Marco che cadde sotto la grande croce

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    Lovere. Zona popolare, condomini e casette sparse un po’ dappertutto. Martedì 29 aprile, pomeriggio, cielo grigio e sprazzi di luce che tentano di ricavarsi un varco e far sorridere questa striscia di terra. Tabellone per le affissioni, le carte che ricordano Marco Gusmini sgomitano una vicina all’altra, gli anziani della Casa di Riposo, gli amici dell’oratorio, i parenti. Tutti lì. Scritti nero su bianco. Il resto è da un’altra parte. In cielo e nel cuore di Luciano e Mirella. Che abitano qui, a un pugno di metri, in Via Papa Giovanni XXIII, che sembra davvero uno scherzo del destino, ma che il destino non scherza, che preferisce il mistero allo scherzo, ma dietro a ogni mistero c’è una spiegazione. Ancora da trovare, ma altrimenti che mistero sarebbe? Marco è il ragazzo che ha fatto parlare tutta l’Italia per quella sua morte assurda, sotto la croce di Cevo, la croce dedicata a Giovanni Paolo II, giusto alla vigilia della sua canonizzazione, Marco che abita, abitava, in Via Papa Giovanni XXIII, l’altro Papa canonizzato. Che sono bastate queste due coincidenze per far scattare il tam tam mediatico. Ma al netto delle voci, delle notizie e dei clamori, a riflettori spenti rimangono loro due, mamma Mirella e papà Luciano. Le ceneri di Marco sono arrivate giusto ieri, mentre scrivo, lunedì 28 aprile, perché mamma e papà lo hanno voluto cremare. E adesso sono qui, nell’appartamento al terzo piano di uno dei condomini di Via Papa Giovanni XXIII, a guardare Marco attraverso le foto, a ricordarlo attraverso il cuore. Un parcheggio pieno di auto e un vicolo che collega ai condomini, uno vicino all’altro, a dare respiro alla strada una trattoria con un grande striscione dell’Atalanta Club Alto Sebino che ha sede qui, nel cuore del quartiere popolare di Lovere. Un lavasecco, una parrucchiera e poco altro, e poi quel grumo di condomini pieni di anime e corpi. Nel terzo condominio dietro l’angolo c’è l’appartamento di Mirella e Luciano, e anche di Marco, che un pezzo del suo cuore rimane lì. Terzo piano. Luciano apre la porta. Capelli spettinati, sguardo lucido e intenso, che sembra cercare quello che non c’è più, almeno qui sulla terra, poi chissà… il salotto è bianco, e sotto la tv c’è Marco: “Che avrà avuto 4 anni – comincia Luciano che non gli toglie gli occhi di dosso e che accarezza continuamente la schiena di Mirella, quasi a cercare sicurezza – era così anche adesso, con quello sguardo pieno di vita e di gioia”. Cominciamo. A raccontare Marco, che lo raccontano loro, che lo hanno amato, accudito, vissuto e che Marco a suo modo ha amato, accudito e vissuto loro. Papà e mamma. Che ci provano. Che hanno il groppo in gola. Che si siedono sul divano bianco e si stringono forte, che hanno gli occhi lucidi, che sono in due, ma continuano a essere in tre. Che il silenzio è ovattato da quello sguardo di Marco che ci si incolla addosso mentre mamma Mirella parla, piano e dolcemente, quasi che ogni parola sia ascoltata da Marco da qualche parte: “E’ nato a Brescia – racconta – aveva avuto problemi prima di nascere, è nato prematuro. Era il 30 novembre del 1993”. Perché Marco? “Ci piaceva, fosse stata una bambina l’avremmo chiamata Sara. Sino a quando ha fatto i 2 anni abbiamo abitato a Monasterolo, poi siamo venuti qui, in Trello e siamo sempre rimasti qui. Il primo anno di asilo lo ha fatto a Castro, poi le scuole a Lovere, elementari, medie, due anni di ragioneria e poi il Patronato a Clusone. Adesso stava facendo il tirocinio, prima alla casa di Riposo di Lovere e poi in quella di Costa Volpino…”. Ogni tanto Mirella si ferma, un groppo in gola, le carezze sulla schiena di Luciano e poi ricomincia: “Marco era come nella foto che vedi, anche se sono passati anni, sempre quello sguardo pieno di vita, sempre quel sorriso, sempre quella felicità addosso. Amava la vita e la vita amava lui, perché per essere sempre così contento la vita ti deve amare davvero”. “In casa ogni tanto entrava in conflitto con noi – tocca a Luciano, che parla piano, si tocca i capelli e non smette di accarezzare la schiena di Mirella – con me soprattutto, io lo sgridavo ma lui non se la prendeva mai. Aveva un rapporto molto fisico con tutti, abbracci, tanti abbracci e anche con noi, ci abbracciava spesso, era bellissimo sentirlo con noi, era affettuoso”. “Ogni tanto la sera – continua Mirella – mi diceva di stare un po’ con lui ‘so che non puoi ma se hai cinque minuti stai con me’, mi diceva così, lui era così. E fuori di casa salutava tutti, tutti, tutti. La Madre Alda Merini di Aristea Canini Conosceva tutti, fin da subito attaccava bottone, quasi che stare bene insieme fosse la cosa più normale del mondo, che in fondo dovrebbe essere davvero così”. Luciano e Mirella si stringono vicini: “Era la nostra benzina – continua Luciano – felice, irruente, vivo. Ma la sua passione vera era l’oratorio, era la sua seconda casa, era un combattente felice di combattere, era nato prematuro, aveva un’emiparesi, aveva avuto un’emorragia cerebrale ma sopperiva con la sua irruenza. Faceva l’animatore da anni, prima il Grest poi tutte le esperienze dell’oratorio, lui c’era sempre”. Anche quella mattina. Mirella e Luciano stanno in silenzio, poi Mirella racconta quel giorno, quell’ultimo giorno: “Era felice, contento, io sono uscita alle 8,30 per andare al lavoro, faccio la maestra d’asilo, lui amava il contatto fisico ma non era uno che dava molti baci, e invece quella mattina mi si è avvicinato e mi ha dato un bacio ‘ciao mamma, ci vediamo stasera’. Ce l’ho ancora addosso quel bacio…”. Mirella si ferma. Luciano le accarezza la schiena, ancora, sempre: “Ero al lavoro, Luciano anche, fa l’operaio a Casnigo, in Val Seriana. Ero all’asilo e viene mia cognata e mio fratello, li aveva chiamati Don Claudio che non trovava il mio numero di telefono, mi dicono che è caduta la croce, ma non sapevo che Marco era morto. Mi hanno detto che si era fatto male e che era a Esine. Hanno avvisato anche Luciano. Siamo partiti tutti e due, ma quando mi hanno detto che era a Esine pensavo non fosse grave altrimenti lo avrebbero portato in un altro ospedale e invece… invece non l’avevano portato perché non c’era nulla da fare. Ma l’abbiamo saputo dopo…”. Mirella si ferma, Luciano la accarezza: “Non lo so se abbiamo tanta fede, non lo so, però adesso è lui che ci sta dando forza, per forza che ce la sta dando”. Fino a ieri qui è stato un via vai di gente, tutti a salutare Marco: “Un affetto forte, indescrivibile, per Marco, perché Marco amava e si faceva amare”. Mirella e Luciano e poi Don Claudio, il curato che ha visto crescere Marco e che l’ha visto morire, e che non si da pace: “Don Claudio è sconvolto, lo era anche oggi, quando gli abbiamo portato le ceneri di Marco… Lo abbiamo fatto cremare, non volevo, non riuscivo a vedere il suo corpo infilato in un loculo…”. Silenzio. Silenzio. Silenzio: “Lo senti il silenzio? non era così prima, Marco fisicamente era davvero rumoroso – sorridono – faceva casino, gli dicevo sempre ‘fai piano che chissà cosa dicono quelli dell’appartamento di sotto’, faceva tremare la casa, era una forza della natura..”. Mirella, Luciano e Marco, sempre insieme, anche in vacanza: “Siamo andati per anni al mare – va avanti Luciano – poi lo scorso anno invece in montagna, sai, avevamo appena cambiato la cucina e non era il momento di spendere, così siamo andati in Trentino dai parenti di mia moglie. Ma era sempre bello con Marco, era sempre allegria”. Ancora silenzio. Ancora il loro sguardo sulla sua foto. Un aggettivo per Marco: “Unico, era unico”. Domenica hanno canonizzato i due Papi, domenica c’era il funerale di Marco, cosa pensate? “Che lui era lì, che era lì in mezzo a loro – Luciano è convinto – era tra i due santi, tra loro c’era Marco”. Luciano va avanti: “Non si lamentava mai, gli andava sempre bene tutto, tranne in casa che con me ogni tanto entrava in conflitto, ma io ero contento così, lo preferivo educato fuori che in casa. Poi ogni tanto lo sgridavo e lui se ne andava a letto ma il giorno dopo era uguale al giorno prima, pieno di gioia, non l’ho mai visto arrabbiato, mai”. Luciano racconta: “Con la mamma si confidava, si raccontavano i loro segreti, con me era diverso, ero il suo punto di riferimento ma certe cose non me le diceva…”. “Mi diceva ‘questo è il nostro segreto mamma, non dirlo al papà’ – Mirella sorride – ci dicevamo tutto”. Mirella e Luciano prendono un album di fotografie: “Quello che rimane di Marco è qui, tutto qui”, ma il resto è nel cuore di Mirella e Luciano, che mica è poco, che è tutto. “Qui siamo a Pinzolo – Luciano mostra le foto di Marco al ritiro dell’Inter lo scorso anno – Marco era interista, tanto interista. Aveva la coperta dell’Inter e il giorno di Pasqua i nonni della Casa di Riposo gli avevano regalato l’uovo con il pupazzetto dell’Inter, era arrivato a casa felicissimo…”. Perché i nonni lo avevano adottato, Marco, con quel suo carattere esuberante, quel suo sorriso, quella sua forza che coinvolgeva tutti: “Prima aveva fatto il tirocinio alla casa di riposo di Costa Volpino e da due mesi era alla Casa della Serenità di Lovere, adorava i nonni, sapeva farsi voler bene ma soprattutto gli voleva bene. Li abbracciava e loro sentivano il suo affetto, lui nei rapporti era davvero molto fisico”. Luciano mostra le foto di Marco in mezzo ai nonni, che sorridono, che lo abbracciano, che fanno festa con lui. Luciano chiude l’album: “E adesso? adesso? lo portiamo nel cuore, l’unica cosa che ci rimane di lui, accarezziamo le foto ma ci manca la sua presenza fisica, ci manca”. Come manca all’oratorio, che Marco era davvero un pezzo di oratorio: “Se c’era una gita lui era sempre in mezzo – sorride Luciano – aveva fatto l’ultimo dell’anno a Firenze con i ragazzi e don Claudio, ed era andato anche al mare con i ragazzi qualche giorno quest’estate. E adesso? non troviamo una spiegazione, non la troviamo, magari più avanti, arriverà più avanti”. Luciano accarezza ancora la schiena di Mirella, sposati da 27 anni, da una vita: “La sera è dura, di giorno va un po’ meglio, ci sono le cose da fare, la giornata scorre ma la sera, la sera qui cala il silenzio, non c’è Marco…”. Mirella e Luciano sono a casa dal lavoro per qualche giorno: “Ma lunedì riprendiamo, forse se riprendiamo va meglio, forse, dobbiamo andare avanti, manca, manca lui, la sua forza di vita, la sua vita, ma lui vorrebbe che andiamo avanti, è sempre andato avanti anche lui, con tutte le difficoltà che ha affrontato. Faticava a camminare ma non si abbatteva, mai, era stato operato al piede ma andava avanti sempre, non si fermava, prendeva storte, metteva il ghiaccio e ripartiva. Senza problemi. Senza lamentarsi. Lui andava avanti e noi andiamo avanti, dobbiamo andare avanti ma bisognerà vedere come andiamo avanti, non lo sappiamo, solo il tempo lo dirà, solo il tempo…”. Che forse davvero morire non è nulla, è non vivere che è spaventoso, e Marco ha vissuto, fino alla fine, e forse anche adesso sta vivendo, da qualche parte, sicuramente nel cuore di Mirella e Luciano. Che vanno avanti, sempre, con quelle carezze sulla schiena che sembrano il guscio di Dio, senza recriminare nulla, senza accusare nessuno ma tenendosi dentro la gioia di avere avuto e di avere ancora un figlio come Marco.

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