MONS. GAETANO BONICELLI 90 anni

Vilminore Mons. Bonicelli
Vilminore Mons. Bonicelli

Vilminore Mons. Bonicelli

 “Il card. Ottaviani uscì dalla stanza del Papa ed era paonazzo. Papa Giovanni disse, è un brav\’uomo ma non conosce la storia della Chiesa”.

Pubblichiamo una piccola parte (la prima) della lunga intervista con Mons. Gaetano Bonicelli in occasione dei suoi 90 anni.

E’ stato ordinario militare d’Italia e arcivescovo di Siena. In questa intervista anche episodi inediti, i rapporti tra Padre Gemelli e Padre Pio, Giovanni XXIII e il Card. Ottaviani e il racconto di un percorso che l’ha portato all’episcopato.

Era il giorno di S. Lucia di 90 anni fa. “Mia mamma mi diceva sempre: Ti ha portato S. Lucia”. E’ cambiato il mondo, è cambiata la Chiesa. E mi viene in mente il “suonatore Jones / che giocò con la vita per tutti i novant’anni” con la differenza che Mons. Gaetano Bonicelli, che compie i suoi 90 anni il 13 dicembre “al cielo” ci ha pensato, eccome, gli ha consacrato e dedicato la vita intera. Della sua “classe” di 33 novelli sacerdoti di quel 22 maggio del 1948, anno di fuochi, passioni, speranze, paure e sullo sfondo la miseria dell’immediato dopoguerra, sono rimasti in cinque. Li nomina: don Nicola Morali (Clusone), Don Gildo Rizzi (Telgate), Don Piero Barcella (Trescore) e Mons. Tarcisio Foresti (Imola). Di ognuno ricorda il percorso. Due Vescovi in quella classe di novelli sacerdoti ordinati da Mons. Adriano Bernareggi, vescovo di Bergamo dal 1936 al 1953: Oltre a Mons. Bonicelli, c’era anche Mons. Giovanni Locatelli che fu vescovo a Rimini e poi a Vigevano. E’ un giorno uggioso di fine novembre. “Don Tano” (a Vilminore a Tavernola lo chiamano così da sempre) arriva in redazione. Ha appena fatto una puntatina a Vilminore a trovare sua sorella Tilde, di un anno più… giovane, adesso sta tornando a Stezzano, dove risiede. In auto: “Certo che guido, solo la sera sto attento perché i fari disturbano un po’”. La stessa grinta, il sorriso pronto, la memoria ferrea, una capacità comunicativa proverbiale. Le sue “omelie” travolgenti, ancora adesso. Il segreto? “Credo sia una qualità innata, ma bisogna ricordare che non stiamo vendendo… merce nostra, bisogna sapere a chi ci si sta rivolgendo e cercare il modo più interessante in modo da non annoiare”. Da chi ha imparato? “Credo che Parigi sia stata determinante, quando Padre Agostino Gemelli (1878-1959 fondatore dell’Università Cattolica – n.d.r.) mi ha mandato per due anni alla Sorbona. Era il 1954. All’Università Cattolica era arrivato il prof. Gabriel Le Bras (Giurista e sociologo francese (Paimpol 1891 – Parigi 1970). È noto particolarmente come fondatore della sociologia della pratica religiosa – n.d.r.). e aveva chiesto a Padre Gemelli di mandargli qualche universitario. Scelse me che ero al quarto anno. A Parigi c’era un’atmosfera diversa, c’era una Chiesa già all’avanguardia, senza pregiudizi, il fenomeno dei preti operai ad es. non era visto con sospetto come in Italia. Ho conosciuto il Card. Congar (1904-1995 Yves Marie Joseph Congar, teologo, precursore, insieme da Jean Danielou e Henri de Lubac della “nuova teologia” – n.d.r.) e i teologi francesi”.

Riprenderemo il discorso sulla teologia e i cambiamenti della Chiesa. Torniamo alla vocazione e all’ingresso in seminario.

Le vocazioni d’antan

Una Chiesa ben diversa quella degli inizi, un mondo diverso: “In prima ginnasio (corrispondeva alla prima media attuale – n.d.r.) erano in 62. Dico erano, perché io sono entrato in seminario in seconda ginnasio. Di quei 62 sono arrivati in 20, gli altri, come il sottoscritto, si sono aggiunti”. Vocazioni da uno su tre, come sosteneva Don Bosco, una miriade di piccoli seminaristi in ogni paese. “C’erano delle ragioni fondamentali in tutte quelle vocazioni: prima di tutto c’erano più ragazzi. Abbiamo fatto, a Padova, come COP (Centro Orientamento Pastorale che pubblica la rivista “Orientamenti pastorali” – edizioni dehoniane – n.d.r.) un’inchiesta che ha dato un risultato sorprendente: ci sono più vocazioni adesso di 20 anni fa, in percentuale. Solo che se allora si partiva da 100 adesso si parte da 40 e quindi i numeri totali sono inferiori e di molto, ma in percentuale le vocazioni sono addirittura cresciute. Secondo punto: un tempo la domanda, il bisogno di scolarità era altissimo e l’offerta era bassa e costosa. Per cui il Seminario era una soluzione a (relativamente) basso costo. Terzo: in paese il prete faceva parte delle figure carismatiche cui fare riferimento per la scelta di vita, oggi è il contrario. Ultimo, legato al precedente: la società del benessere crea aspettative che la ‘professione’ di prete non può soddisfare, economicamente e socialmente. Non che una volta economicamente i preti stessero meglio, stavano in piedi a patate come la povera gente delle loro parrocchie, ma erano comunque un punto di riferimento autorevole”.

Sul camion ho conosciuto mio padre

Il racconto di una vita parte da lontano, quando il ‘Tano’, cresciuto senza conoscere il papà, decide di farsi prete. Il papà Francesco era emigrato in Costa d’Oro nel 1926, nelle miniere d’oro. Tano non aveva ancora due anni. Il papà lo rivedrà nel 1946 (“ma non me lo ricordavo, figurarsi, a nemmeno due anni. Erano miniere, ho saputo dopo, dove si respirava quella polvere d’oro che portò a morire tanti ancora giovani, anche a Vilminore”), quando quel “bambino” sarà ormai a vigilia dell’ordinazione sacerdotale. La mamma Cristina cercava di sbarcare il lunario a Vilminore, il marito che mandava quello che poteva dall’Africa, dove venne fatto prigioniero dagli inglesi e deportato nell’azzurra Giamaica (l’aggettivo è Don Pietro Bonicelli, zio di Tano, sulla ‘memoria’ del cognato Giuseppe Magri, anche lui prigioniero e morto sull’isola). Con loro c’era anche lo zio Angioletto e tanti bergamaschi delle valli. “Ero in Seminario a Clusone, per le vacanze estive. Arrivò un camion e scesero mio padre e lo zio Angioletto. Tornavano dalla prigionia della Giamaica. E salii anch’io su quel camion che ci portò a Vilminore. Mio padre l’ho conosciuto su quel camion…”.. (…)

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