Viaggio a Parre, il paese degli archi a tutto sesto. 249 aziende: un fatturato che sfiora i 225 milioni di euro. E l’eremo della Trinità

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Lucio Toninelli

In Parre ad locum de Laplaza de’ Municipio. – Addì 1 Feb° MMXXIV. Suono. Aprono. Entro. 

“Buongiorno, come posso aiutarla?” – un’accoglienza cordiale. Bene, mi dico! Mi schiarisco la voce e parto… 

Mé harés gnit a pagà ü débet…”. “Prego? Non ho capito niente, mi scusi” – l’ho colta di sorpresa, lo sapevo.

“Ó dit chè hó gnit a pagà ü débet, un debito… capisce, signora? un-de-bi-to!” – lo ripeto scandendo per bene le sillabe, ad alta voce, ma senza scortesia. “Ha un debito? … lei? e con chi? non capisco?”

“Non io! Vilminore ha un debito e mé hó gnit a pagàl”.

“Aspetti, aspetti che chiamo il mio collega… Manfredooo… puoi venire per favore un attimo?”

Poi sottovoce, ma non tanto che io non la senta… “Ól ghè ché ö malghés scalvì… al parla strano. Al mè par ü tananài…”.

Viene allo sportello Manfredo… – “Buongiorno, signore. Cosa possiamo fare per lei?”

Il debito

Ora devo fare una breve pausa, per voi lettori… Nella mia ignoranza pensavo che a Parre si parlasse solo Gaì, e mi aspettavo che fosse la lingua ufficiale anche nei pubblici uffici. Non sapendo purtroppo il Gaì, mi ero preparato a parlare uno hcalvì bèl havrìt, pensando che fosse la lingua con la quale si intendevano, scalvini e parresi, uno o due secoli fa. Invece parlano italiano anche loro…  Fa chè.

“Sono di Vilminore, di Scalve. Non so se conosce la valle, Sciur Manfredo…”. 

“Ma certo, mio nonno veniva su al Venà in alpeggio co’ li hò tàcole, L’érä ö tacolér! Cosa è venuto a fare di bello a Parre”.  

“Sono qui… per pagare un debito… come dicevo alla sua collega. Ma anche per vedere Parre che, le confesso, l’ée mai ‘ista prìmå”.

“Ah! Le piace?” – “Sì, sì, ma pròpe tant!”.

Só cuntét. Che genere di debito deve pagare? TARI? IMU? Multa? Ehh succede. La mando all’ufficio tesoreria… salga la scala, poi la prima por…”.

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