Haiti oltraggiata da bianchi, neri, mulatti, schiavi, pirati e imperatori

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    “Una marea di tende di stracci con un fortissimo odore di morte”

    Ad Haiti cinque giorni dopo il terremoto è arrivata una squadra di volontari italiana, presenti molti bergamaschi. Ecco il racconto di uno di loro, Marzio Moretti. * Un volontario endinese nella prima colonna lombarda diretta ad Haiti, una delle prime missioni partite dall’Italia verso il paese caraibico colpito dal disastroso terremoto. Marzio Moretti racconta la sua esperienza vissuta tra macerie, corpi abbandonati e tanto caos. Con lui anche il consigliere regionale del PdL Carlo Saffoti. Un viaggio per distribuire cibo e medicinali. 15 gennaio “Nella serata di venerdì 15 gennaio, alle ore 23,00 circa, nel corso di una riunione preparatoria tra responsabili di funzioni (io sarò responsabile di tutti i posti tappa con un impiego di oltre 700 volontari sui tre giorni) per l’Adunata Nazionale degli Alpini a Bergamo è pervenuta dal Dirigente dell’U.O. Protezione Civile della Direzione Generale Protezione Civile, Previsione e Polizia Locale di Regione Lombardia al Responsabile del II° Raggruppamento ANA nonché Referente per l’Associazione Nazionale Alpini all’interno della Colonna Mobile Regionale Marco Lampugnani la precettazione (con partenza entro 36 ore) di 4 volontari ANA esperti in ‘scouting’, con disponibilità per missioni all’estero, da inserire nella prima task-force organizzata da Regione Lombardia e da inviare nella Repubblica di Haiti. Alla chiamata subito io e gli amici di sempre Ennio Bonetti di Filago e Tarcisio Ravelli di Telgate ci siamo guardati negli occhi e la risposta è stata immediata e proveniente dal profondo del cuore… IO CI SONO… e così mi sembrava di essere tornato alle ore 4 di notte del 6 aprile quando a pochi minuti dal sisma abruzzese eravamo già tutti al telefono aspettando la chiamata ufficiale che sarebbe arrivata da li a poco. Come per ogni emergenza tutto si ripete, la disponibilità, la voglia di dare una mano, l’entusiasmo di poter fare quello che da anni ci insegnano, la sicurezza di partire all’interno di un gruppo di persone speciali, altamente professionali e con le quali ogni singolo sguardo ha un significato e un’azione immediata (la sinergia, la fducia e il fare squadra sono essenziali in emergenza)… consapevoli però sempre tutti che quando si parte è perché qualcuno meno fortunato di noi sta soffrendo e ha bisogno di aiuto immediato. Questa volta inoltre è tutto più complicato, Haiti è dall’altra parte del Mondo e l’emergenza che ci si trova di fronte è immane, le prime immagini parlano da sole”. 16 gennaio Parte così l’organizzazione per la missione della prima colonna mobile lombarda ad Haiti. “Sabato 16, valigia, controllo vaccinazioni e passaporto, visita medica e soprattutto saluto alla famiglia e alla fidanzata Luana. In valigia non può manca re un porta fortuna: un elefantino di peluche che mi è stato donato da un bimbo Aquilano mentre portavamo soccorso alla sua famiglia a Monticchio e un bracciale di Luana. 17 gennaio Domenica 17 si parte, sveglia alle ore 5,00 riunione tecnica in Sala Operativa Regionale a Milano alle 8,00 e trasferimento all’aeroporto di Malpensa. La nostra missione ha avuto due scopi ben precisi, consegna aiuti umanitari alle Organizzazioni non governative (ONG) presenti ad Haiti, all’AVSI (associazione volontari soccorso internazionale) e all’ospedale N.P.H Saint Damien della Fondazione Francesca Rava Onlus (unico ospedale pediatrico dell’isola). Avevamo poi il compito di compiere uno ‘Scouting’: individuazione contatti (Parroco, Vescovo, Console, ecc), studio del teatro dell’evento, percorso sicuro e idoneo per permettere l’inoltro di aiuti, individuazione strutture sanitarie e area per eventuale approntamento di un campo base di Regione Lombardia nel quale sarà impiantato anche l’ospedale da campo dell’ANA di Bergamo”. 18 gennaio Con l’atterraggio a Santo Domingo parte di fatto anche la missione lombarda: “Dopo essere atterrati all’aeroporto de ‘La Romana’ in Santo Domingo (Repubblica Domenicana), la mattinata del 18 gennaio è trascorsa con lo scarico nei magazzini aeroportuali del materiale trasportato con il nostro volo e il noleggio di automezzi in loco. Nel pomeriggio ci siamo recati a San Pedro de Macoris per prendere contatti con don Erne1° TASK FORCE REGIONE LOMBARDIA. La prima squadra specialistica organizzata da una Regione Italiana dopo l’Advanced Team inviato il 14 gennaio dal Dipartimento della Protezione Civile. 13 persone: 4 Volontari ANA (Associazione Nazionale Alpini) Marzio Moretti (BG), Ennio Bonetti (BG), Tarcisio Ravelli (BG) Ruschica Corrado (VA); 1 Volontario A2A Volantini Paolo (SO); 2 Volontari dell’Ospedale da Campo ANA: Carlo Saffoti (BG) e Egidio Mazzoleni (BG); 1 tecnico Infrastrutture Lombarde Vittorio Peruzzi; 2 Dirigenti Regione Lombardia Domenico De Vita DG Protezione Civile e Cristiano Cozzi DG Sanità; il Capo Missione Roberto Ronza Delegato del Presidente per gli affari internazionali; l’Accompagnatrice Sorella Marcella Camozza e il Fotografo Ennio Bona. Pochi giorni dopo si aggregano il Prof. Marco Lombardi della Scuola Superiore di Protezione Civile, un tecnico ARPA e una Haitiana residente a Milano. SQUADRA LOMBARDA AD HAITI Erano le 16.53 locali (le 22.53 in Italia) del 12 gennaio 2010 quando la terra ha tremato per la prima volta ad Haiti con una scossa distruttiva di magnitudo 7.0 Richter distruggendo tutto: abitazioni, negozi e chiese ma anche importanti edifci pubblici come il palazzo presidenziale. Sette minuti dopo è arrivata un’altra scossa di 5.9 e poi altre ed ancora la terra continua a tremare. L’epicentro del terremoto è stato localizzato a circa 15 km a Sud-Ovest di Port Au Prince (Capitale della Repubblica di Haiti) ad una profondità di 10 km. La popolazione residente nell’area interessata dal terremoto vive in costruzioni generalmente molto vulnerabili allo scuotimento sismico, anche se qualche struttura resistente esiste. Il paese è spesso al centro del passaggio di uragani, che provocano morte e distruzione. Nel 2008, se ne sono abbattuti quattro (Fay, Gustav, E’ l’inferno in uno Stato dove il reddito pro capite è di appena 1.300 dollari all’anno. E’ forse la più grave catastrofe della storia moderna. Ad oggi è ancora impossibile quantificare le vittime ma secondo il governo haitiano il terremoto che ha sconvolto l’isola potrebbe arrivare a registrare oltre 200 mila morti, 350 mila feriti e più di un milione di senzatetto. SCHEDA TERREMOTO 12 GENNAIO 2010 Marzio Moretti PRIMA DOPO sto Cairo parroco della Parrocchia di San Josè Obrero che ci ha aiutati nelle operazioni relative all’individuazione di materiali da acquistare in loco (acqua e farina) per il successivo trasporto ad Haiti. Inoltre visita al Vescovo e al Console. 19 gennaio Il 19 gennaio ore 3,00 una squadra si è messa in movimento verso Port au Prince con un primo carico di medicinali per verifcare situazione e fattibilità di trasporti in sicurezza mentre la seconda squadra si preoccupava di noleggiare un camion (Bilico) e caricarlo di acqua e farina acquistate in loco, oltre che dei medicinali e attrezzature da campo (tende, brandine, generatori, impianti elettrici, barelle, ecc) arrivati con i due voli. 20 gennaio Il 20 gennaio ore 3,30 effettuiamo in 11 ore il trasporto con il camion fino alla caotica Port Au Prince, dove regna l’anarchia totale e la gente si porta via per necessità tutto quello che riesce a recuperare dalle macerie. Accompagnati da Suor Marcella, esperta conoscitrice del posto, arriviamo al Seminario di S. Carlo Borromeo dei Padri Scalabriniani. In questo luogo ci colpisce l’assoluta povertà e rassegnazione del popolo haitiano, ma ben presto ci rendemmo conto che era solo l’inizio. Alle ore 6,00 si verifica una scossa di terremoto di 6.1 gradi della scala Richter, tanta paura ma nessun danno, dopo la riparazione artigianale di una foratura di uno dei nostri fuoristrada partiamo per la città e iniziamo a consegnare il primo carico di medicinali all’Ospedale N.P.H Saint Damien della Fondazione Francesca Rava Onlus (unico ospedale pediatrico dell’isola), dove regna un caotico ordine ed i feriti più o meno gravi sono ospitati ovunque anche all’esterno, sotto dei teloni che riparano in qualche modo dal caldo sole caraibico. Successivamente con degli esperti ci siamo recati presso la centrale dell’energia elettrica ed al porto per verificare la possibilità di interventi per riattivare queste strutture. Siamo anche transitati per il centro cittadino dove si incontra un mare di gente impegnata in saccheggi dei grandi magazzini distrutti ed incurante dei cadaveri ancora sui bordi della strada. Davanti al Palazzo Presidenziale caduto, una marea di tende di stracci ci accoglie con un fortissimo odore di morte. Poco oltre la cattedrale completamente rasa al suolo. Guardiamo sbalorditi e increduli ciò che abbiamo intorno senza soffermarci neppure un secondo per evitare assalti. Mi sembrava di essere in una scena di guerra, mentre in cielo continuano ininterrottamente a transitare elicotteri e aerei che non si sapeva bene dove andassero. Praticamente vicinissimo all’epicentro del sisma nessuno di noi riesce a comprendere il perché non ci sia un soccorritore, un’ambulanza, un soldato, un bomberos, nessuno… nessuno nel niente… La gente gira ininterrottamente senza meta, nessuno scava, nessuno piange forse perché le lacrime sono fnite e ora è la sete e la fame a far da padrona… Rientriamo e iniziamo il secondo viaggio. La gente non è aggressiva e cattiva come dicevano i telegiornali ma è semplicemente povera e disperata. E’ brava gente, se pur ci sono stati momenti di tensione nessuno ha mai provato ad aggredirci o a saccheggiarci perché sapevano che altrimenti non saremmo più tornati da loro. Abbiamo visto la disperazione negli occhi della gente e dei tantissimi bambini… La nostra fortuna è stata quella di essere sempre accompagnati da Padre Ernesto o da Suor Marcella che appartenenti alla Chiesa, unica realtà concretamente presente tra quella gente, ci hanno garantito sempre sufficienti condizioni di sicurezza. 21 gennaio Il 21 gennaio partenza molto presto per Ospedale Saint Damien dove abbiamo trasportato ancora medicinali e allestito tre tende complete per i medici provenienti dall’Italia. Durante la giornata abbiamo trasportato anche dei feriti e una donna gravida. La terra continua a tremare, ma non c’è tempo per accorgersene. Ai danni ed al numero incredibile di vittime, si aggiungono danni immediati. Come la possibilità di epidemie, in considerazione delle fogne a cielo aperto, che rischiano di miscelarsi con l’acqua potabile, rendendo possibile una qualche epidemia. O della convivenza fra superstiti e cadaveri, ammassati a migliaia ai margini delle strade: si temono febbre tifoidea e colera. Ed il clima haitiano – caldo ed umido – di certo non aiuta. 22 gennaio Il 22 gennaio arriva la giornata più impegnativa Si è scrupolosamente pianifcato un intervento fortemente voluta dal nostro capo missione al fine di portare alimenti all’interno di un ‘barrio’, uno dei quartieri più poveri della città, dove nessun aiuto umanitario era ancora arrivato agli oltre 8.000 residenti in baracche di mattoni e lamiere. Abbiamo visto e sentito la disperazione intorno a noi e assistito a cose che mai ci saremmo aspettati di vivere nel 2010. La nostra fortuna e salvezza è stata Suor Marcella che si era accordata per la consegna c/o la chiesetta locale. Abbiamo dovuto fare oltre 300 metri in retromarcia in una stradina a fondo cieco larga 2 metri, tra macerie (abbiamo spostato a mano mattoni di un muro crollato in strada) cadaveri e banchettini per il baratto. In pochi minuti siamo stati accerchiati da 500-1.000-2.000 persone, erano come formiche, arrivavano da ogni parte, era incredibile, la macchina indietreggiava come se galleggiasse, avevamo almeno 30 persone appese al pickup. Giunti in fondo alla stradina abbiamo fatto il passamano e depositato il mangiare in chiesa. Sono rimasto veramente colpito da quella gente, sono stati veramente uomini, avevano negli occhi la voglia di arraffare qualcosa e scappare ma non lo facevano, solo alcuni estremamente affamati hanno provato a forzare ma la stessa gente li ha allontanati, sono stati come risucchiati dalla folla… Sbalorditi, confusi, increduli e quasi impotenti di fronte a tanta vera sofferenza abbiamo abbandonato il ‘Bario’. Siamo nuovamente passati per il centro per far rientro a casa, ma nulla era cambiato rispetto ai giorni precedenti se non che era presente molta meno gente… le macerie erano ancora lì in mezzo alla strada, i cadaveri continuavano ad essere per le strade, ci siamo fermati alla cattedrale e Don Ernesto ha dato l’estrema unzione a due persone parzialmente sepolte dalle macerie e in avanzato stato di decomposizione. In città l’odore di morte sembrava cambiato lasciando spazio a odore delle defecazioni delle migliaia di persone accampate per le vie, o forse ci eravamo semplicemente abituati. Rientrati in seminario abbiamo fatto una riunione operativa e i nostri colleghi hanno relazionato sulle loro attività. Il tecnico A2A aveva verificato la disponibilità di energia elettrica, ARPA aveva valutato la qualità dell’acqua, la distribuzione dei pozzi e approntato un piano di potabilizzazione, Infrastrutture Lombarde aveva scrupolosamente studiato l’aria per verificare le condizioni per l’eventuale escavazione di un pozzo, i volontari dell’ospedale da campo avevano studiato l’area del seminario per installare l’ospedale da campo ANA, ecc. 23 gennaio Il 23 gennaio stranamente rispetto ad altre emergenze la nostra missione stava già per terminare, avevamo effettuato le consegne richieste, creato gli opportuni contatti per future spedizioni e individuato l’opportuna area per l’allestimento del campo base ora è solo Regione Lombardia in sinergia con il Dipartimento Nazionale di Protezione Civile che dovrà decidere se proseguire gli interventi o meno e in che modo… Noi restiamo disponibili a ripartire entro 8 ore dalla chiamata. A brevissimo faremo un incontro in Sala Operativa Regionale a Milano per decidere il da farsi”. Bertolaso ha ragione Sulla polemica scoppiata tra Italia e USA dopo le parole di Guido Bertolaso sul coordinamento degli aiuti, Marzio Moretti e molti altri componenti della missione lombarda si sono fatti un’idea ben precisa, Bertolaso ha ragione. “Passando per l’aeroporto si vive in un mondo parallelo ma completamente distaccato dalla realtà del centro città, un’enorme quantità di mezzi, aerei e elicotteri militari e soldati… sembravano i preparativi per un’invasione di massa o per una guerra, ma la nostra impressione è che si stia creando una bella mega base per 10.000 persone ma che si perda troppo tempo a discapito di chi li fuori attende disperato e stremato aiuto. Noi di mezzi americani in città ne abbiamo visti ben pochi mentre l’ONU è massicciamente presente per garantire la sicurezza. Io personalmente condivido al 200 % le parole del nostro Capo Dipartimento Guido Bertolaso perché mai come in questa emergenza ho visto una totale assenza di ogni tipo di coordinamento, non esiste una struttura, una nazione o un’organizzazione preposta al comando… forse siamo abituati all’ottima organizzazione Italiana. Possiamo parlare ancora dell’Abruzzo dove a 48 ore dal sisma funzionava già tutta la catena di coordinamento ed erano operativi più di 10.000 soccorritori ognuno con uno specifico compito, parliamo dei campi assegnati e gestiti da Regione Lombardia dove il 7 aprile a mezzogiorno venivano sfornati i primi pasti agli sfollati (ad Haiti i primi pasti non sono ancora arrivati dopo 20 giorni)… ad Haiti tutto è patetico, gli aiuti sono insignificanti anche se tutto il mondo si è mobilitato. Ok forse è la più grave tragedia dei tempi moderni ma qualcosa non ha funzionato, credo che l’Italia possa solo che fare scuola in materia di Soccorso e Protezione Civile. Molti di noi sono rimasti scioccati nel vedere molte scene, corpi abbandonati da giorni e giorni che ormai erano gonf, persone travolte dalle macerie e lasciate li sotto. Gruppi di corpi che stanno all’aria aperta a marcire con un odore che senti a decine di metri di distanza. Ma la cosa che ci ha più lasciati desolati e sgomenti è stato il fatto di non vedere nessuno scavare, nemmeno tra loro. Ci sono case che magari sono crollate solo al primo piano mentre il piano terra è rimasto su con magari dentro persone che non riescono ad uscire. Secondo il nostro parere sono molte le persone morte perché non sono state soccorse quando bastava un po’ di organizzazione per rimuovere quanto meno le macerie”..

    In queste settimane giornali e televisione parlano concitatamente del catastrofico momento che sta attraversando Haiti. Solo pochi mesi fa, quando visitai l’isola, la situazione non era sicuramente meno grave: boat people, abusi dei militari al potere con esecuzioni di singoli o in massa e minacce di interventi USA contro i dirigenti del regime al potere. Erano momenti, eventi, di vita quotidiana in questa martoriata terra senza libertà. A ragione gli osservatori ONU, quando in questi giorni hanno dovuto lasciare forzatamente l’isola, hanno dichiarato: “Siamo indignati e angosciati; indignati perché un pugno di individui senza scrupoli è al potere con l’unica legittimità della canna del fucile. Angosciati perché stiamo lasciando gli Haitiani al loro destino”. La gravità dell’attuale situazione, il ricordo di alcuni fatti visti e momenti vissuti su quell’isola, sono ancora troppo presenti. * * * Una pistola alla tempia Sono le cinque del mattino, è ancora un po’ buio quando lasciamo in jeep la capitale. Appena voltato un angolo della periferia di Port ou Prince – Petionville – vedo i militari che stanno giustiziando un uomo. Con una pistola alla tempia, un solo colpo, sparita una speranza in una frazione di tempo, l’uomo subito si accascia a terra, era già in ginocchio, cade al rallentatore, la testa è ormai un vespaio incomponibile. Noi via di corsa – non faccio una fotografa, fotografo con gli occhi l’allucinante momento – voglio subito tornare a casa – non è posto per gli uomini, per vivere, questo. Sono diretto a Port de Paix, là in fronte all’isola della Tortuga, mitica per i bucanieri e compagna dei nostri sogni giovanili – la strada nella seconda parte è sterrata e praticabile solo da jeep. Padre Quesnel, responsabile in Haiti dei missionari Monfortani, mi accompagna con altre quattro persone. Capisco cos’è Haiti. Siamo in un’isola del Mar dei Caraibi, Hispaniola, come la chiamò Cristoforo Colombo nel dicembre 1492 quando la scoprì. Credeva di andare alla ‘conquista del paradiso’. Ora invece dopo due giorni, già desidero uscire da quest’inferno. I posti di blocco militari si fanno più frequenti e duri man mano vai avanti – quando passa la jeep. Ci fermano, ci fanno scendere, ci perquisiscono e mi chiedono “porquoi tu es ici, blanc?”. “Stai zitto, bianco” Sono convinti che un bianco attraversi Haiti solo per scopi militari o rivoluzionari. Cercano armi – non ho niente con me – quasi si stupiscono, a stento e dubbiosi mi lasciano andare. Pochi chilometri ed è ancora la stessa cosa. Continui posti di blocco. La povera gente, una valigia svuotata, i panni per terra imbrattati dalla polvere della strada unica – qualche piccola confezione in parte alla valigia, che sembra corrosa da qualche topo (… invece sono i segni delle maldestre curiosità dei militari gestori dei posti di blocco e della vita altrui). Mi lamento ad un certo punto – “Silence blanc” mi intimano, fissandomi con quegli occhi neri che fanno tutt’uno con la loro pelle. Un uomo che spersonalizza completamente un altro uomo, un nero che a tutti i costi vuole contare sull’altro nero… Due giorni dopo nella missione arriva ansante un missionario e dice: “Hanno appena ucciso quattro giovani, falciati con i mitra perché stavano affiggendo ad un muro un manifesto con la fotografa di Aristide”. La tv non ne parla. Haiti oltraggiata da bianchi, neri, mulatti, schiavi, pirati e imperatori La radio ne fa un lieve cenno. I militari sono intoccabili. Hanno diritto di vita e di morte. Popolo di neri E’ un popolo di neri – Haiti è la prima repubblica vera d’America, la sola in cui gli ex schiavi africani siano riusciti a liberarsi completamente dal dominio dei colonizzatori europei e dei loro discendenti. Vicinissima a Cuba, è sempre stata agli antipodi di quel modello rivoluzionario e comunista. Haiti fa parte, con la Repubblica Domenicana, dell’isola Hispaniola nelle Antille e ne occupa la sezione occidentale, pari a circa un terzo dell’intera superficie. La religione più diffusa, soprattutto nelle campagne e negli ambienti popolari è il vodù, nel quale confuiscono lo spiritismo dell’Africa occidentale, venerazione per i santi cattolici e il folklore haitiano. Duvalier, l’ex presidente, si serviva del vodù e dei suoi stregoni (houngans) come di un potente strumento politico. Per rimanere ben saldo al potere e impedire che l’esercito diventasse una forza politica, aveva creato anche una milizia segreta, i tontons macoutes, che fomentava gelosie e sospetti. Il metodo operativo di questo esercito ombra, di parecchie migliaia di membri, consisteva nello spionaggio e nel terrorismo, nelle esecuzioni sommarie. Pirati a Tortuga I “tontons” sono tornati in auge. I discendenti dei primitivi gruppi che abitavano l’isola Hispaniola sono ormai completamente scomparsi. La conquista europea, iniziata dopo la scoperta di Colombo (che presso l’attuale Cap-Haitien fece costruire un forte, il primo edificio degli europei del nuovo mondo), avvenne principalmente per opera di pirati francesi e inglesi che avevano creato nell’isola della Tortuga la loro più munita base del Mar dei Caraibi. Il bestiame razziato veniva affumicato su dei cannicci chiamati boucans, da qui ricevettero il nome di bucanieri. Da quando il governo francese, nel XVII secolo, ottenne dalle altre potenze europee il diritto al territorio Haitiano, cominciò un’intensa immigrazione di francesi, accompagnata dallo sterminio degli Indios e dall’importazione in massa di schiavi negri della Guinea e da altri territori africani, tanto che in pochi decenni Haiti diventò un paese nero a tutti gli effetti. Nel 1804 divenne una repubblica indipendente. I francesi abbandonarono in massa l’isola. Più poveri del mondo Pochi paesi al mondo possono paragonarsi alla Repubblica di Haiti in fatto di sottosviluppo economico. Tutte le caratteristiche tipiche dei paesi poveri sono qui rappresentate ed esasperate e contribuiscono a fare della condizione di questo piccolo stato un esempio di miseria endemica, talmente cronicizzata ormai da non venire nemmeno avvertita nella sua crudeltà dalla popolazione, da troppo tempo abituata a subirla e a cercare negli ossessivi riti vodù, rifugio contro fame, malizie, soprusi. Gli abitanti haitiani hanno redditi fra i più bassi del mondo. Con una enorme sperequazione fra i funzionari dell’Amministrazione pubblica, che sono le persone più ricche del paese, e la massa miserabile dei contadini e dei disoccupati e sott’occupati della città. I contadini sono continuamente derubati nei loro magri redditi (per tradizione, come accade in India nel sistema delle caste, il prodotto agricolo viene diviso in quattro parti: una va allo stregone, una al capo della polizia, una al capo del villaggio e l’ultima rimane al coltivatore). Altro grave problema è quello del livello culturale della popolazione: talmente rassegnata e incapace di comprendere le proprie condizioni da rendere inattuabile qualsiasi punto di sviluppo e improduttivo qualsiasi investimento.

    L’indipendenza Lascio la capitale per il secondo porto dell’isola, Cap-Haitien, situato sulla costa settentrionale non lontano dalla spiaggia dove, la vigilia di Natale 1492, si arenò irrimediabilmente la caravella “Santa Maria” di Colombo. Tre secoli dopo a CapHaitien sbarcherà Paolina, sorella di Napoleone Bonaparte; vi passerà più di un anno vivendo svogliatamente tra gli schiavi, mentre il marito, il generale Leclerc, tenterà di schiacciare la rivolta. Verso la fine del 700 Haiti era la Colonia francese più prospera e invidiata. La maggiore spedizione militare della Francia oltre le colonne d’Ercole, guidata appunto dal generale Leclerc, era stata organizzata per reprimere l’insurrezione degli schiavi Antillani. Fu allora che Jean Jacques Dessalines, proclamatosi imperatore ad Haiti, la spuntò sulle truppe francesi, dichiarando l’indipendenza il primo gennaio 1804. Aspettando Napoleone Un paio d’anni più tardi Dessalines fu assassinato e nel 1806 fece la sua comparsa uno dei personaggi più inquietanti della storia dei Caraibi, il re Christophe. La vita di costui era dominata da un unico assillo: la paura che la fotta di Napoleone un giorno ricomparisse all’orizzonte. Fece dunque costruire in cima ad un picco, a 30 Km. da Cap Haitien, una fortezza chiamata “cittadelle Laferriere”, che avrebbe potuto ospitare 5000 soldati e resistere ad un assedio di un anno intero. Fiumi di sangue e di sudore furono versati per trascinare pietre e cannoni lungo la mulattiera che ancora si inerpica fin sotto le mura della fortificazione. Vederla apparire d’un tratto – dopo ore di jeep e a dorso di cavallo tra sterpi, rocce e banani – così imponente e così inutile, la cittadelle fa pensare a un analogo paradosso: la fortezza del deserto dei Tartari. Napoleone non tornò. Il re Christophe, consumatosi in 15 anni di follie nel suo palazzo a valle, si suicidò con un proiettile d’oro. Piaghe e problemi Il mio accompagnatore snocciola le atrocità compiute, su quest’isola terribile e incantevole, da bianchi, neri, mulatti, schiavi, pirati e imperatori. Stanchi ed accaldati scendiamo a valle. Il 29 settembre 1991 con un colpo di stato, come è noto, veniva destituito Aristide. Al potere, ora, i militari gestiscono il Paese e un popolo di gente le cui radici stanno sulle rive del golfo di Guinea, già miniera di schiavi. Hispaniola oggi è purtroppo un concentrato di piaghe e di problemi, di anomalie sociali, di assurdi politici responsabili di uno dei più bassi redditi del continente americano. Gli analfabeti sono l’85% della popolazione. Papà Doc scriveva; ma gli isolani aspettano di imparare a leggere. Haiti ebbe un merito: dare una patria agli ex schiavi negri, ma alle intenzioni la storia non ha fatto seguire lo sviluppo di quella patria. Ha dato una terra americana ai neri, non ha assicurato loro la libertà ed una democrazia. Il regime militare al governo, con il suo leader Cedras ha isolato questo paese dal resto del mondo subendo un serrato embargo. Un intervento militare esterno è forse nel breve periodo l’unica opzione praticabile per scuotere il giogo della dittatura; ma a questo intervento dovranno far seguito ben altre misure per lenire le piaghe sociali ed assicurare in modo duraturo la pace e la libertà.

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