Nella vita, come nella scultura, bisogna togliere… sono un moscerino nel pianeta, ma almeno a uno che sta morendo, gli prendo la mano e lo aiuto a morire”

 

Mauro Corona, scultore, scrittore, parte di un bosco, albero, pianta, montagna, artista e altro, molto altro. Una concezione di vita particolare, con l’anima che va colta e il corpo che quasi va da solo, in mezzo a una montagna o anche sotto una valanga, partiamo così: “Sì, Io sono finito in una valanga perché avevo capito che veniva giù, ma come quelli del Vajont ho voluto dire: mah forse… e invece mi ha preso ed il mio amico è morto lì, stesso punto perché l’altro sì e io no? Questo segno di matita che è la vita, un segno curvo, chi più lungo chi più corto, chi non parte nemmeno, il suo era finito lì, probabilmente aveva da fare altra roba nell’altro mondo, oppure io sono uno sfacciato, fortunato”. Scultore senza studi ma con una guida particolare, Mauro lo capisce dal suo primo lavoro, il più importante. “La Via Crucis di Massa Cile, e non ho nessun problema a dire che quello è il mio più bel lavoro, non come tecnica, lì a digiuno di tutto ho fatto una Via Crucis ottima e senza tecnica, senza niente e da lassù mi ha guidato la mano, non c’è niente da fare, perché non è possibile fare una via Crucis a digiuno di tutto, come se tu ti metti lì a fare una Via Crucis, lì io mi sentivo guidare da qualcosa, che mi diceva taglia lì, in tre mesi l’ho fatto, oggi che ho la tecnica mi ci vorrebbe un anno per fare 14 pannelli”. E tu da lì hai deciso di abbandonare casa tua? “Sì perché ho capito che mi potevo mantenere, e questo grazie a un tizio, Renato Gaiotti che non l’ho più sentito e mi ha dato fiducia e lo meritava perché la riconoscenza è un sentimento di neve, quando arriva il sole si scioglie la neve e si scappa pur di non doverti dire ‘te lo devo’”. Corona le sue notti le passa coi libri, in mezzo al mondo delle valli. Leggi sempre di notte? “Quasi sempre, io dormo tre ore. E come disse Borges, non c’è nessun libro cattivo, perché anche se è una porcheria, c’è una riga che ti può sconvolgere la vita, e perciò qualsiasi incontro, anche noioso, però ti può arricchire, guai selezionare l’amicizia, un gesto di arroganza, insopportabile e imperdonabile, si qui vengono anche delle persone noiose che ti tirano le palle lunghe, ma io devo essere tollerante e capire perché uno si comporta cosi, ci saranno delle cose alla base, avrà avuto una vita infelice, forse non sarà riuscito a leggere un libro, le persone non vanno subito tranciate, poi chiaramente se uno mi annoia la prossima volta cerco di evitarlo, ma non con cattiveria. Guai al mondo, bisogna aspettare, anzi io ho ricevuto le più grandi lezioni da analfabeti, mio nonno che mi diceva, quando incidi un albero per fare l’innesto tu devi mettere le mani cosi, perché prende paura l’albero e gli viene la febbre, mio nonno era analfabeta ma questa qui è letteratura, era un signore un metro e 95, lui mi diceva servono 100 quintali di legna, se facevi 101 ti spaccava le mani, quel quintale lì serve ad altri, tutta una lezione, andavamo a rane per mangiare, ne volevo prendere di più e impacchettarle, niente da fare, calcolava anche le rane”. Certo che fa impressione che in tempi di povertà la gente calcolasse l’essenziale. “Perché dovevano vivere con quello e dovevano stare attenti alla natura, dovevano averla sempre, quindi non distruggevano un bosco come un mio amico che arriva qui in Ferrari per distruggere boschi, io gliel’ho detto, tu devi prendere quello che ti serve per vivere, 5 milioni al mese, va bene, ma non 15, e qui bisogna educare i bambini”. Sì, siamo cosi ci accorgeremo quando saremo sull’orlo del precipizio, allora da animali feriti che hanno il sentore della morte… “Lo diceva Rudolf Stainer nel ‘23, ha fatto più di 5000 conferenze, aveva previsto la mucca pazza nel ‘22 quando l’animale verrà cibato con l’altro animale impazzirà, leggetevi Stainer” E’ vero che con Sgarbi hai litigato? “Non proprio, è venuto una po’ di volte, poi se l’è presa perché avevo una scultura non finita che rappresentava una maternità e mi ha chiesto quanto volevo, metti che gli ho chiesto mille euro, e lui mi ha detto: ‘no ti do la metà perché non è finita’ e io ti do metà scultura, ho preso la motosega e l’ho segata”. Il tuo amico Marco Paolini ha portato in giro “Vajont”. “Si Paolini abitava qua in Vajont e il primo spettacolo durava 20 minuti, poi lo ha arricchito, c’è dentro di tutto, tre bevitori che raccontano pezzi di anima di chi allora c’era, leggera, ma che si infila dappertutto”. E poi i libri che escono e arrivano dappertutto, te li ritoccano gli editori? “No, neanche una parola”. Quindi una grandissima fiducia? “Mah! forse fretta”. Corona racconta aneddoti: “Io ho avuto fiducia nelle persone che mi hanno dato fiducia, Einaudi, adesso Mondadori, ha creduto in me, ma prima sapevo che c’era qui in zona la Feltrinelli, vado lì con il malloppo, mi avvicino… ‘mi scusi vorrei…’. ‘No guardi se vuole un autografo li c’è Tabucchi’, ‘ah va bene! mi scusi’, Avevo il malloppo nello zaino e allora sono andato da Tabucchi e mi sono fatto firmare il libro”, E con Mondadori quanti libri ti sei impegnato a scrivere? “Tutti quelli che farò, eh si la riconoscenza è un sentimento di neve, ne ho più di due o tre, fabe per bambini, di gnomi cosi ecc quello è bello”. Tu e il vino, un rapporto strano, ultimamente però in un tuo libro dici che è un prezzo che si può non pagare: “Sì, bisogna usarlo ma non pagarlo, bisogna insegnare ai bambini la conoscenza, il dominio della cosa, perché anche io ho sempre bevuto, però faccio anche dei mesi solo con acqua, perché voglio vedere con me stesso… non si può essere succubi di una cosa. Io oggi ho acceso il toscano, ma erano settimane che non lo accendevo, prima fumavo 4-5 pacchetti di Camel al giorno fno all’anno scorso. Una mattina mi sento un cumulo dentro mentre corro e mi sono detto basta, ora non fumo più e non ho più fumato e non ho avuto drammi né traumi, io ho detto non fumo più e non ho più fumato, ogni tanto accendo la cicca ma senza respirare”. Anche se oggi non c’è più la passione per il vino, ma c’è lo stordimento del vino. “Mi sono accorto che i giovani bevono da matti, vogliono farsi male, bevono male, perché se noi andiamo a pranzo, ci beviamo una bottiglia di Cabernet e ce la raccontiamo per ore tranquilli e invece i giovani si annientano, l’ho visto a Milano l’altra sera, c’erano diversi miei amici che scrivevano li alla Bocconi, gente piena di soldi e molti con cocktail di superalcolici, io mi sono bevuto le mie due bottiglie di bonarda, so che cos’era. Questi qua mischiavano wiskhy e coca cola a manetta. E poi anch’io non sono un grande esempio. Un giorno in una scuola a Trento dove mi avevano invitato a parlare al termine della lezione mi sono infilato in un bar a bere whisky, i ragazzi mi hanno seguito e bevevano anche loro, se lo fa una scalatore allora vuol dire che non fa male. Un’altra volta mi sono arrampicato in California, sono venuti a farmi un’intervista e li ho stesi, abbiamo bevuto una quindicina di prosecchi”. Con tuo padre nei tuoi libri a volte sei andato giù pesante, soprattutto nel tuo libro sul vino: “Se le merita, se le merita, però in questo libro sul vino lo prendo in braccio, quando mi ha dato un destro sono finito di là nella strada ed ho sfondato una porta, una vita di pacche e di botte, adesso basta gli ho detto, gli ho dato io un destro, lui era venuto su in mutande, perché picchiavo alla porta per avere da bere, erano le tre di notte e gli ho tirato il destro ed è finito in fondo alle scale e poi ho guardato se si alzava e ho visto che gli usciva un po’ di sangue dal naso, a me usciva dall’orecchio, ‘ah’ mi fa in italiano ‘il giovanotto è diventato coraggioso, ho un po’ di arretrati da darti se vuoi incominciamo’, ero deciso, e lui: ‘e se prendo la doppietta?’ Vediamo chi arriva prima a prenderla, gli ho detto, ma poi ho capito, questo braccio mi pesa come il piombo, oggi a distanza di trent’anni, perché allora ne avevo venti, questo braccio me lo segherei e memore del colpo, sei mesi dopo, abbiamo fatto ciucca entrambi. Ma lui era così, una volta abbiamo portato mia mamma all’ospedale, mi chiama mio fratello alle tre, dobbiamo portare all’ospedale la mamma che ha la testa rotta, cosa aveva fatto: di notte lui gli ha chiesto di trovargli le sigarette, lei è uscita dalla porta sotto, lui aveva dei sassi sulla finestra, per colpire i gatti di notte che miagolavano, e glieli ha tirati in testa perché lei non andava a prendere le sigarette ed era lì quasi morta, quasi in coma e anche all’ospedale abbiamo detto che dal tetto vecchio della stalla è caduto un sasso. Glielo abbiamo detto, adesso basta e lui ti guarda con quegli occhi, ti fulmina, ‘adesso basta perché se no ti mandiamo dentro’, e si è calmato un po’ ma non tanto, forse la cultura, l’educazione, i fallimenti, l’essere stato piantato dalla moglie, dopo sette anni o otto rimettersi insieme, non le digerisce queste cose, però lui c’è ed è così. L’albero che non dà frutti va tagliato, è scritto nel vangelo ma non è mica vero, bisogna lasciarlo li perché è comunque un albero anche se non da frutti, ti dà già il frutto di essere albero”. Simon Vail ha detto che la distruzione del passato è forse il più nostro grande crimine. “Sono d’accordo, ma non è che doveva essere cosi perché ha una durata, è un fiume la vita, non puoi metterti li con le mani a frenare il fiume. I ragazzi hanno il cellulare, le automobili, sanno quanti peli ha sul culo Schumacher… non c’è niente da fare… e allora… non lo so… Grignaschi era uno che ne sapeva, se ti leggi ‘immigrazioni’, forse uno dei più bei libri, tutto il passato è un abisso fosco e spaventoso, ciò che è entrato in quel crepuscolo non esiste più, e non è nemmeno esistito. Il passato è come noi con il Vajont, ma non bisogna usarlo a fni di rivalse o di pietismi, lo si ricorda per fermare un’epoca, come noi abbiamo trovato le scritture egiziane”. Ma non credi che ci si sia accorti di te perché ci sono delle radici che non possono essere recise? Nei tuoi libri c’è in fondo una memoria che non è mai nostalgia, ma documento. “Nostalgia mai, qualche volte mi scappa, io dico sempre: un libro è un’intervista non richiesta, tu di un autore conosci vita morte e miracoli, non vuole dirtelo ma te lo dice inconsciamente. Quando leggi un libro capisci come è chi l’ha scritto, lui lo ha fatto per colpire il lettore, ma inconsciamente è lui… ve lo giuro, io sono più quello dei miei libri che quello che fa lo spavaldo per difendersi dalla timidezza, faccio lo spaccone ma è solo a fn di protezione, e invece nei libri trovi la persona e non c’è…”. Nei tuoi racconti ci sono molti tipi originali… “Si i miei maestri”. Ma perché in fondo se anche io penso al mio paese, le nostre comunità erano piene una volta di tipi originali, e oggi pare che ci sia un’omologazione? “Un appiattimento, è il famoso globalismo, ma non lo si deve combattere spaccando vetrine altrui, Qui c’era gente di un’originalità, c’erano musicisti, c’era uno che cantava la Tosca dalla A alla Z, ma proprio perfetta, c’era gente di cultura, gente che leggeva, ho libri del 1700 ereditati da mio nonno, oggi invece c’è un appiattimento anche perché la gente, i ragazzi non hanno più voglia, o vogliono diventare famosi, quindi pezzi unici, capito che non lo potranno mai… se non qualcuno di quei poveri diavoli che vanno al Grande Fratello, perché anche questa è cattiva cultura, la tv ha rovinato i ragazzi, l’uomo che non deve chiedere mai, il tonno che si taglia con un grissino, queste cagate varie, ti lascio tre giorni senza cibo e dopo il tonno è buono comunque anche se lo tagli con l’ascia, e questa… e questi ragazzi che non sono mone, hanno capito e dicono va beh non posso arrivare li però ci provo, e quando fanno il concorso di bellezza Miss Italia, Miss Paese, Miss Valtellina che non sanno neanche dove è… non ci arrivano e si appiattiscono e allora cosa fanno, va beh mi adeguo: il cellulare, la macchinina, la morosetta, questo non voler più provare a fare le loro cose perché gli hanno insegnato che le devono fare solo in funzione di diventare famoso, uno non può più suonare la chitarra perché non può diventare John Lennon. Suona la chitarra perché ti piace, no, la suono perché voglio diventare… e questo è il cataclisma e qua è colpa dei mezzi pubblici: tv, giornali, riviste, sfilate di moda… Mi girano i coglioni, giro la tele perché mi documento… sono abbonato a tre, quattro quotidiani e vedo che danno una notizia ma almeno equilibrate le notizie, danno la notizia di una barca che sprofonda con 80 persone morte, un secondo dopo Pitti Moda a Milano, stride, fate un programma di moda che chi lo vuole guardare lo guarda, vuol dire che non gliene frega niente, la moda va staccata dalla tragedia, quanto meno per il rispetto, capisci, ma siccome il rispetto non c’è, mettono un minestrone, è cosi, non posso mettere apposto il mondo, però le vedo”. Tu come ti sei difeso dall’omologazione? “Perché ho imposto la mia legge, tra virgolette, senza arroganza io sono andato a ritirare il premio San Vidal a Venezia, avevo vinto un premio con la Tamaro, lei prima con Sempre Bartali, un bel tipo lei, grandiosa, ha bevuto anche 5 o 6 prosecchi con me, entro cosi con il mio zainetto, e mi fanno, dove va lei? qui. No, no lei non può entrare. Va beh allora arrivederci, però poi gli ho dato la stoccata: l’assegno però me lo mandate a casa, erano 7 milioni a quei tempi, allora, hai visto, siccome io non ero con il frac, con i calzoni, mi hanno cacciato via, io mi sono difeso in questo modo imponendo la mia volgarità, però quando hanno cominciato a parlare di libri, ho rinunciato a tante cose per salvare la mia naturalità, la chiamo cosi, non è una recita, e questa naturalità di dire le tue debolezze, prima di affrontare una situazione, devi metter sul piatto il fallimento, allora ti salvi”. Un Mauro Corona natur? “Naturale, predico sempre ai ragazzi, siate naturali ragazzi, non puoi conquistare una donna e dire, io sono il maschio, perché se sprofondi, è una tecnica anche vigliacca la mia, però dà i suoi frutti, non ho mai affrontato una situazione col vincere, non ho mai scritto attaccando la montagna, chiedendo permesso se ci lasciava salire, e cosi con donne e così con i racconti, scrivevo e bruciavo quello che scrivevo, ho bruciato 200 racconti, foto di infanzia, l’album di matrimonio, che mia moglie non me lo ha più perdonato, e io gli ho detto: ne facciamo un altro matrimonio e lo rifacciamo, quello impossibile Quindi quando tu dici: ci si può difendere dall’omologazione? Con una formula, la tua naturalità, presentarti come sei”. Ma si è avvantaggiati qui rispetto a Milano? “Qui devi sviluppare il bosco che hai dentro di te, non puoi dire, trovare la scusa, Corona è fortunato… io non ho mai visto la Pietà di Michelangelo però sapere che esiste mi fa vivere meglio e non andrò mai a vederla, non voglio rovinarmi questo mistero, l’ho vista purtroppo sui libri ma da vicino no, non vado a vedere perché mi rompe un sogno perché voglio morire sapendo che c’è la Pietà di Michelangelo e mi fa stare bene, è la tecnica degli uomini che vogliono sempre impostarsi, non me ne frega più niente, ho fatto vie nuove, ne ho fatte più di 300, perché volevo impossessarmi, volevo andare a vincere, adesso vado su montagne che ho fatto 30/40 volte, non voglio più scoprire, impossessarmi, accumulare, non posso, e quindi uno che sta a Milano… io ci sono stato l’altro ieri, e mi sono seduto li davanti al Duomo e guardavo gli alberi umani che passavano e mi dicevo: forse quello ha dei problemi chissà dove va quello con quella borsa, era un arricchimento incredibile, ma devi arrivare a quello se no, e invece dobbiamo catturare, vedere questo, quell’altro…”. Ai tuoi figli pensi di essere riuscito a trasmettere questa scuola di vita? “Si, fino ad un certo punto, perché poi ora adesso, due sono a Roma a vedere la Cappella Sistina, perché mio figlio fa la scuola di scultura accademica, e va anche bene, perché se a 20 anni non hai la curiosità, sei morto, però sanno anche sottrarsi, ma questa non è una fortuna, perché non sono cosi stronzo da dire che i miei figli stanno bene, li ho educati bene. Non ho detto fate cosi, se tu dici fai, non puoi dire ad un ragazzo non devi bestemmiare e poi tu bestemmi, adesso loro hanno un bagaglio, se lo usano bon, se no uscirà l’animale che è in loro”. Insisti molto su questo fatto… “Perché ho avuto un’infanzia, ma tutta una vita, che difficilmente sorrido e tiro le pacche, sono un uomo allegro, diceva Balzac: solo gli sciocchi sorridono alla mattina e a colazione. Questo per dirti che il bosco interiore va coltivato, perché tutti non possono andare a dormire sugli alberi come me, sì lo faccio ancora in primavera, perché mi sento più vicino al cosmo, al creato, alle anime dei morti, le notti di primavera nelle radure li senti li attorno e se ti concentri un po’ senti le voci di questi folletti, gnomi, sono i nostri morti, sento il mio corpo che si adegua alla terra che non ha più freddo, non ha più paura, trovi giovani che hanno paura a dormire fuori ma che discorsi sono questi…”. Un grande scrittore ha detto non calpestare questi fori, ma per il vento è inutile poiché non sa leggere. “Sa leggere. il vento. Una volta o due all’anno organizza un pullman e venite qui, perché no? facciamo scuola all’aperto, facciamo un percorso, facciamo vedere ai bambini che ogni albero ha una propria storia, non costa mica bilanci eccessivi, il costo di un pullman, e invece i docenti non lo fanno perché devono ritirare la paga e basta, questa è la realtà. Voglio dimostrare che con lo scarto di legno, quello che chiamano scarto, si può fare una libreria, ma tu prova a proporre una libreria, li nei salotti dove tutto è lucido e di moda, ti ridono in faccia, qua c’è la forza della terra di Dio nel tronco cosi come è, se gli metti le mani addosso senti l’energia che viene fuori, e non dare mai vernice al legno, se no gli uccidi il fluido, ma non perché non esce più, ma perché si sente offeso e chiude la porta”. Un legno vivo? “Ci parlo, qualsiasi scheggia, io ti faccio un folletto. Non esiste il legno di scarto, o faccio fuoco, che è la stessa roba anzi forse vale di più, perché dà calore, vita”. La tua grande passione della montagna? “Quella è nel DNA, sai, una roba ricevuta, chi scala vuole imporsi, la vera montagna è camminare con le mani in tasca, sederti su una cima e aspettare, ascoltare, sono quelle le mie vere scalate. L’arrampicata è una paura che ha l’uomo e vuole imporsi, io aspetto il tramonto su una cima e se mi va dormo li, e la terra sembra una montagna che mi abbracci e sto li e ascolto: senti il picchio che lavora di notte, senti i guf, senti Dio perché devo tornare a casa se non ho nulla da fare, se ho un appuntamento con te, ma per vedere la partita no, sto li. Eh no, non rinunciano alla partita o alla Formula 1, eliminati. Con questi amici andrò a bere vino al bar e basta”. E trovi spesso Dio? “Si e se vi siete accorti lo abbiamo anche qua in questa chiacchierata, però…”. Quindi la montagna come godimento. Ma devi avere una ricchezza che stiamo perdendo tutti, che è la ricchezza del tempo. “E’ questo che dico ai giovani, investite in tempo libero, ma se tu il tuo tempo lo devi usare tutto per diventare qualcuno… se alla fne hai un pasto al giorno e tempo libero, l’umanità starebbe meglio. Prima non era così, quando scalavo all’inizio contava il riconoscimento degli altri. Io sono stato una carogna, ho umiliato un alpinista, sono passato dove lui non è riuscito a passare, però devo dire che ho rischiato la pelle, perché se volavo ero steso, però questa non è una scusante, è un’ulteriore imbecillità, perché perdevo tutte quelle piccole cose… meglio essere qua con voi a bere un litro di vino”. Però essere cosi staccati dalle cose è veramente un gran dono. “Non è semplice, un mio amico plurimiliardario, potrei farvi il nome, mah, anzi posso anche farvelo, Zanussi, lo portavo ad arrampicare, gratis chiaramente, su una via in Civetta la via Tissi. Questo qui aveva dei cani, quelli che tirano le slitte, gli aski, aveva una cucciolata a Cortina e, dopo una vita di arrampicate, (mia fglia Melissa aveva otto o nove anni, adesso ne ha 21) gli ho detto me ne daresti uno per mia figlia (Melissa aveva otto o nove anni, adesso ne ha 21)? 800 mila lire, mi fa, io non li avevo se no per mia figlia glieli avrei dati, adesso li avrei ma mia fglia non lo vuole più il cane, abbiamo quel trovatello lì, ma ti cadono le palle sai, e non l’ha fatto per cattiveria, è che lui è cosi geneticamente, cresciuto in famiglia dove non bisognava dare nulla, neanche l’aumento di 5 lire all’operaio, e questo qui è emblematico, che roba, no io non sarò mai un artista, non vorrei fare nomi ma artisti famosi che si fanno pagare 3 o 4 mila euro un disegno, roba così, e io dovrei star qui con voi e dirvi, dammi 150 euro, mi taglio le mani piuttosto, prendetevi tutti i disegni che trovate lì, che io ne torno a fare altri perché a me servono a passare il tempo e a divertirmi, dopo dove vanno non mi interessa, anzi mi interessa che li abbiate voi in questo caso. E’ semplice vivere e invece c’è gente, è la cultura, la tradizione, la crescita… Diceva F. Monreal: la storia di Bordeaux è la storia del mio corpo e dell’anima, e qua siamo sempre cresciuti nella miseria, nel tener conto di non dare, io ho voluto rivoluzionare questa cosa cosi, perciò io lo faccio con il cuore di cominciare a rompere la tradizione, che a volte è negativa, quasi sempre”. Sei quasi sempre nella tua baita, in mezzo ai monti? “Ogni sera in baita, stufo delle persone. La gente arriva qua per farsi firmare un libro, e mica li puoi cacciare via, ma poi indagano, sono cattivi, cominciano a dirti, ma li hai fatti proprio tu i tuoi libri? No ho una vecchietta che mi fa i libri”. Molti mi chiedono come tu riesci a rimanere naturale dentro in questo mondo editoriale. “Perché scappo, mi sottraggo, io sono andato a Francoforte, perché ho due libri tradotti in tedesco, ed era giusto che andassi li con la Mondadori a presentare questa mia vita, questi libri, ma poi torno subito qui. Ho rinunciato a programmi tv, non mi interessa proprio, si viene qua e si chiacchiera, vedi questo qua è il mio comportamento, che a volte dico anche altre cose, magari mi sveglio con una giornata no e dico anche cose più cattive a volte, ma è cosi”. Bello anche quelli che dicevi alle montagne: si deve chiedere il permesso… “Non abbiamo vinto nulla, ci ha solo lasciato passare, perché era gentile ed è per quello che io odio il chiodo forato, perché tu distruggi, stupri, tu prendi una donna che non te la dà e la violenti, è la stessa tecnica, è solo che per la donna ti condannano ed è giustissimo, la montagna no, ti permettono di sforacchiare tutte le pareti, se la montagna in quel momento ti dice alt, torna giù, abbi l’umiltà. No devo forarla, allora tiriamola giù con la dinamite. E’ l’arroganza dell’uomo che vuole sempre vincere in tutto”. La montagna è una maestra di vita? “Si, l’umiltà, la serenità, la dolcezza, la montagna non tira scherzi, se ne sta li, sento della montagna assassina, siamo noi gli assassini di noi stessi, e basta, la montagna è dolce, il torrente, io l’ho detto in un libro, quando è morto uno ragazzo, uno scout, perché non ha capito la voce, quando piove otto giorni il torrente diventa tumultuoso, perché fa casino, perché ti dice attento perché sono pericoloso, sono incazzato, non attraversarmi, i ragazzi non leggono questa voce, il libro della natura. Se sotto la parete c’è un ghiaione immenso la montagna mi dice che è friabile e che quindi se vado su di là rischio di cadere, perché si stacca”. Per ascoltare le voci bisogna far silenzio e la montagna da questo punto di vista aiuta. “Ma la montagna e i boschi sono interiori”. Tempo fa hai detto che è 25 anni che sei sposato e sono 25 anni che non dormi con tua moglie. “Con la moglie si va a scopare, non a dormire, i camosci dormono soli. Io alle donne non ho mai fatto del male, ma neanche mi comandano, cioè il senso del basti tu, ti basti, non hai bisogno di una donna o delle cosce per dormire, ma hai bisogno dell’essenziale, come scolpire, devi tirar via, c’è poco da fare, insomma uno che dipende dall’amore vuol dire che è come l’alcolista che non beve più, è più schiavo di prima, l’alcolista che non può nemmeno condire l’insalata, che se gli arriva l’odore del vino ci ricade di nuovo, quello è più schiavo di prima, farebbe meglio a bere. E’ la dipendenza che io non sopporto, bisogna che l’uomo abbia coraggio, questa non è una cosa da supereroe, bisogna abbassarsi , questa è la tecnica di salvamento, non puoi vivere la tua vita dipendendo da qualcosa, se no sei finito, e allora la tecnica del vincitore è quella di perdere, quello che predico nelle scuole.