benedetta gente

    No che non sventolavano i tricolori per il 4 novembre, fradici di pioggia battente, cortei frettolosi e semideserti, i bandisti rifugiati sotto qualche porticato per non bagnare gli ottoni, i discorsi di circostanza, anche questi letti in fretta, saltando qualche passaggio, il richiamo all’onore ai Caduti che stanno lì in lunghi elenchi suddivisi a volte a seconda delle troppe guerre del secolo breve. La corona d’alloro subito fradicia come i cappotti che gli ombrelli non riescono a riparare e le donne a casa li metteranno ad asciugare appesi come i fantasmi dei soprabiti impermeabilidell’Eresia cataradi Pirandello nell’aula deserta mentre il professore tiene una lezione illudendosi che ad ascoltarlo ci sia l’aula piena di studenti di cui, miope e nell’oscurità, intravede le sagome immobili.

    Così i discorsi dei sindaci o di chi per essi che si illudono di emozionare uditori distratti, intenti a ripararsi e impazienti di mettersi in corteo verso la chiesa, che almeno le chiese hanno il tetto e peccato che il prevosto sia tirchio e non accenda ancora il riscaldamento con la scusa che le elemosine scarseggiano e c’è qualche buontempone che gli fa il torto di mettere un centesimo e non ci sta più con le spese della parrocchia.

    Il tricolore della fascia del sindaco scompare sotto l’ombrello che l’assessore si è portato quello maxi e per deferenza acquisita cerca di riparare soprattutto il primo cittadino con il risultato che ha una spalla che gocciola e rischia dolori reumatici.

    Il vigile porta impettito il gonfalone infagottato nel cellophane, visto quello che è costato, sfilano i rappresentanti delle varie armi, gli alpini i più sprezzanti del pericolo di una polmonite fulminante, quasi nulla la rappresentanza di genere femminile. In chiesa il prevosto fa un’omelia improntata sulla pace tra gli uomini, che imparino a sopportarsi perdinci… no, l’imprecazione gli è rimasta in gola, è un prete brusco di suo, stanco di predicare al vento.

    Poi tutti a casa, un tempo ci sarebbe stato il pranzo tra combattenti e reduci e sia gli uni che gli altri ormai sono pressoché estinti e quelli che restano hanno un’età che non è il caso di esporsi al maltempo di questi tempi da lupi che nessuno più nemmeno vuole sapere perché si è andati in guerra, contro chi a e fare che, che certi giorni i nipotini ti guardano con l’aria di compatirti, della serie “perché non ti sei fatto i fatti tuoi” invece di rischiare la pelle per la libertà che sembra una parola vuota, adesso che ognuno vuole la sua a costo di limitare quella altrui.

    Il paradosso è che in questi tempi in cui si votano in massa i partiti “sovranisti”, con una concezione di autarchia (che riecheggia il ventennio fascista) e di un “fai da te” nazionalista, i tricolori siano fradici di pioggia, ma soprattutto di indifferenza.