TAVERNOLA – Chiudere (o non far riaprire) il Cementificio? A chi fa comodo la mina vagante di Ca’ Bianca

1441

Fortuna che c’è qualcuno che sa ancora alleggerire il clima, anche perché le vere tragedie a Tavernola sono state quelle sanitarie, il resto sono scenari più o meno credibili. “Qualcuno ha pisciato in chiesa, visto come sono andate le cose dal cluster della meningite nel Basso Sebino in poi”. Chi sia l’autore del sacrilegio è  un mistero che richiederebbe un autore di peso. 

Il primo corno delle discussioni più o meno virtuali è: chiudere, non chiudere il Cementificio? Torna il dilemma e non c’è nemmeno uno Shakespeare che alzi il livello culturale della discussione. Tra chi tira fuori i numeri dei referendum del 2007 (sull’utilizzo o no dei combustibili da rifiuti) e del 2018 (nel quale, per la verità la comunità tavernolese ha già deciso: RIQUALIFICAZIONE-RICONVERSIONE) per chiedere a gran voce (sempre sui social però) la chiusura, che poi si tratterebbe di non riapertura.

Anche il G16 (i sedici comuni rivieraschi) il 14 aprile prende posizione: tutti i Comuni e le due Province approveranno una delibera che “sottolinei le negatività ambientali derivanti da un’attività estrattiva sviluppatasi senza i necessari contrappesi o attenzioni”.  Qui bisognerebbe capire: ci sono precise accuse a persone concrete o si tratta di un giudizio “storico” sullo sfruttamento ambientale? Perché si è chiesto anche l’intervento della Magistratura. Su quali atti concreti e risalenti a quale periodo? Sull’attività di escavazione prima, e sul ripristino poi, di quest’area mineraria, tutti gli organi di controllo dovrebbero aver approvato specifici piani di coltivazione e di ripristino. Regione e Provincia dovrebbero aver “vigilato” sulla loro corretta gestione, essendo le cave di loro competenza (per il periodo antecedente, toccava al Distretto minerario). 

A meno che si voglia “processare” un intero secolo, estendendo le ipotesi di reato anche al sistema della cosiddetta “rivoluzione industriale”, allo sfruttamento non solo del suolo ma anche delle persone, partendo dall’Inghilterra e arrivando all’Italia per puntare poi il dito su Tavernola. 

E poi c’è qualcuno che “osa” ricordare che ci sarebbe un problema, il cementificio è di proprietà privata, tutelata dalla Costituzione. E come lo scrive viene insultato, siamo tutti “pasdaran” (guardiani di rivoluzioni che vogliamo far fare sempre agli altri) sui social. 

E ancora c’è chi, con sprezzo del pericolo, “osa” prospettare scenari di una post-chiusura: vale a dire archeologia industriale lasciata al degrado assoluto, eredità lasciata ai tavernolesi per i prossimi decenni. “Visto che sono tutti leoni nell’usare internet, vadano a farsi un giro in rete cliccando ‘cementifici abbandonati’ e vedranno le immagini e capiranno come potrebbe essere l’impianto di Tavernola una volta che Sacci-Italcementi lo chiudesse e basta”, commenta Romeo Lazzaroni Consigliere comunale con delega Territorio e Coordinamento con Enti Istituzionali. 

Ma c’è di più: alla richiesta dei dipendenti del cementificio di riprendere il lavoro visto che la frana è praticamente ferma, la risposta è stata singolare: riapriamo quando abbiamo il Piano di Emergenza che non possiamo fare fino a quando c’è quello del Comune di Tavernola. Una scusa per non dare risposte, il che se fa ben sperare chi vorrebbe veder chiuso lo stabilimento (con le conseguenze citate sopra), desta qualche sospetto. 

Il sospetto sarebbe che la proprietà cerchi di spuntare dalla Regione qualche concessione emergenziale. Il sospetto si baserebbe su questa ipotesi: la Regione vuole redigere un piano di sgombero della minacciata frana. Dove si smaltirebbero quelle centinaia di migliaia (forse più di un milione) di metri cubi di materiale “tolto” dal versante? Ecco pronta la cementeria a utilizzarlo, per qualche anno avrebbe materiale per  la produzione.

E qui salta fuori l’altro corno (non c’entra con i sassi caduti sulla Tavernola-Predore) della discussione in atto sui social tavernolesi e no: la cava di Ca’ Bianca, nel comune di Parzanica. Dopo 40 anni di escavazioni ecco alzarsi alti lai e lamentele, “qui sparano ogni giorno le mine, per forza poi cadrà la frana”. Ora parlare di “mine” è del tutto improprio. Semmai si può parlare di una nuova “mina vagante” di polemiche: “Prima di tutto bisogna ricordare che tutto si svolge su aree circoscritte sul piazzale, con un sistema chiamato di ‘micro-ritardi’. Poi si recupera il materiale con le pale meccaniche, che viene trasportato attraverso fornelli e nastri al cementificio. Comunque la lettera inviata ai sindaci che l’hanno trasmessa in Regione, farà in modo che la Regione stessa posizioni dei ‘vibrafoni’ per stabilire se quelle vibrazioni si estendano veramente al versante interessato dal movimento franoso”. 

Forse farebbe persino comodo alla proprietà del cementificio che questa ulteriore “minaccia” si concretizzi. Se non fa piacere alla popolazione tavernolese stare “sotto la minaccia di frana”, nemmeno alla proprietà fa piacere avere un impianto che debba chiudere ad ogni allarme, anche perché spegnere i forni e riavviarli non è come quando noi in cucina accendiamo il nostro forno girando una manopola o schiacciando un pulsante. E allora ecco che tornano gli scenari: o Sacci-Italcementi ottiene di poter utilizzare il materiale tolto dalla frana (e ne avrebbe per qualche anno, forse un decennio) o chiude tutto e abbandona il mastodontico impianto al degrado. “Ma prima di andarsene deve sistemarlo”. Chi lo dice?…

SUL NUMERO IN EDICOLA DA VENERDI’ 23 APRILE

pubblicità