PREDORE – LA STORIA – ‘Fuggiti’ dal Venezuela grazie a don Alessandro: “Viviamo con il don, lavoriamo, mandiamo i soldi a casa, là non si sopravvive”

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Don Alessandro Gipponi, arciprete di Predore: «Ero interessato alla situazione venezuelana. Ho conosciuto Brayan su Facebook. Così ho aiutato lui e Christopher ad arrivare in Italia»

«Se la situazione fosse bella torneremmo tutti in Venezuela. A me manca la mia famiglia, però la vita là è molto pericolosa».

Inizia così il suo racconto Brayan Mellado, 21 anni, venezuelano e da marzo ospite di don Alessandro Gipponi nella casa parrocchiale di Predore. Alto, slanciato, lineamenti caraibici, carnagione olivastra, capelli scuri coperti dal cappellino nero dei New York Yankees.

Sembra timido, ma appena si sblocca racconta la sua storia in un buonissimo italiano con qualche inflessione spagnoleggiante. Al collo una collana in finto argento e mentre la indica aggiunge: «Se cammini per le strade del Venezuela con questa rischi di essere ucciso».

Seduto al suo fianco c’è il connazionale Christopher Santana anche lui ventunenne: «Siamo come fratelli, abbiamo fatto quasi tutto insieme. La mia famiglia vive ancora là. In Venezuela l’unica cosa che è cambiata riguarda il cibo. A differenza di quattro anni fa, ora nei supermercati c’è tutto. Però la gente non ha i soldi per comprarlo. Perciò noi che lavoriamo qui a Predore mandiamo i soldi in sud America: senza di noi, là non riuscirebbero a sopravvivere».

L’inflazione rappresenta uno dei più gravi problemi per il Venezuela: «Il Bolivar, la moneta ufficiale venezuelana, non vale più nulla. Si paga tutto in dollari». Ciò comporta delle gravi conseguenze sulla quotidianità della gente, continua Brayan: «Lo stipendio dei dipendenti pubblici è di 5 dollari al mese. Ma è pochissimo: basta pensare che un chilo di pasta costa addirittura 1 dollaro».

Questo determina un aumento della povertà, delle differenze sociali, dei problemi legati alla scarsa alimentazione e della criminalità, anche da parte di chi dovrebbe controllarla: «A fine ottobre lo stato di Vargas» racconta sempre Brayan «è stato colpito da una violenta inondazione. La polizia bloccava i camion carichi di cibo e vestiti. Gli agenti o rubavano il carico o chiedevano pesanti mazzette per permettere il passaggio. Questo succede perché anche loro sono dipendenti pubblici e hanno difficoltà a sopravvivere soltanto con il loro stipendio».

Il governo guidato da Nicolas Maduro non fa nulla per fermare questi abusi delle forze dell’ordine, così come non interveniva quando l’esercito e la polizia impedivano le manifestazioni anti-presidenziali con la violenza. Ecco perché Brayan ammette di «non aver mai partecipato alle manifestazioni contro il governo. Erano molto pericolose: la polizia sparava sulla gente che protestava».

Sotto questo punto di vista la situazione è mutata. «Le manifestazioni non ci sono più. La gente si è stancata e si è abituata» afferma ancora Brayan «le elezioni ci sono, ma sono fraudolente. Così i venezuelani preferiscono andare via, come abbiamo fatto noi».

«La prima a migrare è stata mia sorella»….

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