Luglio 2020 – San Lorenzo, Rovetta – Giacomo, Mari e l’ultimo viaggio di mamma Liana. Il Covid, i mesi terribili tra speranza, paura e quegli angeli custodi

Martedì pomeriggio, sono da poco passate le 14,30, il cielo è azzurro, l’estate è arrivata e si fa sentire. Si fa sentire come le mille emozioni che si leggono negli occhi lucidi di Giacomo (che è assessore al Bilancio del Comune di Rovetta) e di Mari, che di cognome fanno Benzoni. Due fratelli, uniti da un’esperienza terribile vissuta negli ultimi mesi, che s’è portata via per sempre la mamma, Liana Scandella. Giacomo è un imprenditore, è seduto alla sua scrivania, continua a mischiare il fondo del bicchiere vuoto cercando le parole da dire. C’è anche Mari nella sala riunioni della sua azienda, la SIS di Rovetta, è vuota come il bicchiere di Giacomo, silenziosa, ma piena di pensieri che rimbombano ovunque. Ci sono storie come questa che sono difficili da raccontare anche dopo mesi, ferite ancora aperte che chissà se il tempo riuscirà mai a rimarginare. Storie che non puoi dimenticare, storie che lasceranno una cicatrice indelebile al cuore. Pagine di vita e di morte in cui ci leggi la rabbia, la paura, l’impotenza, l’amore infinito. Giacomo è un fiume in piena, lui il Covid l’ha guardato in faccia, l’ha combattuto e l’ha vinto. Mari parla con un filo di voce tremante, lei che ha seguito mamma da vicino e anche da lontano, 50 giorni di ospedale tra telefonate, videochiamate e gli angeli custodi di cui parleremo qualche riga più giù. Ma riavvolgiamo il nastro di questa storia, “che vorrei fosse di speranza”, dice Mari. E lo sarà. “Tutto è partito attorno al 20 di febbraio – inizia Giacomo – mio zio aveva una malattia degenerativa, ha iniziato a stare male ed è stato accompagnato al pronto soccorso di Seriate. Era notte, è stato seduto su una sedia per nove ore, il giorno dopo l’hanno fatto tornare a casa. In pochi giorni la situazione è peggiorata, aveva preso il Covid in quei corridoi, lui per la sua malattia non usciva mai da casa e dove potrebbe averlo preso se non lì? Una forma aggressiva che se l’è portato via in pochi giorni. Solo che a casa sono andati a trovarlo mia mamma, le mie zie, il fratello… anche se io avevo già iniziato a tenere tutti separati, perché lavorando nell’ambito della sicurezza sapevo già a cosa saremmo andati incontro. Io infatti non ho più messo piede nella casa dei miei genitori… tranne una volta, per mamma. Si sono ammalati tutti. E anche io”. Ma facciamo un passo alla volta, parliamo di Giacomo e della sua lotta. La febbre che sale, la saturazione che invece scende sempre di più. La preoccupazione che inevitabilmente bussa alla porta, mamma stava già male. Un racconto tutto d’un fiato… “Ho chiamato più volte il medico di famiglia, mi ha detto di dare a mamma una tachipirina, ma la situazione stava degenerando, lei aveva dolori ovunque. È venuto un altro medico a visitarla, ha capito subito che non andava bene per niente. Da lì è iniziata la caccia disperata all’ossigeno, che non si trovava. Ho chiamato tutti gli amici farmacisti, erano disperati perchè non potevano aiutarci. Alla fine una bombola l’ho trovata, gliel’ho portata ed è stata l’ultima volta che sono entrato nella loro casa. Poi ho iniziato a stare male anche io, il medico di famiglia era impossibile da trovare, non usciva, mi prescriveva le ricette. Mamma è stata ricoverata la sera dell’11 marzo, la zia il giorno seguente a Lovere, mio zio medico stava male ma ha deciso di curarsi a casa e lì è iniziato anche il mio calvario. Avevo la febbre, ho iniziato a curarmi con una tachipirina, avevo anche il saturimetro, la saturazione scendeva, ma la febbre no. Una tachipirina, poi tre al giorno, poi tre tachipirine e due brufen, poi tre e tre e dopo una settimana ho chiamato Romina, la titolare di Itineris, che dovrò ringraziare tutta la vita. La conoscevo già per via del lavoro, le ho chiesto di passare da me, quando mi ha visto ha capito subito che non stavo bene per niente, mi ha detto che non era sufficiente un’infermiera, serviva il parere di un medico, ma quale medico? Allora lei ha chiamato Cesare Maffeis, io nel frattempo ho chiamato Francesco Sergio, anche lui medico… li conoscevo entrambi, mi hanno salvato la vita. Cesare ha iniziato a prescrivermi la cura al telefono, era attorno al 20 marzo. La mattina dopo è venuto a casa mia, mi ha fatto due antibiotici in vena, quattro cortisoni sempre in vena, due pastiglie di Plachenil e un altro antibiotico per il pomeriggio… dal giorno seguente non ho più avuto la febbre. Era una cura dirompente, ma funzionava e quindi gli ho chiesto il favore di andare da mio padre… ha salvato anche lui. Quando parlava delle mie condizioni con le amicizie che abbiamo in comune diceva ‘speriamo di salvarlo’, e l’ho capito quando è arrivato di domenica mattina insieme ad un’infermiera. L’ho ringraziato, ma ci eravamo visti il giorno prima e non mi spiegavo questo suo ritorno, mi ha risposto che voleva controllare i valori. La saturazione era arrivata a 82 ma si era ripresa e la febbre non c’era più. Alla fine della visita mi ha detto che se non fossi migliorato mi avrebbe portato in rianimazione… immagina che allegria in quel momento. Mi sono immediatamente isolato in casa, mia moglie Savina faceva la spola tra la ‘parte Covid’ dove vivevo io e quella ‘non Covid’ dove lei stava con i nostri figli, Lara e Alessandro… che ho rivisto un mese dopo, il giorno di Pasqua, dal 9 marzo. Rivisti, ma sempre a distanza, ovviamente. Terminata la cura il 4 di aprile, entrambi i medici che mi hanno seguito hanno voluto che facessi immediatamente gli esami sangue, mi hanno detto ‘ti abbiamo salvato, ma ti abbiamo devastato, quindi dobbiamo vedere i danni’. Beh, il risultato… gli esami erano perfetti. In due settimane ho perso otto chili e mezzo, l’infermiera mi ha detto che mi stavo asciugando, io cercavo di mangiare e bere, cosa che mia mamma non riusciva a fare”. Sono stati giorni difficili da affrontare e la paura che non lo abbandonava mai… “Ne ho avuta tanta. Vicino al mio letto ho un affresco del battesimo di Gesù e qualche volta ci siamo parlati… stavo già predisponendo tutto perché pensavo di andarmene. Fortunatamente qualche insegnamento della mamma e del papà c’era e quindi anche la fede mi è servita in quel momento. Avevo il terrore di morire, sì, ma più che altro di passarlo a qualcun altro. Mi è mancato tanto il contatto con i miei figli, non li potevo vedere, anche se c’è stato un momento in cui sono andato a parlare con loro, il 26 aprile, il giorno in cui è morta la mamma”. Mamma Liana è una di quelle persone che a San Lorenzo era conosciuta da tutti, una donna dal cuore grande, che metteva gli altri davanti a sé, impegnata per la parrocchia di San Lorenzo e per il gruppo missionario. La parola passa a Mari, lei ha vissuto il percorso di mamma fino alla fine. “La nostra esperienza è iniziata il 1° marzo – spiega Mari -, quando mamma si è messa a letto. Dopo dieci giorni di assistenza a casa, insieme al fratello, medico anestesista, abbiamo deciso di farla ricoverare. Era molto esile, quando l’11 marzo è andata in ospedale era completamente disidratata, l’unica bombola di ossigeno che Giacomo aveva trovato non era sufficiente. La guardavo e credevo morisse di lì a poco, abbiamo chiamato l’ambulanza, i due medici hanno capito subito che la situazione era disperata… insomma quella sera l’ho lasciata andare consapevole che non l’avrei più rivista. È stata ricoverata per 50 giorni al Bolognini di Seriate, ha cambiato tre reparti, è partita dalla cardiologia, poi è passata in neurologia, la crisi polmonare dovuta al Covid l’ha superata in dieci giorni, ma il casco dell’ossigeno le ha provocato dei disturbi, era disorientata… quindi prima di passare in un’altra struttura per la riabilitazione, è andata in neurologia, poi è peggiorata, ha avuto problemi ematici e un’ulcera, le hanno fatto più volte le sacche di sangue. Era molto debole e l’hanno trasferita in medicina, ma le infezioni ce l’hanno portata via. Non possiamo però dire nulla dei medici dell’ospedale, hanno fatto tutto il possibile, sono stati meravigliosi. Mi hanno chiamato ogni giorno per aggiornarmi, all’inizio era lei a telefonare dal suo cellulare, poi si è spento, non era più in grado quindi non potevo sentirla né vederla”. Nel suo letto di ospedale mamma Liana continua a combattere, Mari ogni giorno ha un appuntamento fisso con lei… “Quando hanno attivato il servizio delle videochiamate mi si è aperto un mondo, tutti i giorni alle 14 avevo la possibilità di vederla per due minuti. Dall’altra parte del telefono c’era sempre la volontaria Rossana Vavassori, lei è stata il mio tramite, il mio angelo custode… era lei a darle le carezze che io non potevo darle, a guardarla come io non potevo fare. Papà era lì con me ma avendo problemi di vista non capiva quanto stesse male, mentre accanto a me in questo terribile periodo c’è sempre stato mio figlio Lorenzo, la mia forza”. Liana se n’è andata di domenica, il 26 aprile, ma non prima che i suoi figli potessero salutarla ancora una volta… “Rossana… devo ringraziarla ancora una volta. Mamma è mancata la domenica e il venerdì è stato l’ultimo giorno in cui l’abbiamo vista. Era l’ultima possibilità, l’avevo capito, e Rossana dopo la chiamata delle 14 mi ha detto che alla fine del suo giro sarebbe tornata per chiamarmi ancora una volta. Così le ho chiesto di chiamare Giacomo, che mamma non l’aveva più vista. Il sabato non ho avuto notizie, poi la domenica è squillato il telefono alle 12,15… mamma si stava aggravando, mi stavano preparando, perché cinquanta minuti dopo mi hanno richiamato per dirmi che era morta”. Un periodo tremendo, un incubo senza fine, un tunnel buio dove nessuno spiraglio di luce arrivava al cuore di Mari… “La gestione di un malato Covid è davvero terribile, lo guardi e ti rendi conto che niente è come prima, che lo stai perdendo piano piano, che non ci puoi fare niente. Lei aveva soltanto qualche linea di febbre, ma non aveva più energie, si stava spegnendo. Non riusciva più a fare niente, dovevo accudirla, imboccarla, aiutarla a spogliarsi e vestirsi, sono stata travolta da questa esperienza, ho avuto un po’ di sbandamento, di paura, avevo il terrore di passarlo a mio figlio, che praticamente ha vissuto da solo per un mese, perché dopo la mamma, si è ammalato papà. Un periodo difficile a livello fisico ma forse ancor di più dal punto di vista mentale… ogni giorno sentivo i medici e poi dovevo avvisare tutti i parenti. Nel frattempo stava male anche Giacomo, ero preoccupata più per lui che per la mamma, perché di lei mi dicevano che era una situazione delicata ma che stava per passare tutto… e invece guarda come è andata. Poi stava male papà, la zia in ospedale a Lovere per un mese. Beh insomma, ho avuto il terrore di perdere tutti”. Un’esperienza che ti lascia cicatrici sulla pelle e nel cuore, ma ti cambia dentro… “Quando guardavo Gesù accanto a me – conclude Giacomo – mi sono reso conto di quali sono le cose importanti, che in realtà non sono cose. Non è il fatturato dell’azienda, non è la macchina bella, ma poter passare del tempo con i figli, con la famiglia e sai… anche se ho una paura tremenda degli aghi, andrò a donare il sangue… magari servirà a salvare la vita di qualcuno”. E Liana dev’essere proprio qui, in tutte quelle piccole attenzioni che prima passavano veloci e ora non se ne andranno più.