L’altro Matteo, Berrettini nel ‘salotto buono’

(p.b.) Un altro Matteo, finalmente uno che porta l’attenzione su un’altra Italia che sa attirare simpatia e ammirazione.  Il ragazzo romano (Matteo Berrettini, ovvio) con quel servizio dirompente esprime una forza insospettata per un popolo che viene ritenuto solo “furbo”, così come la nuova nazionale di calcio di Mancini, estro e fantasia finalmente. C’era un vecchio film, “Intrigo a Stoccolma”, in cui il candidato italiano al Nobel per la medicina, vissuto dai concorrenti come un intruso arrivato lì con la furbizia, risolve un caso clinico appunto con l’estro italiano. Noi siamo la patria della musica, della pittura, della scultura, dell’architettura, della poesia, non siamo solo quelli di pizza e mandolino e tanto meno della mafia, come amano descriverci nell’immaginario globale.

E così questo ragazzo romano che arriva (perla prima volta nella lunga storia del torneo più prestigioso del mondo) alla finale di Wimbledon porta il tricolore nello stesso giorno, una domenica di luglio, in cui suona l’Inno di Mameli nell’altro stadio, quello di Wembley, a un tiro di schioppo dell’altro tempio del tennis.

Il tennis in Italia è sempre stato vissuto come uno sport per signori e quindi poco popolare finché abbiamo avuto anche noi i campioni, i Pietrangeli, i Barazzutti, i Panatta. Poi si era spento qualcosa, come nello sci dopo le imprese di Tomba o quelle di Pantani nel ciclismo. Noi amiamo vincere, partecipare ci interessa poco, anche alle olimpiadi scopriamo campioni in sport che non pratichiamo. Noi siamo quelli del divano con la birra, pronti a balzare in piedi col pugno alzato della vittoria per delega.

Ma Berrettini ci ha aperto la porta del salotto buono di quelli con la puzza sotto il naso, ci siamo entrati da proletari, con la fatica certo, ma anche con l’estro di un popolo di artisti che si erano troppo rassegnati a passare per manovali, carne di esportazione mal sopportata già nel secolo scorso nel mondo dove pure siamo riusciti a farci onore, di tanto in tanto.

Berrettini esprime anche fisicamente una tipologia di italiano che straccia gli stereotipi, siamo magari poveri ma belli di sicuro.

E domani Berrettini se la gioca con il primo al mondo. Se la gioca. Ce la giochiamo noi tutti con lui. Pronti a balzare in piedi sul divano col pugno in alto, pronti a cantare in coro il nostro inno tanto bistrattato ma che abbiamo scoperto avere una carica in più, rispetto ad inni concorrenti, lunghi e noiosi.

Capace che questo sia il Matteo giusto.