LA STORIA – PONTE NOSSA – “Io sono la Stefy, in equilibrio instabile tra cancro e corsa”. “Avvocato, mamma di due splendide figlie e moglie di Angelo”

Stefania arriva in redazione un mercoledì di metà febbraio dopo una mattinata passata a fare l’avvocato civilista ‘Il mio mestiere, un mestiere che amo’  e dopo essere passata a prendere le due figlie a scuola, Maddalena di 14 anni e Caterina di 17. Va di corsa. Nel vero senso della parola. Perché correre per Stefy non è tutto, ma è tanto. Già. “Io sono la Stefy’, comincia così, come il suo libro, una sorta di diario dentro un viaggio che nessuno si aspetta e si augura di fare, ma poi quando lo compi ti capita di conoscere e soprattutto conoscerti come non avresti mai pensato di fare: “Di corsa e in equilibrio di fronte al tumore al seno”.

Stefy che di cognome fa Baranca, vive a Ponte Nossa con Angelo, suo marito, che se scriviamo il cognome tutti in zona conoscono, Capelli, e le due figlie. Fa l’avvocato a Bergamo. Una vita che scorre intensa e serena sino al 2017.

Ma per capire il 2017 bisogna fare un salto indietro di due anni, nel 2015 quando Stefy comincia a… correre: “Mia mamma ha avuto un tumore al seno, una donna su 8 ha un tumore al seno, e adesso il 95% di queste donne guarisce. Ho un fratello e una sorella – racconta Stefy – e mio fratello ha avuto anche lui un tumore, un tumore tosto, un linfoma, ha combattuto, si è ripreso e si è messo a correre, ha cinque anni meno di me, una roccia, vive a Barcellona e corre maratone e raffica. Anche a me ai tempi del liceo e dell’università piaceva lo sport poi però mi sono buttata nel lavoro e non ci ho più pensato. Nel 2015 mio fratello arriva a casa di mia mamma e mi dice ‘andiamo a correre’, ok, andiamo a correre, corriamo fino al parco di Rovetta, ero sfinita, scarpe da ginnastica e via. Rientriamo a casa, mio fratello mi guarda e mi dice ‘Torno tra un mese e mi fai vedere cosa sei capace di fare’. Detto fatto, io sono una zuccona, comincio a correre sul tapis roulant, nel giro di un mese corro anche 20 chilometri al giorno, e da lì comincio a correre, ad accumulare energia, che solo poi mi renderò conto che mi servirà, quasi che il mio corpo sapesse qualcosa. E comincio a uscire a correre, mi prefiggo di arrivare a correre in strada 20 chilometri, era aprile, a ottobre sono andata a correre la mezza maratona di Valencia. Ricordo ancora il tempo: due ore e 4 minuti”.

Stefy sorride e racconta: “La corsa, adrenalina che si accumula e che poi serve, energia che diventa utile, ma non sapevo ancora per cosa”. Già, per cosa… Passano i mesi, Stefy continua a correre, a fare l’avvocato, a crescere le figlie: “A dicembre 2016 si ammala il fratello di mia mamma, tumore, un brutto tumore, viene ricoverato all’Istituto Nazionale dei Tumori, è grave, ogni week end andavo da lui. Ho ritrovato un’agenda che portavo con me quando andavo da lui, dove scrivevo quello che sentivo, quello che provavo, quello che mi capitava, ho letto una frase ‘la quotidianità con questo posto mi inquieta ma mi tranquillizza’, non sapevo ancora che sarei stata poi operata in quello stesso ospedale. Nel 2017 vado a Barcellona a correre la mezza maratona, con mio fratello che mi guida, un’ora e 58 minuti. Sotto le due ore. Volevo sempre migliorare. Quando torno dalla mezza a febbraio, mia figlia mi dice che una mamma di una sua amica vuole iniziare a correre, si chiama Sara, e poi si aggiungono altre due mie amiche, a settembre andiamo tutte e 4 a fare la mezza di Copenaghen, ci raggiunge mio fratello Francesco, mi chiede che tempo voglio fare, gli dico ‘1 ora e 55 minuti’, lui mi guida, dopo un po’ di chilometri lascio le mie amiche runner e seguo mio fratello, ma comincia un forte vento freddo, la pioggia battente, chiedo a mio fratello perché quella pioggia punge, mi guarda e sorride ‘stordita, è grandine’, ma ho corso, arrivo alla fine, aspetto le mie compagne di corsa, mi sento in colpa, era la loro prima mezza maratona e hanno preso il diluvio, il freddo, la grandine, magari si sono sentite male, magari si sono ritirate, poi le vedo arrivare, mi guardano e mi dicono che è stato bellissimo, mi sono sentita sollevata e felice. Quella maratona è finita su tutti i giornali con titoloni come ‘caos alla maratona di Copenaghen’, siamo partiti in 19.000, siamo arrivati in 12.000, una delle mie amiche è finita in ipotermia, eppure eravamo felicissime. Da li in poi siamo diventate un gruppo, quasi una famiglia, sempre insieme a correre”…

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