La bell’Ara compie 30 anni

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Il tempo lo si può misurare guardandosi allo specchio. E sono passati trent’anni esatti da quando il primo numero di Araberara è andato nelle edicole.  Se non una vita, un bel pezzo di vita. Era il 1987. (…) Ed era un altro mondo politico e sociale (che raccontiamo)

Faremo una serata di festa sul Porto nuovo di Lovere il 5 giugno. Ci saranno, tra gli altri, Ferruccio De Bortoli (storico direttore del Corriere della Sera e prima de Il Sole-24 Ore). Giovanni Nuti, reduce da serate da tutto esaurito allo Strehler di Milano, con il supporto di professionisti famosi della musica, racconterà Alda Merini di cui è stato amico negli ultimi anni di vita e “canterà” le sue poesie. Poi I ragazzi dell’orchestra Bequadro di Sovere e Eugenio Finardi per i 40 anni di “Musica ribelle” con ospiti che stanno confermando la loro presenza. Prima, alle 19.30, sfilata di moda, stand espositivi e musica.

E’ passato davvero un pezzo di vita per chi questo giornale l’ha fondato, cresciuto, ma anche per chi ci ha scritto, chi ci ha speso tempo e passione, per chi c’era all’inizio, per chi si è aggiunto strada facendo, per chi se n’è andato, per chi non ha mai preso una lira prima e un euro dopo, per chi ci ha creduto. La testata di questo giornale, fondato nel 1986 e uscito con il primo numero il 10 maggio 1987, è ancora oggi (e a volte mi spazientisco a doverlo ripetere) occasione per chiedermi cosa voglia dire. E ogni volta dobbiamo ripercorrere quelle sere passate a discutere e a sognare, che allora ci sembravano uno dei tanti momenti in cui era lecito fare voli, anche pindarici, che tanto costavano niente.

Volevamo fare un giornale che non fosse legato a un paese, a una valle, ci sembrava di mettere confini territoriali, di imprigionarci per conto nostro. Già ci sentivamo, se non proprio “ragazzi dell’Europa”, almeno dell’Italia, con qualche puntata perfino all’estero. Certo, era l’ambizione di varcare passi, scavalcare montagne, arrivare fin dove “l’occhio si perde” che ci ha indotto a scegliere un nome non legato al territorio. E allora tutti a pensare a nomi più o meno esotici. Araberara saltò fuori dall’inizio di una filastrocca, quelle che si usavano da bambini per stabilire l’appartenenza a una squadra, ma anche il ruolo nel gioco delle parti, oggi tocca a me e domani a te, hodie mihi, cras tibi, dicevano minacciosamente i latini, oggi a me domani a te, dipende dalla sorte, dalla “conta”, da mille occasioni e situazioni che possono incrociarsi, capovolgersi, sfuggirti o toccarti. (…)

Noi raccontiamo storie di estrema periferia, quelle che rendono vivo un paese che senza storie condivise degrada a dormitorio. Che poi è il mestiere del giornalista. Questo giornale vive per i grandi e piccoli cantastorie che ci scrivono. E per i grandi e piccoli che li leggono. Fin quando ci saranno storie da raccontare noi ci saremo. Il giorno in cui le storie finiranno, finirà anche la storia, anche quella di questo giornale. Che è il sistema migliore per augurarci lunga vita, perché è come augurarla a voi stessi.

SUL NUMERO DI ARABERARA IN EDICOLA DA VENERDI’ 5 MAGGIO

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