SOVERE – Cieli grigi, quel prato del “Carnaröl” e il… Muro di Berlino

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Rudy Bianchi

Empty sky, empty sky – I woke up this morning to an empty sky”, cantava Bruce Springsteen dopo la caduta delle Torri Gemelle. Immaginava il cielo visto da un newyorkese al risveglio del giorno dopo diventato improvvisamente vuoto per la perdita di un amore e per la scomparsa di quelle due imponenti figure che si stagliavano nel cielo di New York. Ascoltando quel pezzo doloroso del Boss immagino un nuovo lucente, radioso sole filtrare beffardo da quella parte di cielo diventato vuoto ed entrare dalla finestra della camera illuminando una parte di letto rimasta vuota. Straziante. I grattacieli che vengono giù sono eventi, per “Grazia di Dio”, molto rari. É molto frequente invece che vengano su. Da noi difficilmente sorgono grattacieli dalle architetture più o meno piacevoli, sorgono meno piacevolmente capannoni: crescono come funghi. La mia mente, per qualche strano processo associativo inverso, accosta la crescita di un mostro di cemento davanti a delle abitazioni alla caduta di due grattacieli in centro a New York. Cieli che si aprono e cieli che si chiudono. Siamo a Sovere, dove una voluminosa zona industriale continua ad avanzare verso il paese compenetrando ormai la periferia di case residenziali.  Io non afferro appieno i meccanismi, i cavilli, gli interessi economici delle parti in gioco, ma ritengo che dovrebbero esserci paletti saldi, paletti sacrosanti, non aggirabili. Non so a quando risale il Piano Regolatore di questo Comune e chi l’abbia approntato, così come non voglio sapere fin dove il Piano per gli Insediamenti Produttivi preveda possano spingersi le attività, ma vorrei, con questo mio personalissimo grido di dolore, stimolare a delle riflessioni, ad aprire gli occhi su un ambiente che noi tutti stiamo cambiando irreparabilmente, tassello dopo tassello e spesso in nome del vil denaro, stravolgendo la natura e calpestando il benessere di noi stessi. Abito su una collina che mi permette di osservare tutto il territorio di Sovere: come una piccola vedetta son testimone da decenni dello svilupparsi del paese e della sua zona industriale lungo la direttrice della val Cavallina da ovest verso est, verso la Mano di Sovere. Su questa direttrice, oltre alla SS42, vi è la via Carducci che scorreva un tempo tra campi e prati a pascolo spartiti dal placido fluire del torrente Oneto; qua e là rare case e cascine. Qualche lustro fa partì lo sviluppo di un’area residenziale con villette a schiera a monte della strada; ricordo bene gli scavi dell’ultimo lotto di fronte alla strada interrompersi bruscamente quando dall’altra parte sorse veloce un capannone latore di moleste lavorazioni di rottami. Lo scavo per le fondamenta di quelle ultime villette divenne per anni terreno per sterpagli poi, mentre intorno crescevano altri insediamenti industriali, tutto venne riempito e spianato, ricrebbe l’erba e tornarono gli asinelli a pascolare. Tra boati e stridori metallici. Quella zona industriale in questi ultimi due decenni si è dilatata strangolando case, cascine e insediamenti agricoli, cementificando verdi prati e spianando intere colline, creando un grigio tutt’uno dalle cave verso Piangaiano,anch’esse in espansione, fino alla Mano di Sovere.  L’ultimo a essere divorato in ordine di tempo é il prato del “Carnaröl”, quel prato concavo in cui solevano trovare sfogo le piene del torrente Oneto. Circa due anni fa partirono dei lavori lenti e poco comprensibili anche all’occhio del più esperto degli “umarelli”: venne in parte coperto con un isolante, poi riempito, spianato e battuto. Si pensava volessero creare un parcheggio per camion come altri presenti vicino, ma quest’autunno l’accelerata con veloci fondamenta e alti piloni a sostenere pannelli di calcestruzzo prefabbricato: ecco sorto l’ennesimo capannone davanti a delle abitazioni. Lo vedo laggiù, davanti a casa mia, lo vedo dall’alto in basso sconvolgere anche il mio orizzonte: da quella parte ora non vedo più l’imbocco della via Lombardia, ora davanti ho una muraglia grigia. La speranza è che il bosco oltre il mio confine torni a crescere alto e la verzura almeno me lo levi dagli occhi. Ma chi abita lì di fronte? Io immagino la tristezza di svegliarsi la mattina, aprire le persiane e non vedere più un prato verde con le mucche al pascolo e le galline a razzolare ma trovarsi schiaffato in faccia un alto muro di calcestruzzo…

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