TAVERNOLA – INTERVENTO – “Se il Cementificio (mai “inceneritore”) chiudesse ci resterebbero… i ruderi”

331

Matteo Sorosina*

pubblicità

Penso che sia ben chiaro a tutti coloro che leggono sui social locali e no il mio pensiero per quanto riguarda il cementificio di Tavernola; ripeto “cementificio”. Diverso dall’argomento “inceneritore”.

Inceneritore? Anche No

Quando negli anni passati si palesava la possibilità di trasformare quello stabilimento in un inceneritore, mi sono sempre battuto in tutti i modi affinché ciò non avvenisse. C’era chi promuoveva queste nuove tecnologie a parer loro meno inquinanti di quelle attualmente in uso e c’era chi come me e molti altri si opponeva.

Già allora c’era malumore fra la popolazione per i disagi che si creavano quando c’erano delle fermate improvvise con fuoriuscite di polvere, delle “franate” all’interno dei silos non trattenute dai filtri e per il traffico pesante in continuo aumento.

Nel particolare mi ricordo di una fuoriuscita di un materiale aggressivo nei confronti delle carrozzerie di alcune auto parcheggiate esternamente di alcune abitazioni di Cambianica a ridosso della cementeria, materiale a cui nessuno diede un nome, ma al quale si preferì dare come soluzione la possibilità ai danneggiati di sistemare le loro auto a spese delle cementeria in concerto con l’amministrazione di allora.

Mi sono sempre posto questa domanda ma se oggi hanno già tutti questi problemi di malfunzionamenti generali, domani, se dovessero bruciare, finché va tutto bene ok, ma nel momento che c’è un guasto, un errore… sopra i camini c’è un abitato che per anni ha mangiato polvere ed ora?

Nel tempo arrivarono poi le proposte della sperimentazione, facciamoli provare per un breve periodo e poi si decide in base ai risultati… io questa teoria proprio non l’ho mai né seguita né appoggiata!!!

Sicuramente in questo breve periodo di sperimentazione, tutto andrà bene, tutto sarà perfetto, all’interno della cementeria sarà un’oasi felice.

Molti oggi sono schierati per la chiusura, indipendentemente da tutto, ritenendo che se non li si obbliga a chiudere oggi, domani bruceranno perché le leggi glielo consentono. Io invece ritengo che, soprattutto oggi, con la crisi tutt’ora in corso, anche un solo posto di lavoro vada salvaguardato.

Ritengo che il cementificio è nato come cementificio e come tale deve restare, un inceneritore camuffato da cementificio, anche no grazie. Se vorrà continuare a restare sul territorio tavernolese, dovrà rispettare la salute, l’ambiente e i tavernolesi e gli organi di controllo dovranno vigilare, seriamente però, su ogni minima sbavatura e sanzionarlo di conseguenza anche con il fermo delle attività se necessario.

Argomento FRANA.

Comincio a pormi una domanda: se il cementificio chiudesse, per le ragioni di cui sopra, chi dovrà intervenire per risolvere questo problema? Chi dovrà intervenire per mettere in sicurezza l’intera area? Chi terrà monitorata l’intera area?

Ammettendo e ipotizzando che la frana si fermi, chi dovrà occuparsi del ripristino dell’area deturpata?

Credo e temo che, chiusi i battenti della fabbrica, tutto resterà lì come è, piano piano degraderà come è normale che sia.

Fino a quando la proprietà avrà interesse a rimanere, possiamo sperare che voglia contribuire al ripristino di quell’area, altrimenti ci dovremo sobbarcare l’onere di tutto.

La storia di questa frana è vecchia, negli anni 70, metà degli anni 70, la proprietà di allora, famiglia Milesi, proprio per il fatto che già allora c’erano i primi segnali di smottamenti, aveva l’intenzione di acquistare il monte Seresano per poter fare, dall’alto, interventi di stabilizzazione del versante, franoso, asportando quel materiale che oggi con velocità diverse, sta scivolando a valle.

Quest’idea non trovò d’accordo sindacati e ambientalisti ritenendo che l’opera proposta avrebbe contribuito a deturpare ulteriormente il paesaggio. Così facendo la proposta della proprietà fallì.

Negli anni successivi, la cementeria venne acquistata dalla Lafarge.

Lafarge acquistò con la condizione di poter ancora scavare per produrre cemento, questa condizione venne assecondata dal comune di Parzanica che, in cambio di una strada, gli diede la possibilità di aprire una nuova cava, Ca’ Bianca, sul territorio di Parzanica.

La frana passò così nel dimenticatoio.

Se chiude il Cementificio

SUL NUMERO IN EDICOLA DA VENERDI’ 18 FEBBRAIO

pubblicità