto’ in quelle Commissioni che ponevano le basi del Concilio”. Ma c’era davvero bisogno di un Concilio? Negli ambienti curiali non la presero bene, a quel che si racconta. Si veniva dal Pontifcato di Pio XII, molto tradizionale, anche se lui stesso aveva pensato a un Concilio. “Ci furono resistenze. Diciamo che il 90% della Curia era contrario, perlomeno perplesso. Guarda che Papa Giovanni fu davvero un ‘rivoluzionario’, quello che si preparava era il più grande Concilio di tutti i tempi. E si introduceva una sorta di ‘tensione democratica’ nella Chiesa, che è sempre quella, ma che metteva i suoi Vescovi al centro delle decisioni. Il senso del Concilio secondo l’idea di Papa Giovanni sta tutto in quel grandioso discorso iniziale della ‘Gaudet Mater Ecclesia’. Basta leggere quella. Ricordo che quando lo lesse… sì lo lesse in latino, ero nella tribuna laterale, quella che ospitava i grandi teologi venuti da tutto il mondo. Diciamo che all’inizio c’era tra loro un certo scetticismo. C’erano nomi altisonanti nell’ambiente, Quando sentirono quel discorso, alcuni di loro si sorpresero al punto da alzarsi in piedi con le lacrime agli occhi. Era una svolta epocale per la Chiesa”. Il discorso era del Papa o qualcuno glielo aveva scritto? La domanda sembra irriverente ma i critici di quel pontifcato avevano messo in giro la voce che il “Papa buono” non fosse un grande teologo… “Il testo di quel discorso io l’ho visto in bozza, era scritto di suo pugno, con pochissime correzioni”. Ma qual’era la novità così “rivoluzionaria” che ha commosso i teologi? Il passaggio da una conduzione verticistica a una collegiale? “Era la ferma riproposizione della dottrina con l’aggiornamento della comunicazione. Aggiornamento fu il vocabolo più ricorrente, bisogna tener conto delle nuove situazioni in cui si incarnava il Vangelo e anche quel suo appello contro ‘i profeti di sventura’, un salto culturale abissale per la Chiesa dell’epoca. E poi un Concilio nato non per ‘condannare’, come era sempre avvenuto, ma per capire e proporre. E, adesso non fa più clamore. Il Concilio Vaticano II ha introdotto il concetto di ‘libertà di coscienza’, che non esisteva nella dottrina. Era cambiato il mondo, la Chiesa cambiava il ‘modo’ di comunicare il Vangelo”. La resistenza della Curia come è stata superata? “Soprattutto con l’apporto dell’Episcopato francese e tedesco e poi con il gruppo dei teologi”. Lei aveva contatti con il Papa? “Certo, frequenti, anche per i suoi soggiorni vilminoresi in casa dei nostri nonni”. E dopo quel discorso iniziale, il Papa seguiva i lavori del Concilio? “Certo, costantemente, attraverso la radio e la televisione. Ma non è mai intervenuto”. Il concetto di collegialità, per cui i Vescovi discutevano, anche scontrandosi, su punti critici, non metteva in discussione il primato di Pietro e il dogma dell’infallibilità del Papa, sancito dal Concilio Vaticano I con Papa Pio IX? In quell’occasione ci fu la forte contrarietà dei Vescovi francesi. Il Vaticano II in pratica sembra ribaltare quella concezione verticistica che Pio IX aveva preteso fosse sancita come dogma anche per le contingenze storiche che mettevano in discussione il potere temporale dei Papi. “Un Papa ha tutto da guadagnare da una Chiesa che riflette, discute e propone…”. Un esempio di Cardinale contrario ai cambiamenti era il Card. Alfredo Ottaviani. “Non era quello che descrivevano i giornali. Con noi delle Acli scherzava, era molto alla mano, anche quando chiamava gli aclisti ‘comunistelli di sagrestia’. Ma pensa a 2.500 Vescovi riuniti nella Basilica di S. Pietro che discutono per rinnovare la Chiesa… Un avvenimento epocale”. * * * E poi quella sera, la grande piazza e quelle parole di Papa Giovanni, la luna e la carezza ai bambini, che commosse il mondo intero e fece capire, più delle parole latine, il cambiamento che la Chiesa si proponeva. Sono passati 50 anni, mezzo secolo da quella Chiesa e da quel 21° Concilio Ecumenico. Da qualche anno ogni tanto qualcuno propone di farne un altro, per un nuovo “aggiornamento” del modo, come dice lei, di “incarnare il vangelo” nel mondo che è cambiato. “Penso che ci sarebbe spazio, anche senza precorrere i tempi. Allora fu sottolineato l’aspetto sociale, oggi prevale l’aspetto economico e il tecnicismo, che sembra voler fare a meno dei principi, dei valori. Poi ci ritroviamo con scandali, ingiustizie. La situazione è degenerata, nelle persone, nei gruppi, nei partiti, con dei satrapi che non sanno fare nemmeno il loro mestiere, vedi i recenti scandali regionali e la Chiesa deve far sentire la propria voce. Lo fa con il Papa, anche recentemente. Lo fa per l’Italia con il Card. Bagnasco. C’è una realtà di nuovo diversa e la Chiesa deve tener conto della realtà, incarnare il Vangelo nelle nuove situazioni”. Bisogna evitare di accumulare, come 50 anni fa, un nuovo ritardo. “E come allora c’è diffusa tra noi preti e Vescovi, anche una certa paura di cambiare”. Allora arrivò sulla cattedra di Pietro un “rivoluzionario”. Oggi in moltissimi, aldilà delle parole e della pratica religiosa, guardano alla Chiesa. Aspettando che la Chiesa guardi a loro.

     

    Un altro scalvino in Concilio: il diario di Mons. Andrea Spada

    di Vilminore e sottolinea il fatto di aver fatto parte della Commissione “antipreparatoria” e poi di quella “preparatoria” del Concilio voluto dal Papa bergamasco Giovanni XXIII. Qui c’è, adesso in volume, il diario di Mons. Andrea Spada di Schilpario, storico direttore per più di 50 anni de L’Eco di Bergamo, che nei giorni scorsi ha pubblicato il diario in una edizione più ridotta rispetto a quella curata dal Centro Studi Valle Imagna, di cui è presidente Antonio Carminati. Il volume è curato da Roberto Belotti. Don Andrea seguì il Concilio come “perito”. Venerdì 12 alle 17.30 viene presentata l’edizione completa del diario (quella curata dal Centro Studi Valle Imagna) presso la sede centrale del Credito Bergamasco. Il volume è intitolato con le prime parole del discorso del Papa in S. Pietro all’inaugurazione del Concilio “Gaudet Mater Ecclesia”. E’ un volume di 376 pagine (l’edizione de L’Eco è di 160 pagine, 4,90 euro più il quotidiano) e sarà in vendita a 15 euro. Pubblichiamo qui l’intervento di un terzo scalvino, Mons. Leone Lussana, prevosto di Torre Boldone, nativo di Schilpario, molto legato a Don Andrea e componente dell’Associazione Amici di Don Andrea Spada che, insieme alla Fondazione Papa Giovanni XXIII e alla Fondazione Credito Bergamasco ha collaborato alla pubblicazione del volume. Inoltre pubblichiamo un piccolo “assaggio” del diario e la riproduzione delle stesse parole in manoscritto. Il manoscritto fu affdato da Don Andrea a Paolo Grassi, il factotum del Museo Etnografco e della Biblioteca di Schilpario. * * * “IL DIARIO DI MONS. ANDREA SPADA: UN TESORO RITROVATO IN VALLE” Le scoppiettanti note conciliari di Don Andrea DON LEONE LUSSANA Un tesoro non è necessariamente un forziere dissepolto nel quale intrecciare avidamente le mani. Anche il Vangelo doppia la parabola del tesoro nel campo puntando sulla parabola della perla dalla modesta visibilità, ma di gran pregio, per chi ha la fortuna di trovarla e ne sa apprezzare il valore. Il tesoro che rallegra e arricchisce la vita si ammanta più spesso di semplicità, per un volto ritrovato, una relazione rivisitata, un tratto di strada ripercorso, un segno che rimanda a un momento intimo o determinante. Tesori che raccogliamo e conserviamo con commozione, quasi con devozione dentro la storia delle nostre case o delle nostre comunità. Grati a chi ci ha messo sul sentiero giusto per poterne godere con animo stupito, con la sorpresa per una cosa impensata o ritenuta ormai perduta. Mi sorprendo così a rallegrarmi, trascinato dentro la meraviglia, per il prezioso manoscritto, casualmente uscito dalla possibile oscurità del tempo, che dà origine a questa corposa pubblicazione. Che possiamo gustare ora, offertaci dalla mano e dal cuore di persone dal futo buono, dall’intelligenza acuta e dalla passione per la storia di casa nostra e più in là. Così che nulla, neppure un flo di essa vada perduto. Da alcuni anni mons. Andrea Spada si era volontariamente confnato nel suo paese natale, tra i monti dolomitici e il verde intessuto di prati e immense pinete. Quasi a rasserenarsi l’animo in quei luoghi di cui solo a tratti aveva potuto godere durante il suo lungo ministero di prete e giornalista. O se volete, di prete-giornalista, che dice meglio di una abbinata che in don Spada non è possibile scindere e che ne ha caratterizzato il cinquantennale servizio al quotidiano locale L’Eco di Bergamo. La gioia di tornare a casa, di sentirsi come protetto tra le cose familiari, quando l’età rende tutti inevitabilmente più fragili e quasi timorosi di un mondo che pure si è abitato con determinazione e coinvolgimento. Lui, il don Andrea direttore, già cappellano di marina in momenti tempestosi, alla barra del suo giornale. In quella stanza in fondo al vecchio corridoio, lungo il quale si affacciavano un tempo le poche ma ferventi porte della redazione, sovrastanti l’antica stamperia dai caratteri mobili e dal profumo d’inchiostro. Tornare a casa, tornare a tessere finalmente senza più fretta le relazioni familiari e amicali, quelle cresciute con l’andar del tempo e, forse con maggior desiderio, quelle che ne avevano modellato l’infanzia. Almeno quello che restava in vita di tali relazioni, perché molte di esse lo vedevano ormai, corona del rosario in mano, lungo i sentieri del cimitero sulla cui porta stava però scritto a garanzia di continuità: vita mutatur, non tollitur. La vita non muore e porta con sé quanto di bello ciascuno ha costruito dentro il pezzo di terra e di storia che ha abitato. E’ nella memoria di ogni scalvino il ricordo di quel prete, sobriamente elegante nel vestito e nel tratto, che con passo ora spedito, ora rallentato dal dialogo, percorreva la strada tra Schilpario e le frazioni di Pradella e Barzesto , dove amava recarsi per celebrare la messa, accompagnata da riflessioni di saggezza donate con voce calda e ricamate sulla parola divina. E’ nel ricordo di alcuni il suo raccontare di valle e di mondo, con l’animo affascinato e amorevole. Per disegnare, pur nei tempi della fatica o della sofferenza di famiglie vicine e di genti lontane, un progetto positivo per il buon domani del suo paese e il buon futuro dell’umanità, che voleva quotidianamente rifessi ne l’Eco, a distribuire speranza. Per il mondo e per la Chiesa nel mondo. L’affettuoso ricordo di chi con don Spada si raccoglieva nella liturgia mattutina, quella feriale perché la domenica era all’altare e all’organo della chiesa parrocchiale, nella chiesetta di s. Elisabetta ad caput nemorum, considerata un po’ la sua cattedrale. Di chi veniva coinvolto in memorabili partite a carte animate dalla testarda volontà di non perdere. Di chi poteva godere della mensa rustica in qualche baita sul monte, luogo strategico per una più ampia cordialità, con annessi racconti e aneddoti che fiorivano dalla variegata e dilungata esperienza del mondo ecclesiale e politico, ampiamente frequentato dalla sua postazione privilegiata, visto attraverso la lente garbata e ironica di lui che aveva appreso i sentieri spesso ingarbugliati dell’animo umano. Nel suo dire facevano storia il ministro romano e il barbone di porta nuova, i vescovi con il Papa e i poveri sull’uscio, la cronaca minuta del piccolo borgo e l’accadimento da prima pagina. Il don Andrea che abbiamo conosciuto nei chiarifcanti editoriali e nei piccoli gesti quotidiani, di cui abbiamo sentito dai suoi collaboratori al giornale, il tratto a volte impulsivo e insieme profondamente umano da buon montanaro, forgiato a immagine della stupenda roccia dei Campelli o del Pizzo Camino. Il prete che negli ultimi anni ha dovuto misurarsi con la fragilità che manifesta anche le pieghe più nascoste del carattere e che porta a una più marcata semplicità per quel vincolo che fa vicini, nel sentirsi e più ancora nel sapersi dipendenti dalla presenza, dal sostegno, dalla cura di altri

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