I BUNKER DI GHEDDAFI

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    Il bunker di Gheddaf era una città nella città. Era un vero santuario inaccessibile ricavato all’interno di un vasto trinceramento militare nel cuore di Tripoli. La villa del rais e la sua famosa tenda beduina dove riceveva gli ospiti stranieri, erano al centro del complesso, nascoste dal verde degli alberi. Sotto la casa, un passaggio segreto conduceva al labirinto sotterraneo di cemento armato che avrebbe dovuto nasconderlo e proteggerlo dalle bombe aeree e da qualsiasi attacco missilistico. Tre metri di calcestruzzo coprivano camere e corridoi, dove c’era tutto quanto poteva servire ad una lunga sopravvivenza. Oggi il bunker è saccheggiato e distrutto, ma si possono comunque ancora percorrere nel buio i corridoi sotterranei, sfregiati da scritte e graffti. Tutto quanto poteva essere asportato è stato divelto. Ci accompagnano in una visita che per tanti abitanti di Tripoli è diventato un vero pellegrinaggio, alcuni semplici cittadini che con canti e invocazioni danno sfogo ad un sentimento troppo a lungo represso. E’ proprio da questa voglia di chiudere col passato e di cominciare un nuovo cammino che potrà nascere una nuova Libia.

    LA STORIA – SERGIO DONATI: “VENNE GHEDDAFI E PARLÒ CON NOI” Costruimmo noi i bunker di Gheddafi

    Era il 1979. Sergio Donati di Valbondione era un giovane muratore (“avevo 20 anni”) quando lavorava per la Post Insubria una ditta di Filago che aveva in appalto i lavori in Libia, a Tripoli e Bendasi, ma anche in Algeria. Nella capitale libica si stavano costruendo i bunker di Gheddaf e i box sotterranei per i carri armati. “Volevo fare un po’ di esperienza all’estero, pagavano bene, 1 milione e mezzo, qualcosa di più, al mese, erano soldi. Sono partito. Gli operai erano tutti italiani, molti dell’alta Valle Seriana, di Lizzola, di Castione, di Clusone e altri paesi. A lavorare c’erano anche dei pakistani, tutti manovali. Eravamo in centro a Tripoli, nella villa di Gheddaf, da lì partivano i tunnel, con sopra tre metri di cemento armato, noi dovevamo fare quello che passava direttamente sotto la villa, poi da quello ne partivano altri, in varie direzioni”. Gheddaf l’avete mai visto? “Certo, un giorno gli ho anche parlato”. In che lingua? “In italiano, lo parlava bene, come tutti gli anziani che incontravamo in città che rimpiangevano gli italiani, quando la Libia era una nostra colonia. ‘Allora c’era tutto, adesso manca tutto’. Ma i giovani ci odiavano. Quando entravamo nei bar per chiedere un’aranciata o una coca cola, a volte rispondevano che non ne avevano, invece era dentro i contenitori dietro il banco, la vedevamo ma loro non ce la davano. Non uscivamo mai di sera e anche di giorno bisognava uscire in otto o dieci, per sicurezza”. Quindi niente alcolici nei bar. “Niente”. E quando vi veniva voglia di un bicchiere di vino? “Non c’era niente, così risparmiavamo anche i soldi, il venerdì era festa e noi andavamo al mercato, dove si comprava magari un paio di pantaloni… per la verità, nel campo dove eravamo alloggiati, che si chiamava ‘Fase 4’, sede dell’università, qualcuno dei nostri era riuscito a fare la grappa con l’uva secca…”. Non vi hanno scoperti? Non si sentiva l’odore? “Era un campus universitario molto grande, bellissimo. Venivano a prenderci con i pullman e ci portavano nella villa di Gheddaf. Lì c’erano soldati dappertutto. Quando arrivava il Colonnello bisognava interrompere i lavori, stare zitti per non disturbarlo. Un giorno ci dicono di stare fermi fno all’una del pomeriggio. Giulio Piffari, di Lizzola, che faceva lo scavatorista, all’una mette in moto l’escavatore, gli piombano addosso le guardie e lo portano in una specie di prigione. E’ intervenuto Gianni Pacati, anche lui di Valbondione, che era il capo squadra, ha spiegato cosa era successo e l’hanno rilasciato. Il bello era che, anche quando era presente Gheddaf, venivano a prenderci al campus, ci portavano al lavoro, ma passavamo tutto il giorno a far niente, nemmeno il più piccolo rumore. Quando arriva Gheddaf piantavano un tendone davanti alla villa, credo dormisse lì. Un giorno arriva Gheddaf, noi stavamo lì al lavoro e arriva da solo e ci saluta, si ferma a parlare. Dopo un attimo è arrivato un nugolo di guardie e ci hanno circondato”. Hai detto che mancava tutto e gli anziani si lamentavano. “Quando arrivava Gheddaf arrivavano anche due o tre Tir. Erano pieni di pane. Lo distribuivano alla popolazione”. Avevate rapporti con la gente? “Gli anziani parlavano italiano e con noi chiacchieravano, eravamo ben visti da loro. Ma i giovani erano fanatici, ci disprezzavano”. Costruivate bunker… “Non solo dei cunicoli che erano grandi, diciamo 2,30 di altezza per 1.30 di larghezza, ogni tanto delle stanze dove, secondo me, avranno poi messo l’oro o chissà cosa, i cunicoli andavano avanti per chilometri, in varie direzioni”. Dicono fossero, nelle varie direzioni, addirittura trecento chilometri… “Non lo so quanto, ma erano molti chilometri di sicuro. Poi però non l’hanno preso lì, mi pare di ricordare, Gheddaf… E poi c’erano i box sotterranei, anche quelli con sopra due o tre metri di cemento armato, per i carri armati, che ogni mattina venivano messi in moto, uscivano dai bunker e poi ce li riportavano”. Per quanto ci sei stato? “Otto mesi poi mi sono stufato, ero arrivato a odiarli, i libici, i giovani ci trattavano come pezzenti. Poi sono andato in Algeria, dove le cose erano un po’ diverse, non ce l’avevano con gli italiani anche se… un giorno dal pulman uno di noi ha salutato con la mano una ragazza, le camionette dei soldati ci hanno fermato, ci hanno fatto scendere tutti, hanno individuato quello che aveva salutato, era un ragazzo, e gli hanno mollato due schiaff. Ma in Libia niente donne, niente alcol, niente di niente”. E quando è stato preso Gheddaf eri contento? “Hanno fatto vedere la villa in televisione e ho detto a mia moglie, ecco, io ho lavorato lì dentro, eravamo una settantina di operai, tutti italiani. Poi hanno fatto vedere i bunker, quelli che avevamo costruito noi, soprattutto carpentieri, perché poi si andava con i getti di cemento”. Ma non è servito a niente lo stesso, Gheddaf avrà certo utilizzato quei corridoi per fuggire. L’hanno comunque preso.

    GIORGIO GORI, da “scarto” di Feltri a… NUMERO UNO della televisione

    La faccia di un ragazzo cresciuto che non ha traccia delle cicatrici della (sua) storia che pure ci devono essere state (“ma non ho mai litigato con nessuno. Sì, con uno forse sì, con… Berlusconi”), e nemmeno del tempo che passa sui registri dell’anagrafe. Giorgio Gori, 52 anni compiuti il 24 marzo è tornato a casa, nella sua Bergamo. E ha già scombussolato gli equilibri politici virtuali del centrosinistra. Di lui si parla come del futuro candidato a Sindaco della città. Se ne parla ma non ne parla, “mancano due anni, può cambiare il mondo”. Che non è proprio una smentita ma adesso che è “sceso” in politica tutto può essere, perfno che il Pd faccia delle primarie vere e che il suo amico Matteo Renzi la spunti sul candidato di apparato, il segretario nazionale Pierluigi Bersani. E questo lo sapremo ben prima di due anni. L’appuntamento è in Piazza Vecchia, cuore di città alta, a due passi dal Duomo. Lì sotto stanno lavorando per riportare alla luce (artifciale) i resti di una basilica paleocristiana. Passato per passato, tanto vale cominciare dal principio. “Sono nato a Bergamo anche se fno a dieci anni sono cresciuto a Mestre, dove mio padre Alberto si era trasferito per lavoro, a Marghera, alla Montedison. Tornammo a Bergamo appena mio padre trovò lavoro a Milano. Ho frequentato le medie alla Savoia e poi il liceo al Sarpi. Mi sono laureato in architettura al Politecnico di Milano”. Architettura? “In realtà a me è sempre interessata l’urbanistica e quella facoltà abbina creatività e concretezza. Ma quella passione si è persa per strada”. Giornalista “abusivo” La strada del giovane Gori comincia già al liceo e si indirizza sul giornalismo. “Sì. Le prime collaborazioni le ho fatte per il ‘Giornale di Bergamo’ diretto da Francesco Barbieri, poi qualche servizio alla neonata Bergamo Tv e a Radio Bergamo. Ero giovanissimo, avevo 18 anni. Nel 1981 ero ancora studente quando è stato fondato ‘Bergamo-Oggi’ con Aurelio Locati. Con lui un gruppo storico, Paolo Impellizzeri, Ildo Serantoni, Riccardo Bellentani, Ettore Carminati, Piero Degli Antoni, Roberto Papetti (che adesso dirige ‘Il Gazzettino’ a Venezia), Maurizio Belpietro (adesso direttore di ‘Libero’), Cristiano Gatti. La frase più ricorrente che mi sentivo ripetere era ‘zitto tu che sei un abusivo’. Quella degli ‘abusivi’ era una definizione derivata da una sorta di nonnismo redazionale”. Pensavi alla carriera giornalistica. “Beh, sì. Solo che il giornale andò in crisi, arrivò da Brescia Caporossi (l’imprenditore che progettò gli impianti di Montecampione e che era proIL MANAGER GIÀ DIRETTORE DELLE RETI MEDIASET ERSONAGGI proprietario di Brescia-Oggi ormai gemellato con Bergamo-Oggi –n.d.r.) e il nucleo fondatore andò a fondare il terzo quotidiano, ‘il Nuovo Giornale di Bergamo-Oggi’ che durò pochi mesi e io andai con loro”. Un giornale bellissimo, anche graficamente, ma senza futuro, quando già lo spazio allora era difficile averlo per il secondo quotidiano. “Chiuse in fretta e a sorpresa, arrivato a Bergamo-Oggi Vittorio Feltri, fui chiamato, con altri tre, in redazione. Ma durò due mesi e Feltri mi licenziò”. Perché? “Non l’ho mai saputo. Anni dopo Feltri rispose infastidito che lo aveva fatto perché non ero un buon giornalista. Allora invece mi disse che non poteva farci nulla, glielo avevano imposto. Non so chi”. Licenziato da Feltri A quel che ne seppi, parlando con Feltri (chi scrive crebbe come giornalista in quella nidiata) tutto sarebbe da attribuire a un articolo fortemente critico che avevi fatto sui nuovi progettati impianti sciistici di Colere, il che aveva “disturbato” Caporossi che stava realizzando Montecampione… “Non l’ho mai saputo. Stavo facendo il praticantato e quelle 350 mila lire di allora, vivendo in famiglia, mi garantivano un minimo di autonomia. Ma fu la mia fortuna. Per due motivi: il primo fu proprio il fatto che Feltri mi licenziò. Il secondo che lessi un articolo su ‘Bergamo 15’, che parlava di Lorenzo Pellicioli. Eravamo amici, anche se lui era più grande di me di una decina d’anni (è di Alzano Lombardo, è nato nel 1951 ed è oggi uno dei più importanti manager italiani, amministratore delegato del Gruppo De Agostini e membro del coda di Generali– n.d.r.). Lo tempestai di telefonate e dopo un po’ riuscii a parlargli. Mi propose un contrattino come assistente del Direttore del palinsesto di Rete 4, allora di proprietà Mondadori. Il Direttore si chiamava… Carlo Freccero. Con Pellicioli avevo avuto contatti per così dire ‘politici’, lui era un ‘giovane liberale’, io militavo in un gruppo studentesco fondato qualche anno prima da Andrea Moltrasio (imprenditore che ha guidato l’Unione Industriali bergamasca – n.d.r.) che si chiamava ‘Azione e Libertà’, area laico-riformista”. Beh, già assistente di Freccero, la strada era segnata. “Ma nell’agosto 1984 Mondadori vende Rete 4 a Berlusconi e nel… pacco vende anche me. Vengo chiamato a Milano 2 da Roberto Giovalli. Berlusconi aveva già Canale 5 e l’anno prima aveva comprato Italia 1 da Rusconi. Inizialmente mi occupo della programmazione dei teleflm, con Giovalli c’è un ottimo rapporto, che negli anni è diventato una grande amicizia. Nel 1988 mi fanno vicedirettore del palinsesto delle tre reti. E qui succede che Giovalli litiga con Berlusconi e se ne va. Berlusconi mi chiama e mi affida il palinsesto delle tre reti. Avevo 29 anni…”. Il gelo con Berlusconi Che tipo era, è, Silvio Berlusconi? “Uno che si circondava di persone molto diverse. Fino al 1994 è stato un imprenditore che non badava agli schieramenti, ma alle capacità…”. Ci torniamo, quando arriva il momento in cui ci litighi anche tu, come hanno fatto Roberto Giovalli, Indro Montanelli, Enrico Mentana, Carlo Freccero… E’ anche vero che Berlusconi si è circondato di persone che non erano certo della sua area politica o almeno non condividevano il suo progetto. Oltre a quelli citati bisogna ricordare anche Maurizio Costanzo… “Fino al ‘93-’94 la politica non è mai stata una discriminante. Con la sua scelta di fondare un partito invece cambia tutto. Berlusconi si aspetta che le reti tv sostengano il progetto politico, io mi metto di traverso, insieme appunto a Mentana e Costanzo, mi batto anzi perchè azienda e partito non abbiano proprio niente a che fare, e lì scende il gelo. Rapporto andato, ma dignità salva. Lui va a fare il Presidente del Consiglio, io continuo a fare il mio lavoro in assoluta autonomia”. Non te ne andasti, infatti, non ancora. Intanto però torniamo agli anni belli. “Nel 1991 con la Legge Mammì nascono le direzioni di rete e a me tocca Canale 5, dove resto fino al 1996, quando chiedo di andare a Italia 1”. L’hai chiesto tu? Non era un declassamento? “Ovviamente lo pensarono quasi tutti, ma non fu così. Ogni tanto bisogna cambiare, altrimenti ci si annoia e si lavora male. Italia 1 era in grosse difficoltà e bisognava progettare il rilancio. Sono stati due anni bellissimi, forse i più divertenti della mia esperienza a Mediaset. Ci ho portato anche Santoro! Nel frattempo però va in affanno Canale 5 e l’azienda mi chiede di tornare all’ammiraglia. Era il 1998. Sono stati gli ultimi due anni”. Da come lo dici non ti sei trovato bene. “No, anzi. Nel 2000 abbiamo addirittura portato Canale 5 a sorpassare Rai1, ma ormai era tempo di fare altro. Così nel 2001 me ne sono andato e ho fondato la mia azienda, Magnolia’, una società che produce programmi”. Ma tua moglie, Cristina Parodi, continua a lavorare a Canale 5. “Non più, ha finito questo mese, da settembre passa a La 7”. Dove ritrova Enrico Mentana. “E’ stata la prima conduttrice del Tg5, il 13 gennaio 1992”. Nel frattempo con la tua società ti sei messo a fare programmi che poi vendete chiavi in mano alle varie Tv, Rai compresa? “No, non proprio. In Italia le principali aziende di ‘broadcasting’, la Rai, Mediaset, la7, hanno studi di produzione, tecnici e macchinari. I programmi si realizzano dunque sostanzialmente in co-produzione. Le reti ci mettono l’’hardware’, le società indipendenti come Magnolia si occupano invece del ‘software’: l’idea, i contenuti, la creatività. In dieci anni Magnolia è diventata una delle più importanti società italiane, la seconda nelle produzioni di intrattenimento, con un’importante filiale in Spagna. Oggi è controllata al 100% dal Gruppo De Agostini, che proprio a partire da Magnolia ha deciso di investire in questo settore. Dall’acquisizione di Magnolia, nel 2006 è nata Zodiak, oggi terza società al mondo nella produzione dei contenuti audiovisivi e digitali. Fino al novembre scorso ne sono stato il responsabile per il Sud Europa e l’America Latina. Ma questo ormai è il mio passato”. Nel Pd con Matteo Renzi E così l’anno scorso, nel 2011, molli tutto e decidi di entrare in politica. Perché? “Perché penso che se nella vita uno ha la fortuna di ricevere, e io certamente ho ricevuto molto, poi deve trovare il modo di restituire, di fare qualcosa per gli altri. Poi perchè penso che se il Paese è in queste condizioni un po’ di responsabilità ce l’abbiamo anche noi, che abbiamo pensato che bastasse andare a votare e per il resto ci siamo interessati solo del nostro lavoro o della nostra famiglia. Non basta”. E così ti sei iscritto al Pd e ti sei messo con Matteo Renzi. “Ho sempre sognato che in Italia potesse esserci un grande partito democratico e riformista. Diciamo che il Pd è la cosa che gli assomiglia di più, pur con tutti i suoi attuali limiti. E quanto a Renzi è stato quasi un caso: un giorno me ne parla bene un amico, recupero il suo numero e gli mando un messaggio: ‘Mi farebbe piacere conoscerti’, lui risponde. E’ del ’75, praticamente è cresciuto con le mie Tv…”. Allora le “tue” Tv, che sono quelle di Berlusconi, non hanno proprio portato tutti i cervelli all’ammasso… e alla vittoria del loro proprietario. “La tv che ho fatto io no di sicuro, mi hanno addirittura accusato di averlo fatto perdere! Più in generale, nessuno è costretto a guardare la televisione, o un determinato canale. La tv commerciale cerca di andare incontro ai gusti dei suoi utenti. Sono quindi i telespettatori che danno forma al contenuto di una rete commerciale, non il contrario. Semmai sono altre le agenzie educative che in questi anni non hanno fatto il loro dovere, a partire dalla scuola e dalla tv pubblica. Le Tv commerciali fanno gli stessi programmi in tutto il mondo, perché solo in Italia abbiamo avuto uno come Berlusconi?”. Magari per la nostra democrazia culturalmente fragile? Boh, torniamo al tuo impegno politico e all’incontro con Renzi. “Ci siamo conosciuti, gli ho dato una mano per organizzare l’evento della ‘Leopolda’ , nell’autunno scorso, man mano ho capito che mi potevo fidare. Io ci metto un po’ a dare fiducia alla gente. Ho visto che la pensiamo allo stesso modo su molti temi e che con lui, con questa squadra, c’è forse la possibilità di riuscire a cambiare qualcosa. Nel frattempo studio, cerco di approfondire argomenti che non conoscevo, provo a farmi un’idea delle cose”. Nel Pd dicono che sia tu che Renzi siete di destra… “Lo diceva anche Gramsci di Turati. È una storia che va avanti da un secolo, massimalisti che accusano i riformisti d’essere di destra. Dici Tony Blair e c’è sempre qualcuno che storce la bocca, preferiscono essere perdenti”. La resistenza dell’Apparato Sì ma la base del Pd non vi ama. “Vediamo di fare delle vere primarie e poi si vedrà, un conto è l’apparato e un conto sono gli elettori”. Ma avete un progetto fruibile? Finora non si è visto, a parte la trovata dei “rottamatori”. “Il ricambio della classe politica non è una trovata, è la richiesta della maggior parte degli italiani. Ma è solo il punto di partenza. Il 22-23 giugno faremo a Firenze un meeting con mille amministratori locali, non deputati e senatori, ma sindaci, assessori e consiglieri comunali. I Comuni stanno subendo danni gravissimi, altro che federalismo, gli hanno tolto anche quel minimo di autonomia, centralizzando anche la tesoreria. Ripartiamo da chi opera sul territorio, conosce i problemi dei cittadini e prodiga per risolverli. Questi sono i ‘tecnici’ di cui ha bisogno il Paese. Per le primarie aspettiamo di conoscere le regole, giusto per evitare di avere sorprese. E’ chiaro che l’apparato fa resistenza, a tutti i sindaci è già stato chiesto di firmare per Bersani, usano i mezzi di comunicazione del partito per sostenerne la candidatura. Alla festa provinciale del Pd nemmeno mi hanno invitato. Se vuoi sono tutte conferme della necessità di un vero cambiamento”. E tu stai facendo le prove generali per candidarti a sindaco di Bergamo? (ride). “Ho già risposto all’inizio, da qui a due anni chissà dove saremo!”. E delle Tv? “Basta!” Se ne va, Piazza Vecchia è quella di sempre, c’è una scolaresca che fa chiasso dietro a noi e dall’alto rimbomba il campanone, batte cento colpi e sembrano quelli che fanno da spartiacque tra il carnevale e la quaresima (o viceversa, che poi è un augurio).

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