Un anno in cui l’Ovvio è diventato solo rimpianto

La Champion’s dell’Atalanta che stava trasformando Bergamo in un sogno nerazzurro, le maschere di Carnevale un po’ dappertutto, le partite di calcio al sabato pomeriggio dei ragazzini, Mattia che correva a scuola sempre sul filo del fuorigioco (cioè in ritardo), io che risalivo la Val Seriana con una canzone di Gianna da mischiare all’alba per caricare le batterie. Sembrava tutto così scontato. Così ovvio. Anche la felicità era ovvia. Era ovvio che Mario Giudici impastasse pane e brioches insieme a quadri. Era ovvio che Flavio Marinoni fotografasse qualsiasi cosa gli facesse battere il cuore a mille. Era ovvio che Valentino Maj scolpisse Madonne dallo sguardo intenso. Era ovvio incontrare don Giuseppe Berardelli in bicicletta. Era ovvio imbattersi in Don Fausto Resmini intento a raccontare sprazzi di felicità a qualche ragazzo in stazione. Era ovvio che Emilio andasse a trovare sua moglie Maria in casa di riposo con un gianduiotto in tasca che poi arrivava sempre quasi sciolto. Era ovvio litigare per un derby. Era ovvio ritrovarsi a cantare tutti insieme. Era ovvio baciarsi in piazza davanti alla luna piena. O anche sotto un temporale. Era ovvio aspettare la gita scolastica come un viaggio sulla luna. Era ovvio mandarsi sms per organizzare una pizzata di mezzanotte al sabato sera. Era ovvio essere felici. Era normale. Scontato. Ma non ce lo avevano detto che niente è scontato. Non lo sapeva nessuno. Poi quella notte tra il 22 e il 23 febbraio. Siamo andati a letto come sempre. Con quell’ovvio addosso. E ci siamo svegliati diversi. Ma ancora non lo sapevamo. Avevamo appena perso la verginità della felicità. (oggi per tutto il giorno sul sito di Araberara trovate i racconti, le storie, le tragedie, le speranze di questo anno di Covid nelle nostre valli)