MONS. FRANCESCO BESCHI Il nuovo Papa? Che miri al cuore dell’uomo

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    Francesco Beschi nasce a Brescia il 6 agosto del 1951. Viene ordinato sacerdote il 7 giugno 1975 dal vescovo di Brescia, il bergamasco Luigi Morstabilini, dopo aver celebrato la prima Messa nella sua parrocchia cittadina di Sant’Anna nella periferia di Brescia, inizia il suo ministero presso la diocesi di Brescia come Vicario Cooperatore al “Villaggio Sereno” in città. Nel 1981 viene destinato alla parrocchia della Cattedrale come vicario cooperatore e mansionario che lascia nel 1987 quando il suo nuovo Vescovo, un altro bergamasco, Bruno Foresti, lo nomina direttore dell’Uffcio famiglia. Nel 1989 succede a monsignor Gennaro Franceschetti nella direzione del Centro pastorale Paolo VI. In quegli anni segue anche il giovane clero nelle attività del biennio formativo. Nel 1999 mons. Giulio Sanguineti lo nomina Vicario Episcopale per i laici e per i loro organismi di comunione e nel 2001 Pro-Vicario Generale della diocesi di Brescia. Nel 2002 promuove e organizza la nascita del Centro Oratori Bresciano, braccio operativo della Pastorale Giovanile diocesana. Il 25 marzo 2003 è eletto vescovo ausiliare di Brescia e gli viene assegnata la sede titolare di Vinda. Riceve l’ordinazione episcopale il successivo 18 maggio dal vescovo Giulio Sanguineti, consacranti l’arcivescovo Bruno Foresti ed il vescovo Vigilio Mario Olmi. Il 22 gennaio 2009 Papa Benedetto XVI lo nomina vescovo di Bergamo: succede a mons. Roberto Amadei che lascia la diocesi per raggiunti limiti di età. Fa il suo ingresso solenne in diocesi il 15 marzo 2009 durante la cerimonia di insediamento alla presenza del cardinale Dionigi Tettamanzi. Oltre agli studi teologici il vescovo ha frequentato il Conservatorio per i corsi di violino.

    Città alta, il “Colle”, nella defnizione ecclesiastica, insomma la sede del Vescovo e soprattutto della Curia, potere ecclesiastico ma anche economico e politico. Fino a qualche decennio fa il nome degli aspiranti sindaci di Bergamo e dintorni veniva stabilito in queste stanze. Il potere temporale si è diluito, ma i segni della potenza del tempo restano intatti, sulla piazza dominano il Duomo con quella facciata bianca, stonata, progettata da un “ingegnere delle ferrovie” (che di cognome faceva… Bonicelli), la magnifca entrata (laterale) di S. Maria Maggiore, la Cappella Colleoni e il Battistero imponente. E lì a fanco la cancellata che si apre a comando (da stanze che appaiono da lontano misteriose). Il palazzo vescovile è là in alto, ancora più in alto. L’hanno abitato vescovi austeri, vescovi più aperti, ma i segni di potenza rimangono. Più in là, piazza vecchia è ancora innevata, i turisti scattano fotografe invernali (potevano anche spazzarla, la neve, dalla piazza, dice una signora in diffcoltà). E’ mercoledì 27 febbraio, vigilia del giorno in cui Papa Benedetto XVI abbandona il “soglio”. Saliamo il viale verso il Palazzo Vescovile. Piccolo ascensore che porta dritto in un salone affrescato, poi un’anticamera e infne il piccolo studio del Vescovo, “studio” di lavoro, non di rappresentanza. Mons. Francesco Beschi non fa e non si fa aspettare. * * * Sulle dimissioni del Papa si è detto e scritto ormai tutto. Mons. Beschi è stato a colloquio con Benedetto XVI nella visita ad limina dei vescovi lombardi. Quando è stato il suo turno ha espresso il rammarico perché Papa Ratzinger non sarà presente a Bergamo per il 50° della morte di Papa Giovanni XXIII. “E’ stata una persona eccezionale” ha mormorato il Papa. Già. Un Papa, quello bergamasco, che ha mirato al cuore, senza trascurare la mente (con le sue eccezionali encicliche “sociali”). Cominciamo dalle dimissioni del Papa. La Chiesa sta attraversando una crisi, non si può dire di crescita, dopo duemila anni, ma di adeguamento ai cambiamenti del mondo. Che Papa si aspetta, anzi, di che Papa, secondo lei, ha bisogno la Chiesa? “Certamente le dimissioni del Papa sono un fatto eccezionale, un fatto che inizialmente ha sorpreso e per certi versi, appunto, ha sollevato interrogativi e non solo interrogativi, ma anche turbamenti di non poco conto”. Lei dice un fatto eccezionale, mi scusi, sa che è stato prefgurato che potrebbe essere poi una cosa invece quasi normale in futuro, e alcuni temono una reazione a catena. “Sì, eccezionale anche se, appunto, il codice già lo prevedeva; se n’era parlato anche nel passato. E’ certamente la prima volta dopo tanti secoli, in condizioni molto diverse rispetto ai fatti del passato. Eccezionale rispetto a come, in maniera diffusa, devo dire anche da parte mia, percepivamo il servizio del Papa e quindi certamente le sue dimissioni introducono una novità che non è imprevista dal punto di vista della legge canonica, ma certamente è una novità . E’ certamente un segno: ritengo che in questi giorni, in queste settimane abbiamo potuto rifettere sulle conseguenze di questo segno. Faccio un po’ fatica a intravederle. Qualcuno vede delle conseguenze piuttosto inquietanti, io francamente vedo anche le dimensioni positive: innanzitutto che riguardano il Papa Benedetto. Mi sembra che corrisponda al suo stile nell’incarnare il ministero del successore di Pietro, uno stile che ci riporta a delle consapevolezze molto forti. Penso al fatto che Papa Benedetto si è sempre percepito come un segno di Cristo, un segno peraltro umile; non ha voluto mai porre se stesso davanti al messaggio, porre se stesso davanti alla verità del Vangelo, porre se stesso davanti a Cristo. E questo diventa una provocazione enorme per noi vescovi, preti, per ogni cristiano: la consapevolezza che Cristo è vivo, è vivente, che veramente il suo Spirito guida la Chiesa, che quindi la nostra tensione, che diventa preghiera, che diventa meditazione, deve essere rivolta a cogliere questa presenza vivente di Cristo nella sua Chiesa e di porci al suo servizio. Ecco io credo che le dimissioni del Papa tra le tante rifessioni che possono provocare, ci invitino anche a questa.”. Non ha toccato l’argomento crisi. La Chiesa è o no in grave diffcoltà con i vorticosi cambiamenti del mondo contemporaneo? “Ritengo sia una crisi sotto alcuni profli problematica, preoccupante, per altri una crisi che lascia intravedere invece degli elementi di speranza molto intensa. Una crisi, se noi guardiamo all’Occidente, se noi guardiamo all’Europa, se noi guardiamo ai numeri, in Occidente. Ma immediatamente cambia la situazione se noi guardiamo a un continente come l’Africa. Se noi guardiamo all’Asia, all’America Latina… dove un poco la Chiesa cattolica sta soffrendo perché pure lì qualche cambiamento rispetto al passato, qualche contrazione anche numerica rispetto al passato, sta avvenendo. E’ una crisi nel senso che da un verso è chiaro che la Chiesa deve rimanere fedele al Vangelo, dall’altra parte è altrettanto chiaro che questo Vangelo è per gli uomini e quindi in questo momento avvertiamo la fatica di portare il Vangelo agli uomini contemporanei, soprattutto nel mondo Occidentale”. Impero romano e impero fnanziario La Chiesa all’inizio ha sfondato nell’impero romano, in Occidente, cioè nella civiltà più evoluta. Era un messaggio sconvolgente ma pauperistico eppure ha fatto breccia nella ricca Roma, quella dei vizi, degli Dei pagani, dell’edonismo, dell’epicureismo. Oggi si trova a rischiare di essere presente e di svilupparsi solo nel Terzo Mondo. Se quel messaggio è riuscito a sfondare in un impero romano, come mai non è attrezzato per sfondare in un impero fnanziario, economico, capitalistico? Non è stato sottovalutato, nella dottrina sociale della Chiesa, il pericolo liberista del capitalismo, denunciando solo quello marxista? “Credo che il Vangelo abbia tutta la potenza per inserirsi in un mondo contemporaneo così complesso e anche così diffcile da defnire. Il ricordo degli inizi, del tempo dell’impero, ci riporta alla consapevolezza che questo messaggio rappresentava una freschezza rispetto ad un decadimento sotto ogni proflo: una freschezza di speranza, una freschezza morale, una freschezza che abbracciava tutti gli uomini in un contesto in cui alcuni non erano considerati uomini ed erano la maggioranza. Oggi noi dobbiamo fare i conti con un mondo, molto complesso, molto fuido… certamente l’essenzialità del messaggio evangelico, l’esigenza di una testimonianza che sia capace di porsi come signifcativa agli occhi dell’uomo contemporaneo, l’esigenza di un linguaggio, di parole che possano interloquire con l’uomo contemporaneo mantenendo la fedeltà al Vangelo, io credo che sia assolutamente decisiva. Sotto questo proflo devo dire che ho anche molta fducia: il Vangelo non si misura con le forze umane, con i mezzi umani. Io credo veramente nella presenza del Cristo vivente, del suo Spirito, per cui ritengo che questa fase faticosa, soprattutto in Occidente, verrà superata. Non stiamo ancora intravedendo la strada del superamento: bisogna mantenere una fedeltà senza illusioni, senza nemmeno nostalgie; una fedeltà all’oggi rispetto alle istanze che il Vangelo ci impone”. Le chiese riscaldate e il mistero In pratica sta dicendo che il messaggio ha perso freschezza. C’è chi indica questa perdita di freschezza nel cambiamento del rito, cioè dell’esteriorità. Nel romanzo di Morselli “Roma senza Papa”, scritto nel 1966, c’è un prete che torna a Roma dopo 30 anni ed è un prete sposato perché nel frattempo un Papa ha liberalizzato il celibato, è tradizionalista e però si è sposato, è combattuto su questa contraddizione. E dice: “Là dove le chiese sono state riscaldate non ci sono più ex voto”. E’ una frase simbolica per dire “si è perso il mistero”. L’uomo moderno, che ha tutto chiaro, tutto spiegabile, ha bisogno di mistero. “Penso che questa categoria del mistero sia una categoria ancora molto attuale e credo che la Chiesa lo possa ancora testimoniare a partire non tanto da forme misteriose, diffcilmente accessibili. Il mistero non è qualcosa di incomprensibile, il mistero è qualcosa di inesauribile e attorno a questo modo di concepire il mistero io credo che possiamo ritrovarci; si ritrova il credente, si ritrova l’uomo di scienza vero, si ritrova addirittura il non credente che supera la superfcialità dei fatti e guarda alla profondità. Penso ad esempio come questa categoria del mistero possa essere impiegata per concepire la persona: la realtà anche di una sola persona umana, di un bambino piuttosto che di un anziano, dell’uomo nella sua forza, dell’uomo nella sua malattia, non fniamo mai di esplorarla. Nel momento in cui noi diciamo ‘ho capito’ facciamo un torto alla persona umana, fguriamoci se non facciamo un torto a Dio. A me questa categoria del mistero piace molto; credo sia di una grandissima attualità e sia una categoria di correttezza anche razionale nell’affrontare la realtà. Non la identifco con certe forme misteriose, quasi a marcare una distanza: ad esempio del rito, della lingua, dei gesti, rispetto alla vita quotidiana. Peraltro non dobbiamo dimenticare il grande scandalo dell’immagine di Dio che ci viene offerta nella persona di Gesù: il grande scandalo è proprio l’eccessiva vicinanza di Dio, l’eccessiva umanità di Dio nella persona di Gesù, non l’eccessiva distanza. La sofferenza pone la domanda ‘Dio dove sei? Dio è lontano’.In realtà, nel momento in cui ci si accosta al Vangelo, la provocazione più forte è di scoprire un Dio che è più vicino di quello che tu t’immagini, che è più umano di quello che tu pensi. Ecco, io credo che questa sia la strada che il Vangelo stesso ci indica, senza per altro dimenticare che ogni volta che dico Dio sto dicendo una realtà, una persona, che mi supera infnitamente. Il nemico dell’uomo, e il nemico anche della fede, non è la malvagità, è la banalità”. Messaggio forte, comunicazione debole E’ un tempo in cui l’uomo contemporaneo punta tutto sul tentativo di essere eterno, o sul prolungamento comunque della vita, ricorrendo anche a surrogati: noi scriviamo perché forse resti qualcosa di noi nel ricordo di noi, e così l’opera artistica, e così quello che fa un lavoro e mette in piedi un’industria sperando che il fglio non gliela faccia chiudere il giorno dopo… In questo momento, la Chiesa, avrebbe, ha la risposta che ogni uomo aspetta, cioè ‘tu risorgerai, tu sarai eterno” e questa risposta ha retto per 2000 anni. Oggi sembra che questa risposta non entri dalle orecchie, c’è un formalismo devozionale in calo, le chiese sempre più vuote. Incomunicabilità dovuta all’incapacità, non di tutti ovviamente, dei preti di ricordaglielo? “Lei con questo tema tocca uno dei tasti più delicati della presentazione del Vangelo oggi. Io sono veramente convinto che il tema della vita, di una vita più forte della morte, della vita eterna come siamo stati abituati appunto a defnire questa vita che supera la morte, sia un tema di grandissima rilevanza per la fede. E’ vero, il cuore della nostra fede è Cristo, veramente morto e veramente risorto. E’ di grandissima rilevanza per l’uomo contemporaneo che percepisce sempre di più lo svuotarsi della speranza. Che sta venendo meno anche per il non credente. Venendo meno, viene meno l’elemento forte, l’elemento che appunto spacca l’orizzonte, rispetto a quello che è l’esistenza fnita dell’uomo; la precarietà ci espone alla possibilità che fnisca anche ora e quindi, come fare a sperare? La speranza si trasforma in una specie di grande fatalismo: noi speriamo nella fortuna, noi speriamo nel destino. Ma cosa signifca sperare nella fortuna, sperare nel destino? Signifca rassegnarci a rinunciare alla nostra libertà, alla nostra responsabilità, alla forza con la quale costruiamo il futuro. Noi siamo diventati consumatori del presente, i nostri fgli fanno fatica a guardare al futuro perché noi glielo stiamo negando. Per mio padre la preoccupazione era di dare un futuro ai fgli, non era soltanto di dargli un mestiere: di dargli delle ragioni per vivere, per sperare. Oggi la scomparsa dall’orizzonte della dimensione della vita eterna rischia di svuotare la speranza e svuotare il futuro. Per gli adulti, per i vecchi e per i giovani. Sotto questo proflo non dobbiamo dimenticare la grande enciclica ‘Spe Salvi’, che è un’enciclica sulla speranza; un grande documento sulla speranza nella salvezza, che non si limita all’esperienza storica, ma supera la storia stessa. E questa lettera del Papa ritornerà a interrogarci, ad aiutarci”. L’inferno c’è ancora? C’è un aspetto: nell’attesa di vita eterna sembra scomparso (quasi) il senso della sicurezza di una giustizia nell’aldilà. De Andrè dice ‘l’inferno esiste solo per chi ne ha paura’. Se l’inferno è scomparso, viene meno l’attesa della giustizia che non è di questo mondo, ma se non è nemmeno dell’altro… I vecchi parroci puntavano sulla paura. Adesso il messaggio è: Dio è misericordioso e perdona tutto, anche di là. L’esigenza di giustizia credo sia una componente di attesa e speranza. Riassunto: i novissimi (morte, giudizio, inferno, paradiso) ci sono ancora? “I novissimi ci sono ancora. Il catechismo della Chiesa cattolica ce li ripropone: ricordo delle bellissime catechesi sui novissimi. Ultimamente, un mio carissimo amico che mi sembra tra i teologi italiani più importanti, ha dedicato uno studio molto bello su questo tema, riformulandolo per l’uomo contemporaneo. E’ evidente che a partire dal cammino continuo di approfondimento della fede, oggi affrontiamo questi temi con delle attenzioni e consapevolezze diverse rispetto al passato. Certamente il tema della paura è molto meno signifcativo rispetto al passato. Questo non deve togliere la consapevolezza che la fede, la vita, Dio, la nostra libertà, sono cose molto serie. Anche il tema della giustizia di Dio. In Dio giustizia e misericordia sono perfettamente unite. Gesù stesso ci mostra questa unità nella sua vita, nella sua predicazione. Giovanni Paolo II l’ha detto in modo stupendo in quel messaggio della giornata della pace ‘Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono’”. Pauperismo di ritorno I preti di strada, da don Gallo a don Mazzi dicono, torniamo a un esempio di vita povera, evangelica. Nella storia della Chiesa ogni tanto sono comparsi dei santi che hanno proposto un ritorno al Vangelo, come mi ha detto l’arciprete di Clusone, S. Francesco, S. Caterina da Siena, il santo Curato d’Ars… E ha aggiunto: “Mi aspetto dallo Spirito Santo un colpo di reni”. Questo pauperismo di ritorno unito al tempo quaresimale… proporre digiuno, un minimo di sobrietà in un mondo come questo: sembra un messaggio fuori tempo massimo. “Quello che lei sta dicendo ritengo che debba essere preso in seria considerazione. In questi anni di crisi noi percepiamo ancor più questa esigenza di testimonianza dell’essenziale, quindi anche di una vita nel segno di una sobrietà, di una povertà di mezzi che rappresenti in maniera molto forte la nostra fede e anche la nostra solidarietà nei confronti di chi è più povero. Lei ha citato tre fgure bellissime, S. Francesco, S. Caterina e il curato d’Ars. Certamente questi momenti, questi passaggi di trasformazione, di ritorno al Vangelo in maniera molto forte, ci vengono offerti proprio da fgure di santi: noi abbiamo sempre bisogno di santi. Le devo però dire che nel mio pellegrinaggio in terra bergamasca, che è un pellegrinaggio bellissimo nel senso che mi arricchisce di giorno in giorno, incontro tante persone che non sono conosciute e non vengono sbandierate e vivono queste scelte. Vedo famiglie, anche famiglie giovani, che adottano uno stile di vita sereno, semplice, sobrio, solidale. Vedo anche parrocchie impegnate in questa direzione. In questo tempo noi abbiamo moltiplicato la disponibilità di mezzi. La nostra società è fatta così: ci offre mezzi sempre più raffnati, sempre più perfezionati e sempre più numerosi. I mezzi sono importanti, ma più importante è la ragione, è il fne, è il cuore. Bisogna fare attenzione che i mezzi non nascondano il cuore, ecco, quindi la sobrietà dei mezzi, per non nascondere l’importanza dei fni. Lei ha incontrato il Papa nelle scorse settimane. Le ha fatto dono di una croce. Le ha detto qualcosa di particolare? “Nel salutarci ci ha dato la croce, all’inizio ognuno si è presentato davanti a lui. Io ho detto ‘Sono il Vescovo di Bergamo, la attendavamo perché stiamo celebrando il cinquantesimo della morte di Papa Giovanni’, lui ha sorriso e mi ha subito risposto ‘La morte di Papa Giovanni ha commosso il mondo intero e anche la Germania è stata commossa. Io’ dice ‘ero ancora in Germania’. Poi, ha aggiunto sorridendo: ‘E’ stato una persona eccezionale’. Allora io gli ho risposto ‘Anche lei è una persona eccezionale’ e lui ha sorriso e ha scosso la testa”. Il Papa che verrà Torniamo alla domanda iniziale: di che Papa abbiamo bisogno? Perché lei ha citato due papi che sono all’opposto come comportamento, come comunicazione, come presenza anche fsica. Di che Papa ha bisogno la Chiesa? “La domanda è più che legittima ed è la domanda che sicuramente prenderanno in considerazione i cardinali chiamati ad eleggere il nuovo Papa. Dico due cose. La prima: il Papa è chiamato a servire la fede della Chiesa, l’unità della Chiesa, è chiamato a servire una Chiesa che sia a sua volta al servizio della speranza di tutti gli uomini, quelli di altre religioni e quelli che non credono. La seconda: desidero un Papa che aiuti la Chiesa non solo ad annunciare e a testimoniare il Vangelo, ma a raggiungere il cuore dell’uomo, di ogni uomo, libero poi di accogliere o rifutare questo messaggio. Il nostro sforzo dev’essere quello di raggiungere il cuore, cioè la centralità dell’uomo, i suoi sentimenti più profondi”. Quindi torniamo al saper comunicare il messaggio. “Certamente anche attraverso questa realtà, che è umanissima, che è il comunicare: se parliamo lingue diverse non c’intenderemo mai, quindi devo riuscire a parlare la lingua del cuore degli uomini. Questo è quello che io mi auguro e auguro alla nostra Chiesa di Bergamo. Poi ci affdiamo con tutti noi stessi alla sorpresa dello Spirito Santo. Paolo VI non fu una grande sorpresa… Non è stato una sorpresa, o meglio: è stato una sorpresa per quello che gli è stato riservato cioè per la forza di concludere il Concilio così come l’ha concluso. La Curia romana e i Papi Non si può negare che, nel Conclave, ognuno tenterà di far eleggere un Papa che risponda alle sue attese, anche senza parlare di lotta di potere. Ma non si può negare che ci sia un apparato di Curia contro cui i papi si sono scontrati da Papa Giovanni in poi.

    Questo stesso Papa evidentemente si è scontrato, oppure ha preso atto che non ce la faceva a fare quello che voleva fare. “Io credo che la Curia sia necessaria nel senso che il Papa, ma anche il Vescovo, ha bisogno di collaboratori, di competenze per seguire tutta la realtà che è sfaccettata in mille aspetti, quindi la Curia in realtà è l’organismo che aiuta Papa, Vescovo e via via chi ha delle responsabilità, a raggiungere, a perseguire quelle fnalità che sono proprie della comunità cristiana. E questo è l’elemento, che deve portare a verifcare, e a purifcare, lì dove c’è bisogno di purifcare, intenzioni che non corrispondono a ciò che rappresenta il motivo per cui una Curia deve esistere, deve lavorare. Sul resto, francamente, a volte mi trovo anche io a leggere le notizie che leggono tutti e a valutarle con prudenza: non ho informazioni tali da poter a mia volta poter esprimere un giudizio diverso da quello che posso presumere leggendole”. Lei non si sente alle volte limitato dalla sua Curia? “Guardi, devo proprio dirle di no… io, come un po’ mi avete conosciuto, sono una persona abbastanza semplice e vivo con semplicità e anche molta immediatezza i rapporti con in miei collaboratori. Da quando sono arrivato ho visto la disponibilità a lavorare secondo quelle che erano le mie indicazioni. A volte ci possono essere idee diverse, però tendenzialmente mi sembra che ci sia tutta la possibilità di confrontarle, di discuterle e alla fne le devo dire, che a Bergamo, come a Brescia o nelle poche diocesi che ho conosciuto c’è molto rispetto del Vescovo nella sua responsabilità”. Oratori grandi contenitori Oratori belli, grandi, politica del Vescovo Amadei. Rifare l’oratorio, rilanciare l’oratorio e, con spese anche rilevanti, e poi uno va a vedere e quelli che funzionano sono ancora quelli che non sono neanche stati ristrutturati. Quelli nuovi diventano una cosa a mezzo tra un centro commerciale e un contenitore indefnibile. Grandissimi spazi troppo disabitati. Oltretutto, poi, c’è il passaggio dall’ospitare i giovani all’ospitare tutti. “Io credo che innanzitutto questo grande investimento sugli oratori sia il frutto di una scelta che ci riporta alle grandi convinzioni: quelle relative alla fducia nelle famiglie, alla fducia nei giovani, alla fducia nella capacità educativa della comunità cristiana. Quindi gli oratori sono un grande segno di speranza: basta vedere la mobilitazione delle comunità nel momento in cui si costruiscono e il desiderio di mantenerli vivi. Parlando del Papa, ho parlato degli oratori e il Papa ci ha incoraggiati a continuare ad utilizzare questa forma. E’ chiaro che non siamo più agli oratori degli inizi del Novecento, non siamo agli oratori di S. Giovanni Bosco, anche se tanti sono dedicati a lui, non siamo agli oratori nemmeno del dopoguerra. Semplicemente è cambiato il mondo e quindi la struttura, anche fsica, deve rispondere ad alcune esigenze nouve: esigenze di formazione, esigenze di aggregazione. Io credo che anche i progetti delle strutture oratoriali vadano studiati molto bene rispetto alle esigenze del mondo contemporaneo: ad esempio la possibilità di articolare in maniera più fessibile le strutture dell’oratorio a seconda delle diverse esigenze, dei diversi gruppi, delle diverse età.”. Preti giovani inadeguati? E qui si innesta il problema della preparazione dei preti. Mi è stato segnalato anche il fenomeno dell’abbandono dei preti giovani che chiama in causa anche un po’ il seminario. Un tempo i preti venivano preparati ad entrare nelle parrocchie, negli oratori, da protagonisti. Oggi i preti devono in contrarsi e a volte scontrarsi con dei giovani che parlano un’altra lingua, o sei incisivo o sei tagliato fuori. “Lei sta dicendo e io concordo che decisive sono sempre le persone. Devo dire che oggi abbiamo anche il dono di avere animatori responsabili laici, molto seri e molto preparati. La fgura del prete però non è intercambiabile. Noi oggi non viviamo a Bergamo una carenza di clero. Siamo ancora numerosi: soffriamo l’invecchiamento e il venir meno di sacerdoti giovani. La mia sofferenza è di vedere ogni anno che dobbiamo togliere qualche curato di oratorio da parrocchie di dimensioni non indifferenti. Il tema grosso è quello delle persone. Ci può essere l’oratorio non bellissimo, a volte un po’ vecchio, ma con persone capaci di testimoniare, di affascinare, di condurre i giovani e l’oratorio più bello dove non ci sono persone così. Il tema del sacerdote, del sacerdote giovane è un tema che le assicuro mi sta molto a cuore; non meno quello degli altri sacerdoti, compresi quelli anziani e malati, rispetto ai quali avverto tante mie inadempienze: vorrei fare molto di più per loro. Le assicuro comunque che, sia per quanto riguarda il seminario, che ho la grande fortuna di avere vicino e che visito quasi quotidianamente, sia per quanto riguarda i giovani sacerdoti, stiamo cercando di fare sforzi che portano ad aggiornare i processi formativi, accompagnamenti per poter valorizzare la bellezza della loro età giovane che diventa strada per incontrare altri giovani e per far loro incontrare il Vangelo”. Le misteriose unità pastorali L’ultima cosa sulle unità pastorali. Ne sta discutendo, mi dicono il consiglio presbiterale diocesano. Sono un modo per camuffare il fatto che non avete più preti da mandare. C’è una commissione che le sta studiando. Questo toglie però alle comunità, alle parrocchie, una identità che provoca reazioni come quando di propone di accorpare i Comuni. “Quello che lei mi dice è verissimo e sappia che non c’è nessuna intenzione di portar via parrocchie; dunque, la prima cosa da dire quando si parla di unità pastorali è che non si sopprime alcuna parrocchia e non si incorpora alcuna parrocchia ad un’altra. Le parrocchie rimangono, l’organizzazione del servizio pastorale cambia. Un po’ proprio a partire dal fatto che diminuiscono i preti, un po’ a partire da nuove esigenze: esigenze di collaborazione oggi si avvertono in ogni settore. L’unità pastorale è una forma di collaborazione tra parrocchie che viene maggiormente strutturata e prospettata nel tempo, cioè non è una collaborazione occasionale. La forza dell’unità pastorale sarà in un progetto, un programma pastorale condiviso da due o tre o più parrocchie e da un gruppo, formato da sacerdoti, religiosi, laici che cerca di attuare questo programma pastorale condiviso. Nella sostanza l’unità pastorale è questo. E uno degli aspetti dell’unità pastorale è l’aspetto missionario. Faccio un esempio molto chiaro: i giovani, 20-30enni e le coppie, le famiglie giovani. La mobilità, gli interessi, i punti di attrazione, gli impieghi, gli studi, sono tutti elementi che fan sì che queste persone abbiano caratteristiche diverse rispetto al passato, rispetto ad altre generazioni. La collaborazione tra più parrocchie può dare la possibilità di avvicinare, di costituire gruppi signifcativi in maniera migliore rispetto alla parrocchia da sola”. I preti anziani Carenza di preti. La regola dei 75 anni non va rivista? Cosa ne fate dei preti vecchi? Perché li buttate nella spazzatura? “Non voglio affatto buttarli via; ho parlato recentemente col consiglio presbiterale, ho messo a tema, proprio con i sacerdoti, il ruolo pastorale del prete anziano. E’ lontanissimo da me, anche viste le esigenze attuali, il pensare che un prete a una certa età esca dal giro del servizio pastorale. Lo farà in maniera diversa, senza gravare troppo sulle sue energie, sulle sue forze, ma è ben lontana l’idea che non serva più”. * * * Un’ora di conversazione. Il cielo è quaresimale. Sui tetti di città alta c’è ancora il bianco ugualitario della neve. La statua dorata di Sant’Alessandro, soldato martire per la fede, guarda dall’alto le miserie dell’uomo. Con quella sua veste da guerriero non sembra capire le nuove battaglie del denaro. Il viale ci riconduce verso il basso, alla “prona terra” dove, diceva Pascoli “troppo è il mistero”.

     

     

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