La luce va accesa dentro

    Ho imparato ad ascoltare. Non le parole. Non le persone. Che sono tutti virologi. Che sono tutti allenatori di calcio. Che sono tutti sismologi. Che sono tutti economisti. Che sono tutti politici. Ho imparato ad ascoltare. Non le parole. Ma chi ha qualcosa da dire. Il rumore della cascata venire dal buio, quella che incontro ogni volta che salgo al Santuario di sera. Ombre accarezzate da macchie di luce. Che mi parlano. O forse mi ascoltano. Insieme lecchiamo un battito di cuore e ci cambiamo la serata. Ho imparato ad ascoltare lo scioglierli di una tavoletta di cioccolato alla nocciola sulla lingua. Ho imparato a ballare, piano, piano, mentre l’acqua rimbalza sulla roccia si fa musica, io l’ascolto e raccolgo brividi tra le stelle. Li metto nello zaino. Per ascoltarli di nuovo sotto le coperte. Ho imparato ad ascoltare il mio corpo nudo. Che sente freddo. Che sente solletico. Che sente te. Coi vestiti che intanto restano a casa da soli a fare l’amore sul parquet e non hanno più bisogno di me. Ho imparato ad ascoltare il tuo sorriso che risplende come in una notte buia una riva piena di luci. Accordo il respiro e i pensieri come fossero uno spartito di musica, mi ascolto così, senza parlare. Mi lascio scorrere. L’acqua arriva sempre al mare. Non se la prende contro il buio. Si fida del tunnel. Sa che la luce non va cercata fuori. Ma accesa dentro. Come le parole.

    Aristea Canini