La terra trema

    (p.b.) La terra trema sotto le nostre certezze, costruite su fondamenta di sabbia. E il brivido è corso di notte, mentre la gente rovistava le solide provviste che garantivano l’eternità, dentro i muri intimi che si sono aperti come un sipario, cogliendoci nel gesto segreto della presunzione. Il brivido ha scosso i muri, la stanza, l’aria, il pensiero, la voglia, il geranio, il cassetto dei segreti, la lampada, il bicchiere, il libro, la poltrona, la bottiglia, la calcina del muro antico, la croce, il letto sfatto, la tenda, i vetri, l’urlo, gli occhi, la paura, l’odio coltivato e l’amore sopito. I sopravvissuti adesso conoscono il tempo alzando le mani nude con le unghie rotte di disperazione, compassione, rabbia, amore, pensieri e parole poche, colti nell’attimo vuoto dell’aria di nuovo ferma, la terra di nuovo quieta, sopra le macerie e la miseria del nuovo sole dopo il terremoto.

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    C’era scritto, su un muro sopra Amatrice, dove coltivammo (per dovere civico) la stupidità di prepararci a una guerra da assaltatori di montagne brulle: “Se dev’essere cosa segreta, non innamorarti a Preta”. Preta era un paesino appena sopra la cittadina adesso ridotta a macerie, dove scendevamo certe sere a fare bisbocce giovanili nelle osterie, ascoltando vecchi che raccontavano storie da camposanto di un prete che amò una monaca. I muri, adesso sgretolati, strappavano sentimenti.

    In una di queste sere di fine estate sto lì sul sagrato a rivangare malinconie da vecchi con un prete coetaneo e leggiamo la nostra storia da angolazioni diverse, lui nella periferia di un risveglio della sua Chiesa imbalsamata, scossa dalla rivoluzione conciliare, io di un 68 vissuto da montanaro, lontano dagli epicentri delle illusioni. Volevamo cambiare il mondo ma è il mondo che ha cambiato noi. Ma resta per tutti il mistero irrisolto e solo rimosso della vita e della morte. Per trovare qualche sintonia ricordo l’apologo della signora che salì sul treno e si mise ad arredare il piccolo scompartimento con un vaso di fiori e appendendo tendine al finestrino. La presero per matta, ma in fondo è quello che facciamo noi sani di mente da presunti padroni del nostro tempo, quando piantiamo paletti e recinzioni di possesso catastale di terre pro tempore. Poi arriva un brivido che ci fa mancare quella terra sotto i piedi.

    Ho visto quell’immagine dei tre tenori della politica europea, con i leggii su cui c’erano fogli di vanità, parole nel vento, sullo sfondo del mare di Ventotene. Ho provato a cancellate quei tre e trovare solo il mare, “portami lontano a naufragare, via via via da queste sponde, portamo lontano sulle onde” (Battiato). Abbiamo bisogno di alzare gli occhi, vedere (con Leopardi) orizzonti anche non infiniti, che non siano chiusi da siepi posticce. Ma già domani è un altro di questi giorni e “al travaglio usato ciascuno in suo pensier farà ritorno”.