LUMINA, IMPRENDITORE “EMIGRANTE”

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    : Silusi: fatturato in crescita del 20%. 30 mila le aziende italiane in Romania COLONIALISTI? E’ il mercato che fa il prezzo: noi prendiamo manodopera all’estero, i consumatori comprano prodotti esteri

     

    2010/2011 ha registrato un +37% di fatturato e fno a luglio, nel 2012, abbiamo un +20% rispetto all’anno scorso. Ma diverse grandi aziende che serviamo, quelle dei marchi di fascia alta, hanno registrato nel 2011 un -15% e quest’anno, per la vendita dell’estivo, prevedono fno ad un -30%”. In questa contraddizione tra più e meno si districa un imprenditore pianichese di lungo corso, Pierluigi Lumina, 58 anni, che evidentemente ha saputo acquisire quote di mercato tali da “ammortizzare” il calo delle commesse di altre aziende. E’ uno dei pionieri che negli anni 80- 90 sono “emigrati” nei paesi dell’est. Nel caso specifco in Romania. Là ha uno stabilimento con oltre 300 dipendenti, a Sovere ne ha 25, “le teste pensanti dell’azienda”. La “fabbrica” è al confne tra Sovere e Pianico, guardando dalla fnestra della grande sala riunioni si può vedere il “confne” tra i due Comuni, una rete di recinzione, di là è Pianico, di qui è ancora Sovere. Un capannone si mette per traverso. E’ un complesso industriale che ha una storia, quelli che hanno dai 40 anni in su, soprattutto donne, ricorderanno la Evan, più di mille dipendenti negli anni 70. Adesso ci sta la “Silusi” l’azienda di Lumina e cognati. “Il nome deriva dai cognomi, Sigorini-Lumina-Sigorini. Fino al 1979 qui c’era ancora la Evan. Poi Pierluigi Bartoli ha chiuso e siamo entrati noi in afftto. Noi abbiamo cominciato nel 1976 con un piccolo laboratorio a Pianico, noi siamo sempre stati e siamo un’azienda che lavora per conto terzi. A fne anni 80 stavamo perdendo competitività e avevamo diffcoltà nel trovare personale. Qualche anno dopo le stesse associazioni di categoria ci indicavano la soluzione. Vale a dire andare all’est, in Italia il settore commerciale attraeva di più. Ancora adesso, se volessi portare l’azienda in Italia, dove li trovo 300 dipendenti? Giustamente oggi i giovani hanno ambizioni e non si vogliono impiegare nel manifatturiero”. Ma suppongo fosse piccola la sua azienda. Come è nata l’idea del “trasloco” in Romania? “Conoscevo un imprenditore che si era installato là, era il socio di Zaninoni, che aveva un’azienda con 2.500 dipendenti. Proviamoci. Sono arrivato ad avere 950 dipendenti, prima dell’esodo…”. Esodo? “Nessuno se n’è accorto o almeno non ne hanno mai parlato, guardavano tutti a Lampedusa, ma tra il 2002 e il 2005 c’è stato un vero e proprio esodo dalla Romania verso l’Italia”. Per che cosa? Ceausescu era stato “abbattuto” nel 1989. “Ecco, quando è stato ammazzato si è aperta una crisi epocale in Romania. Non c’era un governo vero e la struttura economica era tutta basata su aziende statali, anche la fliera commerciale, nessuno più lavorava, ho visto migliaia di animali morti fuori dalle stalle, non c’era mangime, il 50% della popolazione è rimasta senza lavoro, non si vendeva più niente. Io arrivo nel 1991 e nel 1995 impianto la fabbrica: l’ho riempita subito, tre anni dopo, come dicevo, avevo 950 dipendenti, 6 capannoni e 9000 mq, la Lusi Union”. Vi accusano di essere i nuovi “colonialisti”, di aver approfttato della crisi di quei paesi, di aver tolto lavoro agli italiani perché là davate paghe da fame. “Ogni Stato ha il suo salario. Se paragoni l’Italia alla Romania, vale anche il paragone tra Italia e Norvegia da cui l’Italia uscirebbe penalizzata. Noi abbiamo dato come salario più di quello medio rumeno. Se allora in Italia il salario medio era di 800 mila lire al mese in Romania era di 100 mila lire. Noi italiani davamo di più e tutti venivano da noi. Adesso il rapporto dei salari tra Italia e Romania si è ridotto, se in Italia si prende come media un salario di 1.100 euro, là adesso è di 300 euro. Il che vale anche Bulgaria, Moldavia, Bielorussia, Ucraina… In Cina il salario medio è di 190 dollari…”. Quindi converrebbe andare in Cina: “A parte i dazi… Ma se è per questo converrebbe di più andare in Africa, dove il salario è meno della metà di quello cinese allora. Il vero problema per un’azienda come la mia è la qualità e per averla ci vogliono anni di esperienza e non si può cambiare ogni dieci anni. Noi lavoriamo per marchi prestigiosi come la Herno, Zero Rh+, Blauer, C.P. Company, Pirelli, Moncler e per importanti marchi svizzeri, russi e tedeschi. E poi partecipiamo alle gare ministeriali, per le divise di Vigili del Fuoco, Carabinieri e dipendenti Enel… La formazione del personale è fondamentale per la qualità del prodotto. In Romania non tenga conto solo del numero dei dipendenti all’interno della mia azienda, c’è anche l’indotto con oltre 500 persone e adesso ho aperto una seconda azienda. Il fatturato? “In Italia tra i 7 e i 7 milioni e mezzo di euro e tutto il gruppo supera gli 11 milioni”. Quando siete arrivati in Romania avete trovato comunque terreno fertile. “Certo, la Romania aveva già una buona conoscenza della produzione di abbigliamento. Oltretutto nella gran confusione non c’erano regole, aprire l’azienda è stato veloce. Ma adesso le regole ci sono eccome, anche più rigide che in Italia. C’è un salario minimo fssato dallo Stato, intorno ai 250 euro, cosa che in Italia non c’è, non si possono assumere giovani se non hanno compiuto 18 anni…” Ma quante aziende hanno fatto come lei? “Guardi, nella sola Romania attualmente ci sono più di 30 mila aziende italiane (dato de Il Sole 24 ore settembre 2011) che danno lavoro a circa 800.000 persone…”. Un’enormità: “Ma se tutte tornassero in Italia non avrebbero mercato e nemmeno manodopera”. Come funziona la produzione? “Il cliente ci manda un prototipo o più spesso un disegno e allora siamo noi a creare il prototipo. Poi acquistiamo la materia prima, ovviamente di alta qualità, che arriva al nostro magazzino di Sovere per i controlli. Parte il camion per la Romania. Là avviene la confezione. Il prodotto ritorna qui a Sovere, viene controllato capo per capo e infne consegnato al committente. Abbiamo alti standard di qualità ed entrambe le aziende sono certifcate ISO9001”. Ma puntando sulla qualità, come fate, in tempo di crisi addirittura ad aumentare il fatturato del 20% a metà anno dopo aver aumentato del 37% lo scorso anno? “Cercando sempre nuovi clienti di fascia alta. Diciamo che gli acquirenti un tempo si dividevano in fascia bassa, medio-bassa, medio-alta e alta. Oggi le fasce intermedie sono sparite. E’ chiaro che un prodotto cinese, ad esempio una camicia, di bassa qualità, si compra a 4 euro compreso il tessuto. Una di qualità in Italia solo di confezione, costa non meno di 12 euro. La materia prima è importante, un tessuto italiano di qualità costa al metro 5-6 euro e poi c’è la confezione. In Cina hai il prodotto fnito a 4 euro e il tessuto a meno di 1 euro. Capisco che in tempo di crisi molti possono permettersi solo quella. Accusano noi di cercare manodopera a basso costo all’estero, ma il consumatore fa lo stesso, compra prodotti esteri a basso costo. Sono le regole di mercato, il prezzo, lo ripeto sempre, non lo facciamo noi, lo fa il mercato”. Ma adesso, mi ha detto, anche i grandi marchi accusano una fessione notevole, intorno al 30%. Mentre la sua azienda è ancora in crescita. “Sì, è per questo che pur constatando che la mia azienda è forida, ho una grande paura, se fette anche la fascia alta dei consumatori, la crisi arriva anche a noi”. Tornando alla Romania. Lei ha detto che l’esodo è del 2002-2005. Non c’entra il cambio di sistema politico allora, avvenuto nell’89. “Le conseguenze sono a lungo termine. A un certo punto, in quegli anni, quasi all’improvviso, sono partiti tutti, scappavano verso paesi dove si stava meglio, vale a dire nell’Europa occidentale, in Italia. Migrazione epocale, per la maggior parte clandestina, quasi tutti giovani, un fuggi fuggi quindi, dalle famiglie, dalle scuole, lasciavano moglie e fgli. Le conseguenze si sono avute anche nel manifatturiero, anche su di noi. Ecco perché ora il numero dei dipendenti si è ridotto drasticamente. Ho un amico che per mancanze di manodopera aveva fatto addirittura arrivare 500 donne cinesi in Romania”. Voi producete, lo ha ripetuto come un ritornello, prodotti di qualità. Quindi costi elevati. Ma la gente è in grado di riconoscere un capo di qualità? “Per questo c’è la garanzia del marchio. Per quanto riguarda i costi, oltre al costo della materia prima c’è il costo della manodopera: una giacca da sci richiede, visto che il nostro è lavoro al 100% manuale, dai 300 ai 500 minuti di lavorazione. E’ chiaro che se in Romania il costo di un minuto è di 10 centesimi e in Italia di 40 centesimi la differenza è notevole… Perché poi il prodotto va venduto”. Perché i grandi marchi non hanno una produzione interna? “Perché la produzione è la parte più diffcile da gestire e quella che richiede un gran numero di persone, macchinari ed attrezzature. A noi chiedono un prodotto fnito fssando i loro criteri, per loro è più conveniente gestire solo la parte commerciale che gestire una macchina complessa come la produzione, che non sarebbero in grado di gestire se non con grande diffcoltà”. Torno all’argomento già toccato. Anche per la crisi del tessile in val Seriana si accusano gli imprenditori di averlo fatto crollare portando la produzione all’estero. “La storia del tessile in val Seriana è diversa da quella dell’abbigliamento che riguarda il mio settore. Lì la situazione era più legata all’aspetto tessile, il costo del prodotto fnito dipendeva per la maggior parte dal costo delle materie prime e dal tessuto piuttosto che dalla manodopera per la confezione quindi era giusto fare tutto sul posto, senza avere altissimi costi di trasporto e dazi per cercare manodopera a costi più bassi che incideva poco sul prezzo fnale. Adesso è chiaro che se per confezionare ad esempio un lenzuolo costa 5 volte meno altrove si va dove conviene, ora che con la globalizzazione i costi di trasporto non sono più così elevati. Cosa diversa per i capi di abbigliamento dove la manodopera incide molto. Ma ripeto, chi decide le scelte delle aziende è il mercato: e chi decide il mercato sono gli acquirenti, chi compra il prodotto. E si torna al discorso delle fasce, con quelle medie che sono sparite, si hanno solo prodotti di fascia alta o bassa”. C’è una polemica fnora sotto traccia: sarebbero stati i politici, in Lombardia, a suggerirvi di andare all’estero, addirittura con incentivi fnanziari. “Per quanto mi riguarda non ho ricevuto una lira o un centesimo da nessuno e alle volte mi chiedevo come facevano gli altri ad averli. L’unico aiuto che ho avuto è stato quando, appena comprati i capannoni, il Borlezza si è portato via una fetta di terreno del mio stabilimento nell’alluvione di una decina di anni fa. Ma per la produzione mai avuto nulla e nemmeno chiesto nulla, non saprei nemmeno come si fa”. Lo stabilimento, sul fnire di Via S. Rocco, a un metro dal confne con Pianico (e già a venti metri c’è il semaforo del centro storico) è grande, pulito, ricostruito con fniture anche di pregio, grandi uffci, grandi magazzini dove la merce è pronta per essere consegnata. Il camion è appena arrivato dalla Romania e ripartirà carico di materia prima. Anche Pierluigi Lumina fa la spola tra i due paesi ogni 10 giorni. Quando lo incontriamo è appena rientrato: “Sono soddisfatto del personale rumeno. Qui a Sovere ho 25 dipendenti. Avrei bisogno di nuovo personale qualifcato, modelliste e prototipiste, ma la notizia della crisi del settore mi frena. Se a luglio eravamo ancora in forte crescita, vediamo i conti a fne anno. Finora siamo cresciuti anche in tempo di crisi. Ma cosa succederà tra qualche mese non possiamo saperlo”.

    LA REGIONE FINANZIA l’insediamento all’estero delle aziende lombarde

    Stanziare soldi a fondo perduto per…. mandare le aziende italiane all’estero. Una barzelletta di fne estate che nemmeno fa ridere, macchè, una realtà di inizio crisi (era il 2009) che invece fa piangere. Succede in Lombardia, nella ricca (?) Lombardia formigoniana che adesso annaspa, arranca, va in debito d’ossigeno. A girarci il tutto qualche imprenditore locale che di questi fnanziamenti ha usufruito. Insomma, in un momento in cui servirebbero soldi per radicalizzare le sofferenti ditte in Italia, le si incentiva a… prendere armi e bagagli e ad andare all’estero perdendo così la già poca forza lavoro che c’è in Italia con conseguente crollo dell’occupazione. Insomma la Regione Lombardia incentiva a creare… disoccupazione. E non è un’iniziativa presa un decennio fa, no, in piena crisi, anno Domini 2009. I Bandi dal 2009 Andiamo a spulciare nei bandi, con decreto del 20 febbraio 2009 è stato approvato il bando ‘Fondo di Rotazione per l’Internazionalizzazione – FRI’ che testualmente recita: “il bando è fnalizzato alla realizzazione mediante programmi di investimento all’estero da parte delle PMI lombarde manifatturiere di nuovi insediamenti produttivi, centri di assistenza tecnica, strutture logistiche di transito e distribuzione internazionale. I programmi possono essere realizzati in forma diretta (100% del capitale sociale detenuto dall’impresa lombarda) o in Joint Venture con imprese estere. La dotazione fnanziaria è di euro 8.000.000,00. LA REGIONE FINANZIA l’insediamento all’estero delle aziende lombarde L’intervento fnanziario concedibile è pari al 40% delle spese ammissibili ed è così composto: una quota a fondo perduto, fno al 40% dell’intervento fnanziario a titolo di contributo in conto capitale; una quota a rimborso, pari almeno al 60% dell’intervento fnanziario a titolo di fnanziamento a tasso agevolato (tasso fsso 0,25% su base semestrale). Possono presentare domanda di ammissione agli interventi fnanziari di cui al presente bando le piccole o medie imprese (con esclusione delle micro imprese)… costituite in forma di società di capitali, con sede operativa in Lombardia da almeno 2 anni, e aventi minimo 2 anni di operatività nel settore Manifatturiero le imprese potranno presentare domanda via web, le domande saranno istruite con procedura valutativa a sportello sino ad esaurimento delle risorse….”. Insomma, fno ad esaurimento fondi c’è da mangiare… ma non in Italia. E poi è arrivato anche l’esito di questo “Fondo di Rotazione internazionalizzazione” per l’approvazione delle istruttorie. Con un recente decreto, del 10 luglio 2012, sono stati infatti approvati gli esiti istruttori delle domande più recenti presentate a valere sul FRI – Fondo di rotazione per l’internazionalizzazione. La ‘giustifcazione’ del fnanziamento è dovuta agli “’Strumenti di competitività per le imprese e per il territorio della Lombardia, con la quale la Regione Lombardia, in coerenza con gli orientamenti comunitari, intende supportare la crescita competitiva del sistema produttivo, territoriale e sociale lombardo…”, quindi via alla internazionalizzazione dei fondi e misure di intervento affdate a Finlombarda SPA, società fnanziaria di Regione Lombardia. Le ditte fnanziate per… l’espatrio Ecco quali sono le ditte che hanno benefciato dell’ultima trance (2012) di fnanziamenti per… andarsene dall’Italia: la ‘Seriana Eco-Qualità’ sas di Cabrini Fabio & c. di Gargnano (Bs) con un investimento presentato di 93.000 euro che è stato ammesso per intero per un insediamento produttivo in Romania. La ditta SI.MI.RA. Fashion Spa di Entratico con un investimento presentato di 780.000 euro e un investimento ammesso per 600.000 euro per un insediamento produttivo in Serbia. La ditta Nemox International srl di Pontevico (Bs) con un investimento presentato e ammesso per intero di 200.000 euro per un insediamento produttivo in Germania e la ditta Lubrimetal Spa di Merate (Lc) con un investimento presentato e ammesso per intero di 400.000 euro per un insediamento produttivo in Brasile.

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