La bella stagione del Cre e le altre tre stagioni (morte?) degli oratori

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    I Cre vivono la loro bella e breve estate di festa, con il meritato successo di uno sforzo biblico che movimenta centinaia di ragazzi e ragazze dei nostri paesi. Le Diocesi lombarde (non solo quella bergamasca, tutte quelle lombarde, coordinate dal responsabile per le “politiche” Giovanili lombarde, proprio il Vescovo di Bergamo Mons. Roberto Amadei) sopperiscono alle carenze pubbliche organizzando la più grande operazione di “collettamento” giovanile regionale dell’anno. L’apoteosi di un percorso o una semplice “una tantum”? La Diocesi di Bergamo in questi anni ha incentivato, incoraggiato, fi nanziato ristrutturazioni o edifi cazioni di nuovi oratori, strutture a volte imponenti anche in paesi dove manca il “Curato”, per la carenza di preti. I parroci sopperiscono, a seconda della loro età sono più disponibili, altrimenti delegano ad educatori. E’ sulle altre tre stagioni dell’anno, quelle della “normalità” dell’attività degli oratori che abbiamo chiesto due pareri, uno a un parroco che vorrebbe (è un’ipotesi “scolastica”) addirittura fi nire il proprio ministero tornando a dirigere un oratorio, Don Leone Lussana, nato a Schilpario nel 1944, che per 15 anni ha diretto, dal 1969 al 1984, uno dei più grandi oratori di Bergamo, quello di Borgo Palazzo in Sant’Anna, che ha vissuto da “parroco senza Curato” l’esperienza giovanile della parrocchia di Bratto (1984-1997), che vive la realtà di una grossa parrocchia alle porte di Bergamo, Torre Boldone. L’altro è Don Riccardo Bigoni, nato a Clusone nel 1975, da otto anni giovane direttore di un grande Oratorio, quello di Alzano Maggiore.

    Colonie antenate di Grest e Cre

     

    Le “colonie” noi ragazzi, nati a ridosso della guerra, le abbiamo sognate e temute. Inventate nella lontana “perfida Albione”, insomma l’Inghilterra, addirittura alla fi ne del ‘700 per far riparare i polmoni dei bambini sfruttati nel lavoro della esplosiva rivoluzione industriale, erano state riprese dal fascismo, non perché davvero ci fosse inquinamento nelle nostre città e tanto meno nei nostri paesi, quanto per una scelta pedagogica-sanitaria inquadrata nel culto del corpo. Il fascismo esaltava il corpo, la forza, l’effi – cienza, uno Stato che aspirava a farsi largo tra le Nazioni, più o meno “perfi de”, doveva avere dei cittadini “sani di mente e di corpo”. Insomma: bambini forti avrebbero costituito un esercito forte. “Nei primi anni ‘20 queste strutture vennero impiantate in edifi ci già esistenti e, successivamente (anni ‘30), si costruirono delle strutture proprie, per controllare meglio la situazione. Le colonie passarono dunque dal controllo dell’ONMI (Opera Nazionale Maternità Infanzia) direttamente a quello del PNF (Partito Nazionale Fascista). Le maestre erano le iscritte ai fasci femminili di combattimento, e offrivano gratis il loro lavoro. Nel 1931 nacque l’EOA (Ente Opere Assistenziali) con il compito di finanziare le colonie termali” L’idea, sfrondata dall’ideologia della “forza” (non era il caso, dopo i rovesci militari e la miseria del dopoguerra), assunse un aspetto più “sanitario” nel dopoguerra. L’’alimentazione non era adeguata, dilagavano le malattie tipiche della miseria, il rachitismo era praticamente endemico, il “dottore” te lo trovava solo tastandoti il torace e le scapole. Si andava al mare. Il “dottore”, nel senso del medico del paese, passava nelle aule, “tastava” la gola e il torace dei bambini, e decideva la tua sorte. “Aspirazione” perché era un’avventura, “terrore” perché si stava lontano da casa, in mano a “signorine” che non erano la tua mamma, vita da collegio, vocabolo che era già una minaccia (“se non fai il bravo ti mando in collegio”). Dalle colonie (famosa quella “bergamasca” di Varazze) che per noi erano per natura marine, in quanto in montagna c’eravamo già, ai primi Grest (Gruppi estivi) degli anni cinquanta. Ho sempre pensato fossero un ripiego pedagogico per “preservare” i ragazzi dei paesi dall’invasione dei villeggianti, fenomeno nato appunto in quegli anni. All’improvviso i paesi di montagna sono stati “occupati”, in ogni casa si affi ttava, arrivavano le famiglie milanesi o cremonesi, con i loro usi e soprattutto costumi così diversi, le prime ragazze in pantaloncini, uno scandalo, le donne scollacciate, il linguaggio disinvolto…Uno dei primi inventori dei Grest fu Don Giovanni Plebani, allora curato in Vilminore, dove tornò arciprete molti anni dopo, adesso parroco in Serina, che nel 1959 ribattezzò l’iniziativa “Ricreatorio”. Oggi smentisce la genesi preventiva di quell’invasione villeggiante. “Si trattava di proporre, dopo l’anno parrocchiale, catechistico, un’esperienza di vita in comune. Si mangiava, ci si divertiva, si studiava, si pregava, si dormiva insieme. Era un’educazione alla comunità”. Il riferimento era ai “campeggi” che furono organizzati nella valle del Gleno, proprio sopra la diga spaccata. Alzabandiera, lavarsi nel ruscello, fare teatro in riva al fi ume, la Messa al campo, la gita al Belviso sul nevaio, le minestre di… rane pescate nel laghetto paludoso, i canti, i “mestieri” da fare a turno, gli orari da rispettare e la sera tutti in tenda che una delle prime notti imparammo che il risparmio di energie non sempre paga. Ci avevano detto che ogni tenda (con tanto di capotenda) doveva scavare un canalino tutto intorno. Un canalino? Non ne avevamo capito l’utilità. Col cavolo che avevamo scavato. La nostra era la tenda più grande, ci stavamo in otto, forse di più. Non scavammo un bel niente. La seconda notte venne un temporale da tregenda. Sentivamo i tuoni, attraverso la tela vedevamo i lampi, ma ce la godevamo, ci sentivamo al sicuro. Solo che mezzora dopo l’acqua fi ltrò sul fondo della tenda, Ci trovammo all’ammollo, non si poteva uscire, non si poteva dormire, eravamo in trappola. Chiedemmo ospitalità alle altre tende, che quel “canalino” aveva salvato dall’alluvione, era la storia della cicala e della formica, quelli erano ancora tempi di favole educative o, se si voleva, della parabola evangelica delle vergini stolte e di quelle sagge. La mattina dopo quelli delle altre tende ridevano della nostra disavventura. Avevamo imparato una lezione non da poco, il valore di… un’opera pubblica, realizzata insieme, a benefi cio di tutti. Facevamo un giornalino, il doposcuola, giochi collettivi di avventura che cementavano amicizie e trapassavano i confi ni di contrada e di paese. Mai divertiti tanto. Davvero un’estate “ricreatoria”. Non c’era (non c’è) più lo “Stato etico”. Ma c’è sempre l’etica, almeno ci dovrebbe essere, un progetto di morale collettiva e condivisa da trasmettere. Un mese di Cre oggi troppe volte è una tantum, invece di chiudere un percorso, come fare la festa dello scudetto senza aver disputato il campionato. La bella estate fi nisce sul nascere. Le stagioni più faticose, come dice Don Leone, sono quelle della normalità.

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