Settembre 2020 – Clusone – Marco & Francesca, fratello e sorella, quel rene da donare, il Covid, la morte, quel carro funebre con 40 bare…

Francesca & Marco, sorella & fratello, Barzasi, da Clusone. Uniti, tanto, anche prima, anche ora, anche dopo. Un legame fortissimo, che va oltre il Covid che si è portato via Marco. Di storie di Covid ne abbiamo raccontate tante in questi mesi ma ne stanno arrivando ancora tante e alcune come questa di Marco e Francesca restano e resteranno indelebili. Perché sono storie che mischiano cuore, malattia, speranza, sofferenza e tanto, tanto amore. Francesca stava per donare un rene a Marco. Era tutto pronto. Poi il covid. E Marco se ne è andato “Marco era in dialisi – comincia Francesca – io e lui siamo sempre stati legatissimi”. Marco, 56 anni, Francesca un paio di più, Marco, 3 figli, nonno. Francesca due figli, anche lei nonna: “La dialisi io e Marco la conoscevamo bene, nostra madre ci era già passata, e purtroppo è morta. Io dissi a Marco che non avrei permesso che lui facesse quella fine, e che volevo donargli il rene. Lui si era commosso e aveva accettato. Così avevamo cominciato la trafila degli esami per capire la compatibilità che tra fratelli è molto alta e infatti eravamo compatibili. Quando mancavano pochi esami prima di fare il trapianto hanno scoperto che Marco aveva un tumore proprio sul rene. Glielo asportano e il trapianto viene sospeso. Dovevamo aspettare tre anni per capire se fosse guarito dal tumore al rene e cosi abbiamo fatto, intanto lui ha fatto tutte le cure necessarie. Passano i tre anni, l’oncologo gli dà il via libera, il trapianto si può fare. E decidiamo di farlo. Ero ancora giovane ma non mi interessava, ciò che mi interessava era vedere Marco star bene, io e lui siamo sempre stati molto legati. Siamo cresciuti con mia madre, nostro padre è morto che eravamo piccoli e tra noi c’è sempre stato un forte legame”. Tutto pronto questa volta, nessun intoppo medico, gli esami sono ok e Francesca e Marco sono pronti a unirsi ancora di più, un rene in comune. Siamo a fine febbraio, l’ultimo colloquio medico e il via libera è messo nero su bianco. Inizi di marzo. “Marco comincia ad avere la febbre, lui va sempre in dialisi – racconta Francesca – gli chiedo se gli hanno fatto il tampone in ospedale, glielo fanno, per un paio di giorni stiamo in ansia, poi telefonano, tampone negativo, un sollievo. La febbre però non passa, ha un po’ di tosse, ma non molta. Gli chiedo se fatica a respirare ma non ha nessun problema in quel senso. Torna in dialisi, gli rifanno il tampone, due giorni dopo arriva la telefonata, è positivo. Ci siamo allarmati, ma Marco era tranquillo, ci ha detto che il peggio era passato, che cominciava a sfebbrarsi”. Marco e Francesca abitano nella stessa casa, su piani diversi. “E’ il periodo del lockdown, ci sentivamo al telefono, eravamo in quarantena, dopo un paio di giorni mia cognata mi chiama e mi dice che Marco ha 42 di febbre, che sta male, telefonate al medico e gli viene prescritto un farmaco che gli viene iniettato, glielo inietto io. E’ giovedì sera, in un impeto lo abbraccio e lo bacio, anche se non avrei dovuto farlo, ma non ce la facevo a resistere. Volevo fargli sentire l’amore. Il venerdì mattina la febbre è scesa. Riesce ad andare in bagno da solo, si sente meglio. Il giorno dopo, il sabato, deve andare in dialisi, è il 14 marzo, lo porta suo figlio, di solito Marco andava da solo a fare la dialisi ma questa volta è diverso, non ce la fa da solo, non sapevo che quella volta sarebbe stata l’ultima in cui l’avrei visto. Lui solitamente usciva dalla dialisi dopo mezzogiorno, alle 12,15 mi chiama mia cognata che hanno ricoverato Marco a Seriate, la febbre si è alzata e la saturazione era a 62, bassa. Ci siamo allarmati. Parlo al telefono con Marco, che mi dice di non preoccuparmi, che lo ricoverano un paio di giorni per alzargli l’ossigeno, che lui non si sente poi così male. Alle 20 lo sento ancora, è in ambulanza a Seriate, ancora in fila, mi dice che ne ha ancora sei prima di lui, dalle 13 che è lì, in quel momento ho capito l’ecatombe che stavano vivendo gli ospedali in quei giorni”. Come ti sembrava Marco al telefono? “Fiducioso, sapeva che non potevamo andare a trovarlo ma lui mi diceva che tanto era questione di pochi giorni. Lo sentivamo al telefono tutti i giorni, dopo due giorni ci dice che non sa se riuscirà a chiamarci tutti i giorni perché gli mettono il casco, ma nonostante il casco chiamava, non lo capivamo molto ma l’importante era sentirlo. Dopo una settimana di casco glielo tolgono, la saturazione era salita a 92, un sollievo ma la sera era ridiscesa e glielo hanno rimesso. Abbiamo continuato a sentirlo ma i giorni cominciavano ad essere tanti e lui era sempre più stanco. Nel frattempo abbiamo finito la quarantena, erano passati 22 giorni senza uscire di casa, vedevo mia cognata sulle rampe delle scale e ci scambiavamo qualche opinione su Marco. Siamo al 7 di aprile, martedì, il venerdì ci hanno chiamato che aveva le piastrine altissime, la cura del Papa Giovanni non aveva funzionato, stavano aspettando la cura dell’artrite reumatoide. Il lunedì ci chiama Marco e ci dice che è stanco, che respira male, di non preoccuparci perché quando fa la dialisi poi sta meglio, era in viva voce. Quando gli parlo mi chiede di togliere il viva voce, mi dice che è stanco, che non ce la fa più, che sta per raggiungere la mamma, io comincio a piangere, gli dico di non mollare. Riattacchiamo. Mia cognata mi chiede cosa c’è, le dico che non c’era nulla di particolare, avevamo solo parlato della mamma, non volevo preoccuparla. Intanto in tv dicono che uno dei metodi per far passare il tempo nel periodo del lockdown è quello di sistemare le vecchie foto, le prendo e riempio il tavolo. Ce ne sono tantissime di me e Marco, entra mio nipote, gli mostro una foto e gli dico ‘guarda come era figo tuo padre’, non parla, lo guardo e mi dice: papà sta morendo, hanno interrotto la dialisi e l’hanno sedato, ci hanno detto di aspettare la telefonata”. Francesca si ferma, ha gli occhi lucidi, ricomincia: “La sera stavo guardando il tv e dicono che a Pavia stanno testando con successo una cura col plasma, d’istinto mi metto un giubbotto e prendo le chiavi della macchina, mio marito mi guarda ‘dove vai?’, ‘vado a prendere una sacca di plasma e la porto a Seriate’, capisco che è impossibile e irrazionale ma non lo so, mi era scattato qualcosa. Il mattino ci siamo ritrovati tutti insieme a guardare il telefono, solitamente aspettavamo la chiamata, quel giorno era il contrario, speravamo solo non suonasse e invece alle 10,30 è suonato, Marco era morto. Era l’8 di aprile”. Francesca si commuove: “Sono stata una delle poche fortunate che lo ha visto morto, conoscevo bene l’addetto delle pompe funebri di Clusone, ci ha chiamato e ci ha detto che se volevamo andare a Seriate e lo aiutavamo a caricare la cassa mortuaria potevamo portarlo subito al cimitero di Clusone, sono partita subito con mio nipote. Non mi scorderò mai quello che ho visto, impressionante, ho visto mio fratello sotto un lenzuolo che puzzava di disinfettante, ho visto un via vai infinito di carri funebri che entravano e uscivano, ho visto una quarantina di bare nel lasso di un paio d’ore, sentivo risuonare sirene, un incubo, nessun film dell’orrore era paragonabile all’orrore che ho visto lì. Ricordo in particolare un’agenzia funebre di Bergamo che era venuta con un camion e aveva caricato una ventina di bare tutte insieme”. Com’è il dopo? “Nell’immediato vivi in una specie di bolla, non puoi condividere il dolore con nessuno, ho accompagnato alla morte mia mamma, mio suocero ma un conto è potergli tenere la mano, ma Marco è morto solo. Io e Marco siamo sempre stati legatissimi, lui è stato padrino dei miei figli, il loro testimone di nozze, siamo cresciuti insieme senza padre e anche il donargli il rene sarebbe stato un altro modo di vivere insieme per sempre”. Quel per sempre che ora continua da un’altra parte. Dove davvero il per sempre è infinito.