TAVERNOLA – IL RACCONTO /3 – Quella camminata sul Bronzone col mio nipotino (Gennaio 1978)

di Giuliano Colosio

Era l’anno del Signore 1978 presumibilmente in gennaio, quando col mio nipotino Claudio di 7 anni siamo saliti sul Bronzone. Per lui era la prima volta, quindi aveva tutto da scoprire per me, trentacinquenne, nessuna novità riguardo al percorso che conoscevo quasi a occhi chiusi. L’unica novità era la vigoria che scoprivo nel piccoletto: era così “in gamba” da camminare quasi sempre davanti a me e senza dare nessun segno di stanchezza.

Salita. Siamo partiti praticamente dal livello del lago, cioè da Tavernola, e abbiamo percorso le tappe usuali ai tavernolesi che salgono sul Bronzone. Prima tappa: la Madona de Curtinèga (santuario Madonna di Cortinica) che si trova accanto alla vecchia mulattiera; questo santuario, cui i tavernolesi sono molto attaccati, era originariamente la tipica hantela /santella, davanti alla quale i viandanti si fermavano a pregare. Da quella santella attraverso successivi ampliamenti negli anni, anzi nei secoli, è uscito il bellissimo santuario attuale.

Seconda tappa: ol Col de Zuf (Colle del Giogo). Un colle e insieme un passo che fa da spartiacque tra Tavernola e Predore: vi giungiamo dopo avere superato tutta una serie di prati, ricchi di alberi di castagno. Le castagne in autunno erano, ai tempi, un cibo primario. Dal Colle del Giogo si godono panorami fantastici: a nord, la parte settentrionale del lago d’Iseo, Montisola, il M. Guglielmo, la Presolana; a sud, la parte meridionale del lago, l’inizio della pianura lombarda e le torbiere di Provaglio d’Iseo che iniziano là dove finisce il lago. Viste dall’alto, le torbiere appaiono come un laghetto ai margini del lago più grande, per cui noi ragazzi, ignari del concetto di torbiera, le chiamavamo ingenuamente: Isé negát / Iseo annegato.

Passato il Colle del Giogo e attraversato boschi ricchi soprattutto di castagni, abbiamo raggiunto la terza tappa: la malga Röla. Da qui inizia la salita finale: sempre seguendo il sentiero, si attraversa una boscaglia che, più in alto, si dirada finendo in pascolo. Sui pascoli che coprono la cima, i ragazzi nei tempi passati portavano le capre a pascolare; fino all’inizio degli anni 1960 c’era, infatti, ancora molta povertà dalle nostre parti.–

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