MILANO – LA LETTERA – “Dal quartiere Casoretto, vengo nelle valli bergamasche da una vita, qui ci siamo fermati per voi ma voi per noi…”

Gentile Direttore, ho appena alzato la tapparella della cucina, potevo lasciarla abbassata, non sarebbe cambiato nulla, la nebbia copre tutto, siamo nel grigio, dentro e fuori, vivo nella zona del Casoretto, quartiere a est di Milano, quello che fa parte del Municipio 3, un tempo frazione del Comune di Lambrate.

Vengo in quella che mia madre chiamava ‘villeggiatura’ nelle vostre valli bergamasche da quando avevo 4 anni e secondo il medico, allora il pediatra non c’era, avevo bisogno di aria buona perché ero troppo pallido.

Ora ho 68 anni, sono in pensione da poco. Ma nelle valli continuo a venire, appartamenti in affitto tra Clusone, Castione e in generale l’Alta Val Seriana. Lì mi sono sempre sentito a casa. Quest’estate ho saltato il ‘turno’ per il Covid, da noi non ce n’era ma voi eravate appena usciti dal disastro, ho pianto quando ho visto i camion militari in tv, ho pregato per voi tante volte nella chiesa di Santa Maria Bianca della Misericordia qui nel mio quartiere.

Mio figlio fa il cuoco in un ristorante sui Navigli, hanno chiuso per mesi in primavera perché a Bergamo e nelle mie care valli bergamasche si moriva di Covid.

Ricordo quei lunghi pomeriggi di aprile pieni di luce e vuoti di gente, chiusi nei nostri palazzi, lo sapete che qui la metratura media è di 50 metri ad appartamento? Io vivo in un appartamento di 48 metri quadri con mia moglie.

Lo sapete cosa significa vivere chiusi dentro in cosi pochi metri senza un giardino e vedere solo il palazzo di fronte, grigio e grigio e grigio? E non la Presolana o le vostre montagne?

Mio figlio è rimasto fermo per tre mesi, ha il mutuo della casa, che poi è un appartamento in un palazzo come il nostro, un bimbo piccolo, due auto, una lui e una sua moglie, l’affitto del garage, le spese condominiali, le bollette…

Mio figlio ha avuto grosse difficoltà economiche in quei mesi, anche in questi naturalmente, eppure non gli è mai balzato per la testa di andare sotto Palazzo Marino a chiedere che Milano aprisse i locali perché non aveva contagi e Milano non aveva davvero contagi.

Invece ho visto che alcuni bergamaschi sono andati sotto la casa del sindaco chiedendo di aprire Bergamo perché Bergamo aveva già dato ed ora è Milano coi contagi.

Ma lo sanno questi che i commercianti di tutta Italia hanno perso la Pasqua, la primavera e gran parte dell’estate pur avendo 0, e dico 0 contagi?

E nessuno però ha alzato la voce o protestato, ci siamo sentiti tutti uniti, tutti bergamaschi, tutti stretti attorno al tricolore.

E ora che succede? Ora che non è più a Bergamo, una parte, piccola spero, di Bergamo all’improvviso sembra chiamarsi fuori.

Ecco, questo caro Direttore, mi ha fatto stare male, quasi quando ho visto quei camion militari. Nei nostri ospedali milanesi sono stati ricoverati centinaia di bergamaschi e bresciani, ma perché chiamarli bergamaschi o bresciani o milanesi? Italiani, già, italiani.

E ora? Dov’è l’Inno cantato sul balcone? Dove sono le parole di solidarietà sui social? Dov’è il sentirsi tutti uniti? L’avete visto il fatturato delle stazioni di mare in primavera ed estate dove avevano avuto 0 contagi?

Il Covid come avete visto non si sceglie, arriva. Ma noi possiamo sceglierci e stare uniti. Non roviniamo tutto. Io tornerò nelle vostre valli, orgoglioso di amarle e di averle vissute ma un po’ di magone mi viene.

Lo scaccerò orgoglioso di essere prima ancora che milanese, italiano. Come voi del resto. Non dimenticatelo.

             Paolo Tagliabue

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