SOVERE Michael, tetraplegico, 22 anni, e quell’appuntamento in Svizzera per il suicidio assistito

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Michael, 22 anni, tretraplegico racconta…quell’appuntamento in Svizzera per il suicidio assistito. Che qui c’è solo da fermarsi e pensare. Perché è stata un’intervista diversa, è come se l’avesse fatta lui a noi, aprendoci il cuore e mostrandoci un mondo che tutti noi non fanno finta di non vedere,

semplicemente non lo vedono, perché quando succede qualcosa sembra sempre che succeda altri. Ma non è così. Qui non ci sono toni alti o toni bassi, qui c’è la storia di Michael che l’ha raccontata con una semplicità e lucidità disarmante. Quella di un ragazzo e di una famiglia eccezionali. Michael, non si piange addosso, anzi, cerca uno scopo in una vita dove molti faticano a trovarlo. E senza quello scopo che altro resta? Michael, un incidente sei anni fa, e poi la lotta, sempre, ma ora? ora cosa resta? amici lontani, il corpo che non risponde ma il cervello si, che in fondo Michael è più vivo di noi, perché solo chi è vivo cerca la vita e non teme la morte. “Ho chiesto alla mamma di portarmi in Svizzera, mi ah detto che se è quello che voglio lei mi porta”, e poi quel regalo per i 22 anni: “Ho voluto una escort, volevo provare a sentire qualcosa”. …E poi il resto. Che va beh…il resto lo racconta Michael…

(p.b.) Siamo tutti bravissimi nel giudicare i fatti altrui, sputare sentenze, appellarci a giudizi morali scritti o dettati. Intransigenti con gli altri, tolleranti con noi stessi. Il bene assoluto non esiste, esistono il bene e il male “minori”. Anche la vita come bene assoluto, secondo dottrina cristiana, a rigore ha una falla nella logica; se la vita “vera” è quella che verrà, questa vita terrena è relativa. Ma, si dice, è “peccato” sprecarla. E vengono in mente altri sprechi, questi sì moralmente devastanti, di cristiani che la vita la impiegano per scopi di interesse, di carriera, di successo, a danno dei propri simili. E poi c’è un aspetto ancora diverso: se uno non ha fede, non crede in Dio, ha tutto il diritto di cercarsi questo “scopo” di vita, dare un senso alla propria esistenza. E se non lo trova, per farla finita non deve nemmeno cercare la “benedizione” dei credenti, semmai potrebbe aspettarsi la loro comprensione: ma questi sono tempi di contraddizione, c’è un Papa che proclama una Chiesa “misericordiosa” e che si ritrova i “custodi della fede” che gli remano contro, in nome di un Dio degli eserciti da Antico Testamento. “Quando attraverserà / l’ultimo vecchio ponte / ai suicidi dirà / baciandoli alla fronte / venite in paradiso, / là dove vado anch’io / perché non c’è l’inferno / nel mondo del buon Dio” (De André). Michael dice di non credere in Dio ma apprezza quel prete che va a trovarlo e non per convertirlo ma solo per fargli compagnia e chiacchierare, aiutandolo, se ce la fa, a trovare delle ragioni per continuare a vivere con un corpo che lo ha tradito e non risponde più agli stimoli e ai bisogni del cervello. “Non riesco a trovare uno scopo nella vita, sono stanco, è già difficile per chi ha la mia età capire qual è lo scopo, figurati per quelli come me”. E’ questa la frase-chiave di Michael per capire perché uno può arrivare a chiedere di morire in una clinica svizzera, perché lo Stato italiano non ammette il “suicidio assistito”, paragonandolo all’omicidio che in realtà è togliere la vita altrui, contro la loro volontà, mentre il suicidio è fare della propria vita quello che si ritiene di dover fare. Ma la vita è un dono di Dio, dice la Chiesa. Anche qui torna il dilemma, se è un dono è mio, ne faccio quello che ritengo giusto fare. Ma per chi non crede in Dio il problema non esiste, è solo questione di avere uno scopo. Ci sono milioni di persone che di quello “scopo” hanno trovato surrogati che ritengono sufficienti per affrontare anche il male di vivere. “Spesso il male di vivere ho incontrato” (Montale). E ci sono però persone che non si rassegnano a vivere di surrogati. “L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire” (Pavese). Ecco, l’unico modo per dissuadere Michael da fare l’ultimo viaggio verso quella fredda clinica di Zurigo è aiutarlo a trovare uno “scopo” che valga la pena rincorrere per sopportare il dolore. Che poi si riduce a questo: “Tutto il problema della vita è come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri” (sempre Pavese che quella solitudine non riuscì a rompere). Se qualcuno vuole aiutare Michael e quelli come lui, scenda dai pulpiti delle chiese e dalle tribune chiassose dei talk show. E gli faccia un po’ di compagnia….

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