benedetta gente

    Volano gli stracci e volano basso. La crisi della democrazia ha intaccato anche la parte sana, il Comune. Liste uniche, addirittura ci sono Comuni già “commissariati” senza andare al voto (tre in provincia di Bergamo), il deserto di gente che non sa guardare oltre la siepe leopardiana, miopi, incapaci di vedere orizzonti per il proprio paese in cui continuano a vivere da separati in casa, ognuno per conto proprio, tutti occupati a rivendicare servizi che dovrebbero piovere dal cielo, come la biblica manna e si pretende che qualcuno la raccolga per noi. C’è stato un tempo, oh sì, c’è stato, raccontatelo ai vostri figli e nipoti che quel tempo c’è stato, in cui diventare sindaco del proprio paese era un onore. E per arrivare a tanto c’era da fare gavetta, ci educavano fin dalle scuole a “vedere” oltre, perché il paese che era nel bisogno sapeva di che cosa aveva bisogno. Oggi ognuno conosce il “proprio” bisogno, al netto di quelli indotti dai social con pubblicità sublimali che manco ci accorgiamo di assorbire, bisogno individuale che non diventa collettivo, anzi, spesso si scontra con il bisogno altrui.

    Ci hanno convinto che “sono tutti ladri”. E le notizie che ci piovono addosso sembrano avvalorare il giudizio generico, impietoso. “Tutti ladri” perché non conosciamo nessuno e tanto vale farne un fascio, perfino nei paesi c’è un analfabetismo di conoscenza, un saluto di circostanza, qualche pettegolezzo e poi ognuno chiuso in casa propria, si esce fuori e lì è già terra di nessuno, non più “roba di tutti” che quando noi ragazzi d’antan giocavamo alla guerra e rompevamo un lampione, il passante era autorizzato a riprenderci se non a punirci sul campo perché si sentiva “proprietario” di quel lampione, che poi nessuno di noi andava a casa a piagnucolare, perché c’era un progetto educativo condiviso e anche quando si faceva a botte la cosa finiva lì, gli adulti avevano altro cui pensare, le regole non scritte valevano per tutti.Turnavi a cà la sera, e la mia mamma / la me nettava el nas tutt spurch’de sang’ / perchè la legge l’era de dài via, / ma l’era anca quella de ciapànn!” (Jannacci). Oggi siamo in competizione con il mondo conosciuto e anche con quello sconosciuto che ci fa ancora più paura, perché alla fine quando si sceglie da stare per conto proprio non ci si dovrebbe meravigliare di scoprirsi soli.

    Qualcuno, più o meno scientemente, ci ha convinti che dobbiamo pensare solo a noi stessi, anche lo slogan “padroni a casa propria” è stato interpretato non come collettività ma come individui che escono al mattino sapendo che il mondo fuori è pronto a fregarti se appena ti distrai un attimo e se rallenti la corsa ti calpestano, perché siamo tutti maramaldi e sappiamo come calpestare chi cade. Quando cadiamo noi, alziamo alte lamentazioni come quelle di Geremia profeta, “prendendocela con le stelle come gli eroi del Metastasio” direbbe Manzoni, della serie “aveva ragione Paolo Fox, ho l’oroscopo contro fino a dicembre”.

    Pochi hanno un progetto in testa, bisognerebbe fare questo e quest’altro per il paese, qui farei, qui disferei, magari sono progetti campati in aria e vanno a scontrarsi con chi ha idee diverse. Oggi conosco candidati che candidamente mi hanno confidato che vorrebbero essere eletti perché sono disoccupati e così per cinque anni con l’indennità risolvono i “loro” problemi. E quelli capaci sono scoraggiati dal marasma di insulti che chiunque prenda una decisione o esprima un parere riceve su facebook, una cloaca di sfoghi di risentimenti, più che di sentimenti.

    Serve sapere quando il degrado è cominciato? Dall’urbanistica, dalla cancellazione del concetto di risparmio di territorio, le case addossate le une alle altre, perché la terra è la risorsa, è la vita. Ognuno ha voluto e preteso di costruirsi la casa come i signori in villa. Se si sceglie di isolarsi, il resto segue, come le salmerie l’esercito.

    Ricominciamo, gente. Ridiamo dignità e rispetto a chi si addossa l’onere di intercettare e interpretare i bisogni collettivi del nostro paese, facendo faticosamente sintesi e progettando il futuro del “nostro” paese. Rieduchiamo alla democrazia fin dalle scuole, i consigli comunali dei ragazzi non devono essere orpelli, con programmi al limite della banalità. Insegniamo ai ragazzi a votare al meglio chi sa vedere oltre la contingenza e convenienza dell’ “io speriamo che me la cavo”. E noi adulti alziamoci il mattino a guardiamo oltre la siepe gli “interminati spazi di là da quella e sovrumani silenzi e profondissima quiete” e forse anche a noi tornerà in mente “l’eterno e le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei”. E visto che comunque stiamo andando verso un naufragio di civiltà, come sempre in questi casi, alla mercé di nuove civiltà più coese, “il naufragar” non ci sarà dolce. Magari troviamo il coraggio di alzarci e dire, perdinci, qualcosa posso fare e al diavolo, hic manebimus optime, qui ci sto bene, amo il mio paese, eccomi. Prima che sia troppo tardi.