LA CHIESA AL BIVIO DEMOCRAZIA

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    E’ un periodo cruciale per la Chiesa. Non per la fede, mai cercata tanto da tanti, ma per la struttura che da S. Paolo in poi la Chiesa si è data nei secoli. Ha vissuto altri tempi diffcili, come il passaggio da un potere temporale ritenuto essenziale (si è visto poi quanto a torto) a quello spirituale. “Potere” è un termine ricorrente, ma non scontato. Oggi pare in gioco proprio quel termine, quel “potere” che era per essenza assoluto, l’ultimo restato sulla madre terra dopo le varie rivoluzioni più o meno riuscite che hanno condotto alle democrazie con l’abolizione dei regnanti (quelli rimasti sono di facciata). L’investitura del “potere” dal cielo, per “unzione divina”, scossa e rimossa da quei movimenti prima teorici (i grandi intellettuali) e poi popolari che hanno condotto alla concretizzazione, più o meno riuscita, della democrazia (potere del demos, cioè del popolo), non aveva mai sforato con questa evidenza la gerarchia ecclesiastica, al punto che i “contestatori” hanno prodotto scismi, non dibattito e riforme. Il primato di Pietro e del suo successore subiscono oggi non l’attacco di eretici da scomunicare, ma la subdola e quindi inafferrabile contestazione dei nuovi mezzi di informazione. Che si fanno portavoce di voci afone, domande spesso inespresse. E’ vero che ogni “notizia” esce comunque dalla bocca dell’uomo (i “corvi”) e che non è quello che entra dalla bocca che “contamina” l’uomo, ma quello che ne esce, ma resta il fatto che il “popolo cristiano” pretende oggi quello che non aveva forse mai osato, non con questa evidenza, chiedere in passato: chiarezza e trasparenza. Perché non sono in discussione i dogmi e nemmeno, come si sente dire, il Concilio Vaticano II. Roba che resta discussa negli ambienti dei preti. Nessuno ha contestato la liturgia se non i Vescovi conservatori. I “fedeli” hanno accettato tutto, in silenzio: anche perché prima non capivano nulla (la liturgia in latino) e adesso anche nella traduzione in pochi riescono ad afferrare il signifcato. Lo accettano per tradizione, in una sorta di agnosticismo sostanziale e coinvolgimento formale. Il Papa che convoca una sorta di “gran Consiglio” di Cardinali è un segno diverso da quello conciliare. Papa Giovanni XXIII, di fronte a un passaggio altrettanto cruciale che aveva avvertito come Vescovo, aveva scavalcato la Curia e il suo potere e aveva convocato tutti a Roma per discutere su come la Chiesa dovesse affrontare i nuovi temi che il mondo proponeva. Le risposte più ardite sono state soffocate, ma non è che rimuovendo le parole si rimuovono i problemi. Che si sono quindi incancreniti. Il Concilio non poteva ridursi a una riforma liturgica, quella era “forma” non “sostanza”. Eppure è successo e basta sentire le omelie noiose, ripetitive, banali di tanti parroci che sbarcano il “lunario” liturgico ripetendo frasi che non trapassano i cervelli e tanto meno i cuori. Papa Benedetto XVI, invece di un Concilio, convoca cinque o sei Cardinali per avere consigli sulla gestione della Chiesa. Anziani. Che non possono che confortarlo nella linea di conservazione, non cogliendo le nuove domande del popolo fedele. Usque tandem, fno a quando? Si confda nella “resistenza” millenaria ad ogni cambiamento. Ma se resta solo il formalismo frana anche la fede. Di cui c’è vasta richiesta. La fede sarà anche un dono, ma va poi conservata e qualcuno deve indicare come, viste le sollecitazioni relativistiche e materialiste. Quando sulla fede si sono accumulate troppe incrostazioni ormai evidentemente datate, si cercano risposte altrove. La Chiesa Cattolica in Italia è ancora privilegiata, non corre rischi vistosi. Ma già i Media (prima libri e flm, adesso anche giornali e tv), irriverenti con il “potere” politico (non altrettanto con quello fnanziario), stanno studiando l’assalto alla cittadella che non è tanto di Dio quanto dei suoi rappresentanti sulla terra e della loro presunzione di essere intoccabili. Come i divieti attirano i trasgressori, i “sacri corridoi” attirano i profanatori. Che poi uno, come Nenni quando andò al governo, magari cerca invano la stanza dei bottoni, il sancta santorum che si illude di trovare in qualche anfratto segreto. Finendo però per trovare in qualche armadio qualche scheletro di troppo. Come in effetti è accaduto. Cristo mise Pietro a capo degli Apostoli. Ma non pretese di farne un modello di struttura eterna, anzi, gli Atti degli Apostoli raccontano tutt’altro. Semplicemente ci si adeguava ai tempi e ai modelli esistenti. Oggi la Chiesa è al bivio-democrazia. E’ meglio muoia un modello obsoleto di “potere” purché non si perda la sostanza, la fede. Di cui c’è una fortissima domanda. E di cui scarseggia l’offerta. Per banalizzare, sembra che a una fortissima richiesta di aranciata, ci sia una grande offerta di gazzosa

     

    E’ un periodo cruciale per la Chiesa. Non per la fede, mai cercata tanto da tanti, ma per la struttura che da S. Paolo in poi la Chiesa si è data nei secoli. Ha vissuto altri tempi diffcili, come il passaggio da un potere temporale ritenuto essenziale (si è visto poi quanto a torto) a quello spirituale. “Potere” è un termine ricorrente, ma non scontato. Oggi pare in gioco proprio quel termine, quel “potere” che era per essenza assoluto, l’ultimo restato sulla madre terra dopo le varie rivoluzioni più o meno riuscite che hanno condotto alle democrazie con l’abolizione dei regnanti (quelli rimasti sono di facciata). L’investitura del “potere” dal cielo, per “unzione divina”, scossa e rimossa da quei movimenti prima teorici (i grandi intellettuali) e poi popolari che hanno condotto alla concretizzazione, più o meno riuscita, della democrazia (potere del demos, cioè del popolo), non aveva mai sforato con questa evidenza la gerarchia ecclesiastica, al punto che i “contestatori” hanno prodotto scismi, non dibattito e riforme. Il primato di Pietro e del suo successore subiscono oggi non l’attacco di eretici da scomunicare, ma la subdola e quindi inafferrabile contestazione dei nuovi mezzi di informazione. Che si fanno portavoce di voci afone, domande spesso inespresse. E’ vero che ogni “notizia” esce comunque dalla bocca dell’uomo (i “corvi”) e che non è quello che entra dalla bocca che “contamina” l’uomo, ma quello che ne esce, ma resta il fatto che il “popolo cristiano” pretende oggi quello che non aveva forse mai osato, non con questa evidenza, chiedere in passato: chiarezza e trasparenza. Perché non sono in discussione i dogmi e nemmeno, come si sente dire, il Concilio Vaticano II. Roba che resta discussa negli ambienti dei preti. Nessuno ha contestato la liturgia se non i Vescovi conservatori. I “fedeli” hanno accettato tutto, in silenzio: anche perché prima non capivano nulla (la liturgia in latino) e adesso anche nella traduzione in pochi riescono ad afferrare il signifcato. Lo accettano per tradizione, in una sorta di agnosticismo sostanziale e coinvolgimento formale. Il Papa che convoca una sorta di “gran Consiglio” di Cardinali è un segno diverso da quello conciliare. Papa Giovanni XXIII, di fronte a un passaggio altrettanto cruciale che aveva avvertito come Vescovo, aveva scavalcato la Curia e il suo potere e aveva convocato tutti a Roma per discutere su come la Chiesa dovesse affrontare i nuovi temi che il mondo proponeva. Le risposte più ardite sono state soffocate, ma non è che rimuovendo le parole si rimuovono i problemi. Che si sono quindi incancreniti. Il Concilio non poteva ridursi a una riforma liturgica, quella era “forma” non “sostanza”. Eppure è successo e basta sentire le omelie noiose, ripetitive, banali di tanti parroci che sbarcano il “lunario” liturgico ripetendo frasi che non trapassano i cervelli e tanto meno i cuori. Papa Benedetto XVI, invece di un Concilio, convoca cinque o sei Cardinali per avere consigli sulla gestione della Chiesa. Anziani. Che non possono che confortarlo nella linea di conservazione, non cogliendo le nuove domande del popolo fedele. Usque tandem, fno a quando? Si confda nella “resistenza” millenaria ad ogni cambiamento. Ma se resta solo il formalismo frana anche la fede. Di cui c’è vasta richiesta. La fede sarà anche un dono, ma va poi conservata e qualcuno deve indicare come, viste le sollecitazioni relativistiche e materialiste. Quando sulla fede si sono accumulate troppe incrostazioni ormai evidentemente datate, si cercano risposte altrove. La Chiesa Cattolica in Italia è ancora privilegiata, non corre rischi vistosi. Ma già i Media (prima libri e flm, adesso anche giornali e tv), irriverenti con il “potere” politico (non altrettanto con quello fnanziario), stanno studiando l’assalto alla cittadella che non è tanto di Dio quanto dei suoi rappresentanti sulla terra e della loro presunzione di essere intoccabili. Come i divieti attirano i trasgressori, i “sacri corridoi” attirano i profanatori. Che poi uno, come Nenni quando andò al governo, magari cerca invano la stanza dei bottoni, il sancta santorum che si illude di trovare in qualche anfratto segreto. Finendo però per trovare in qualche armadio qualche scheletro di troppo. Come in effetti è accaduto. Cristo mise Pietro a capo degli Apostoli. Ma non pretese di farne un modello di struttura eterna, anzi, gli Atti degli Apostoli raccontano tutt’altro. Semplicemente ci si adeguava ai tempi e ai modelli esistenti. Oggi la Chiesa è al bivio-democrazia. E’ meglio muoia un modello obsoleto di “potere” purché non si perda la sostanza, la fede. Di cui c’è una fortissima domanda. E di cui scarseggia l’offerta. Per banalizzare, sembra che a una fortissima richiesta di aranciata, ci sia una grande offerta di gazzosa.

    Castione apripista fusione parrocchie Un esempio: “Beh, a Castione per esempio pochi hanno notato che nel valzer di cambio parroci non è stato nominato nessun sostituto a Don Alessandro Baronchelli, l’attuale parroco che andrà a fare il vicario in Val di Scalve, non è stato nominato nessuno perché l’intenzione è quella di nominare al posto di un parroco un amministratore parrocchiale che traghetti il paese per un anno, non di più per arrivare poi alla vera rivoluzione”. E cioè? “Quella di unire le parrocchie di Castione, Dorga e Bratto che sinora hanno tre parroci in un’unica parrocchia con un unico parroco, ma prima bisogna preparare il terreno”. I “rifuti” per Clusone C’era molta attesa per la nomina del nuovo arciprete di Clusone e la notizia svelata dal nostro giornale in anteprima ha creato qualche malumore: “Clusone è una piazza particolare, non tanto per gli 8000 abitanti ma per l’importanza del paese, la vera capitale della Val Seriana, che però è in affanno, prima di Don Borlini, che è appena stato nominato, erano stati contattati anche altri sacerdoti, ma la parrocchia di Clusone si trascina tanti, troppi debiti e questo ha frenato molto. Un paese dove ci sono tanti sacerdoti che ultimamente hanno avuto problemi con chi ha gestito la parrocchia, insomma, una piazza diffcile sotto tanti punti di vista”. L’Eco in stile feltriano E poi ci sono i cosiddetti livelli superiori: “Si parla tanto di attese rivoluzioni ma in realtà la rivoluzione vera e propria è cominciata da tempo, quando il nostro Vescovo Francesco Beschi ha sorpreso un po’ tutti sostituendo il ciellino Ettore Ongis con Giorgio Gandola alla guida de L’Eco di Bergamo, Gandola che non è molto amato da CL e Lega, proprio le due correnti che invece sostenevano Ettore Ongis, la prima rottura è stata proprio questa. E con l’addio di Ongis si è squagliato il gruppo di redazione vicino a Ongis. Gandola è un ottimo direttore ma non è omologabile, qualcuno al nostro interno lo chiama affettuosamente, ma non troppo, una scheggia impazzita, cerca il risultato, che è il recupero delle copie perdute da L’Eco negli ultimi anni e così spara titoloni ad effetto, uno stile feltriano non sempre amato da tutti in Curia”. Promoveatur ut amoveatur E cosa c’entra questo con gli altri poteri ‘forti’? “C’entra, eccome. Alcuni Media in questi giorni hanno parlato di una possibile sostituzione del delegato per la cultura e la comunicazione Mons. Alberto Carrara in quanto si sarebbe scontrato col vescovo Francesco Beschi per la sua idea di smantellare il museo diocesano Adriano Bernareggi che si trova in Via Pignolo per spostarlo al duomo di Bergamo, idea opposta a quella di Beschi. In realtà Alberto Carrara era già stato ‘bocciato’ con la sua… promozione a delegato per la cultura e comunicazione, sembra un controsenso ma non lo è”. Cioè: “Beh, Carrara era uno dei papabili a poter diventare direttore de L’Eco di Bergamo, il Vescovo Francesco Beschi avrebbe così stoppato la sua possibile nomina dandogli l’incarico qualche mese prima della sostituzione del direttore dell’Eco di Bergamo Ettore Ongis. In questo modo le possibilità di diventare direttore per Monsignor Carrara si sono azzerate. Ma non dovrebbe essere sostituito da delegato alla comunicazione come qualcuno ipotizza, è stato nominato da poco più di un anno, troppo poco perché la Curia prenda decisioni di questo tipo, a meno che non succeda davvero qualcosa di grosso”.

    Cl in disgrazia Chi invece potrebbe cambiare davvero è Mons. Vittorio Bonati, delegato vescovile per le scuole cattoliche di ogni grado: “Si parlava già da tempo di un suo addio soprattutto per motivi di salute, ha avuto problemi negli ultimi tempi e adesso come se non bastasse si è abbattuto il ciclone Comunione e Liberazione. Perché Bonati è molto vicino a CL e quanto sta succedendo a Formigoni non è un gran biglietto da visita, soprattutto perché le importanti scuole cattoliche bergamasche gestite proprio da CL e cioè La Traccia, Imiberg, Ikaros hanno grossi problemi economici. L’idea è quella di sparigliare le carte e nominare una fgura che con CL non ha niente a che fare”. Vescovo in pectore Mons. Maurizio Gervasoni è diventato parroco di Santa Lucia, Gervasoni uno dei nomi più gettonati nella Curia bergamasca: “Non solo parroco ma anche Vicario episcopale della città. Qualcuno ipotizza una sua nomina a Vescovo in qualche città italiana per il prossimo anno ma non sarà così. Con il nuovi incarico di parroco si farà per così dire le ossa per qualche anno e dopo sì, diventa sicuramente uno dei Vescovi papabili per qualche città italiana ma ci vorranno almeno ancora 4 o 5 anni, però le basi sono tracciate”. Il tesoriere e 230 milioni di euro E poi c’è il delegato delle attività economiche e dei beni culturali Mons. Lucio Carminati: “Che potrebbe davvero andarsene perché chiaramente è quello che ha più potere all’interno della Curia, perché anche all’interno della Curia la pecunia conta, anche se il suo sostituto potrebbe arrivare non prima di un paio d’anni perché Carminati sta portando a termine un’operazione economica che richiede tempo, con la consulenza della società Castello di Milano sta creando un super fondo immobiliare di 230 milioni di euro. Un unico fondo che comprende un patrimonio immobiliare consistente inglobando anche importanti stabili ereditati o inutilizzati dalla diocesi ma anche tutti gli afftti che la Curia riscuote e a fanco di questo mega fondo bisogna anche capire cosa c’è dentro la società della curia Alex Servizi, una società che opera e tratta azioni, transazioni fnanziarie e immobiliari, insomma operazioni per qualcuno discutibili ma che permettono a nostra Madre Chiesa di stare in piedi più che decentemente, è chiaro che questo è un vero ruolo chiave e il Vescovo Francesco Beschi deve ponderare bene la decisione”. E intanto gli incontri formali e… informali continuano: “Perché la Chiesa non va in vacanza, si sta lavorando per la seconda serie di spostamenti, quelli che riguardano una minor parte di preti ma che sono comunque importanti, comunicazioni che verranno date più avanti”, corvi e cornacchie permettendo. il P L’INTERVISTA ERSONAGGI Arabe

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