VAL DI SCALVE – LA STORIA – L’ALPINISTA PRECIPITATO SUL SHISHA PANGMA IN TIBET NELL’OTTOBRE 2009 – IL PADRE LIVIO ERA MORTO SUL PUKAJIRKA NELLE ANDE PERUVIANE NEL 1981 Roby Piantoni, dieci anni dopo. La tragedia, la montagna, la “rinascita” in Nepal aiutando i bambini. LE SORELLE DENISE E SARA RACCONTANO UN DRAMMA TRASFORMATO IN SPERANZA

Dieci anni dopo. Era la notte tra il 14 e il 15 ottobre del 2009. Roby Piantoni raggiunse papà Livio in cielo. Una vetta non prevista, un ‘8000’ infinito. Come infinito era ed è Roby. Denise e Sara sono le sorelle di Roby, dieci anni dopo sono qui a raccontare quel filo ininterrotto, un filo di Arianna che porta fuori dal labirinto della vita e si trasforma in altro, molto altro. Si trasforma nel sorriso di un bimbo nepalese, in un’alba di fuoco in cima a una vetta, nel tramonto rosa della Presolana. Si trasforma in tutto ciò che è meraviglia.

Sara aveva 20 anni nel 2009, la sorella minore di Roby: “Ricordo che mi portava in montagna, mi appendevo al suo dito e andavo con lui”. Già, il dito. Che sembra un dettaglio. E forse lo è. Ma sono i dettagli che fanno la differenza.

Il papà di Roby era Livio Piantoni, uno scalatore di quelli da lasciare il segno, uno dei tre alpinisti scalvini morti nel 1981 sul Pukajirka, una montagna peruviana interamente ricoperta di ghiaccio, una cima prima di allora mai scalata da nessuno, per quei terribili “muri di ghiaccio” che la rendevano inaccessibile. I cinque alpinisti scalvini (Rocco e Livio sopravvissero, Livio, Nani e Italo sono restati là, nella montagna di ghiaccio crollata sotto i loro piedi), quei muri li avevano sorpassati, erano praticamente in vetta prima che crollasse tutto.

Livio aveva 29 anni e il piccolo Roby che lo aspettava a casa ne aveva 4, sua sorella Denise 7: “E io ricordo che mio padre mi portava in montagna dandomi il dito, come faceva Roby con Sara, io lo stringevo e mi sentivo al sicuro e lui mi portava ovunque”. Già, quel dito prima di papà Livio e poi di Roby, uniti in un cerchio infinito. “Noi abbiamo sempre seguito Roby nella sua passione per la montagna – racconta Denise – ci chiamava ‘le mie donne’”. Già, le sue donne, le sorelle Denise e Sara e mamma Fulvia “La disgrazia di mio padre ha unito ancora di più la famiglia e Roby era legatissimo a tutte noi”.

Una passione per la montagna che Roby si è trovato nel dna, gliel’aveva trasmessa papà Livio: “Mio padre lavorava tutta settimana e quando tornava viveva per la montagna, ci portava sempre con sé, ricordo la mia infanzia, andavo all’asilo, tornavo, quando c’era mio padre, mi metteva sulle spalle o io afferravo il suo dito e andavamo in montagna, sempre. E poi veniva anche Roby, che era più piccolo di me”.

Già, Roby: “L’ho visto crescere con l’amore immenso per la montagna, viveva per la montagna, stava bene quando era in montagna”. Ma mamma Fulvia dopo la morte del marito Livio non era contenta di questa scelta: “Lo ha contrastato, fin dove era possibile contrastarlo, perché lui era un pacifico, penso non abbia mai litigato con nessuno in tutta la sua vita, non voleva far soffrire la mamma ma nello stesso tempo voleva seguire la sua passione. Ha cominciato sin da ragazzino ad andare al rifugio Albani a dare una mano ai due coniugi che lo gestivano e che erano amici di famiglia, tutte le estati era lì con loro, era un modo per rimanere dentro la montagna, per viverla appieno, seguiva gli alpinisti in silenzio, imparava da loro, toccava le loro corde e andava in visibilio. Lì ha cominciato a fare le prime esperienze di arrampicata sulla roccia, ascoltava i racconti degli alpinisti al rifugio. Era un adolescente e i suoi amici al mattino dormivano, lui invece si alzava prestissimo e partiva, andava da solo, conosceva ogni roccia della Presolana, la conosceva in ogni angolo. La sua prima scalata importante è stata proprio lì, in Presolana, sulla ‘via Denise’, la via che aveva aperto mio padre nel 1975 e che mi aveva dedicato dandole il mio nome. La scalò con Simone Moro, parete nord ovest della Presolana, aveva questo desiderio da tempo, Simone glielo propose, Roby non disse niente a nostra madre, non è che voleva nasconderle la verità, ma non voleva farla preoccupare. Però, quando è tornato, le ha portato un chiodo vecchio che aveva piantato mio padre nella montagna, si è commossa, lui era così, era davvero difficile sgridarlo. E, dopo anni di contrasti, la mamma si è arresa, lui le ha scritto una lettera dove le ha raccontato la sua passione per la montagna, dove le ha detto che se l’avesse obbligato a non andare più in montagna sarebbe stato come vederlo morire. E lì lei ha capito che doveva lasciargli fare la sua strada, la montagna era la sua felicità e ogni madre vuole vedere il proprio figlio felice”.

Roby si iscrive al corso di guida alpina: “Il più giovane d’Italia, le selezioni, prima come aspirante guida alpina, poi tutti i passaggi, ricordo la grande fatica economica per riuscire a diventarlo, due anni di corso con notevoli costi, le attrezzature, gli spostamenti, riusciva però nei tempi morti a lavorare e raccogliere i soldi sufficienti per pagarsi il corso. Ma ce l’ha fatta, la passione era più forte di qualsiasi cosa. E ha fatto tutto da solo, con la sua caparbietà, la sua forza di volontà”.

E la montagna non è solo da scalare, da camminare, da respirare ma anche da ammirare, e infatti Roby aveva la passione anche per la fotografia: “Scattava foto, immortalava meraviglie per condividerle con gli altri, con chi sin lassù non poteva salire”…

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