Milano adesso è stanca, ferita anche se finge di non sentire dolore

Patrizia Mantegazza*

 

Ma se devo parlare di te adesso, da dove vuoi che cominci? Forse, dalla tua piazza più conosciuta, pista di atterraggio di quei simpatici volatili che hanno fissa dimora qui, con quella tua Madonnina che benedice cielo e terra, mai stanca.

Milano si è dovuta fermare ancora. Un’altra tempesta è arrivata. Cosa c’è di diverso da quello che era già accaduto?

Milano adesso è stanca, ferita. Anche se finge di non sentire il dolore. Ferita nel suo cuore pulsante di città operosa e accogliente. Molto diversa da quella fredda metropoli che ancora qualcuno va narrando.

Il cuore grande di Milano. Come quello di tutte le sue sorelle lombarde, ferite come lei. Silenziate le sue vie, immobili e spente le sue vetrine.

Certo, qualcosa ancora sta funzionando. Qualche remoto ufficio che resiste al modaiolo quanto necessario smartworking, i famigerati punti di distribuzione dei generi di prima necessità (anche se in questa seconda tempesta ampiamente annunciata, i nostri governanti sono stati più larghi di manica).

E quando il giorno scivola nell’abbraccio della sera, eccoli i passi veloci che corrono verso le case pronte a sbarrare ancora porte e finestre. Tram e metropolitane che vomitano abitanti increduli di quello che sta ancora accadendo.

Sembrano davvero lontane le sere in cui, incuranti del freddo, le sponde del suo Naviglio, borbottavano note e risate.

Si, Milano è stata ferita, una ferita mortale. Ma non morirà neppure questa volta. Troppo robuste le sue arterie. E, nonostante lei appaia come una vecchia signora, si crede un’eterna adolescente, con gli ormoni perennemente impazziti.

Ma come può una città che ha allattato poeti e scrittori e generato ogni sorta di artista, piegarsi su se stessa, come fosse un riccio in procinto di attraversare una trafficata via? Non uscirà di scena, questa Milano che tanto ancora ha da raccontare alle generazioni del terzo millennio.

Fa male, a tutti noi, udire il grido di dolore dei suoi figli che hanno dovuto lasciare in fretta questa esperienza terrena. Fa male passare davanti al suo teatro più bello e sentirlo sospirare, orfano di applausi e presenze.

Fa male sì, ma Milano, ora inginocchiata in preghiera, si rialzerà fiera. Gli angoli straordinari, sconosciuti anche a chi ci è nato in questa città, attendono fiduciosi di risentire gli odori della vita. Ha ancora molto da narrare Milano. Appenderà al chiodo quel quadro che tutti ormai conosciamo con un unico soggetto: quel mostro che si è infilato nelle nostre vite, che ha vinto alcune battaglie ma che non vincerà questa guerra. Siamo ancora noi i più forti. Noi che torneremo ad animare la nostra città e saranno finalmente solo chiacchiere di gioia e non più solitari e tristi echi di parole prive di speranza.

(scrittrice milanese)

per Araberara

SUL NUMERO IN EDICOLA DA VENERDI’ 20 NOVEMBRE