Giorgio Albertazzi: “Sono un attore con la coscienza infelice”

    27
    Giorgio Albertazzi

    archivio 9 Febbraio 2007

    IL GRANDE ATTORE ACCUSATO PER IL SUO PASSATO: DOCUMENTI INEDITI

    Albertazzi: “Sono un attore con la coscienza infelice”

    Aristea Canini

    Giorgio Albertazzi, tunica bianca che ricopre tutto, una luce addosso e il buio attorno, che gli Imperatori devono essere da soli a guardarsi il mondo, altrimenti quel mondo mica lo vedono bene. Albertazzi nella sua vita ci ha messo dentro un po’ di tutto, che il teatro è così, a volte eccessivo, mai banale. 

    Giorgio Albertazzi

    In mezzo anche una guerra, quella grossa, la seconda guerra mondiale. Lui che si trova in mezzo, lui che la comparsa nella vita non l’ha mai fatta, lui che la vive a modo suo, con la penna già nella testa, mica sul cappello. Lui che ci si butta dentro come in tutte le cose e diventa Tenente, lui che la violenza addosso non l’ha mai avuta e che vive la guerra cercando un modo diverso. Niente estremi e la voglia di scrivere appena possibile tutto quello che è vita.

    Lui che partigiano non era, lui che alcuni accusano di essere di destra, lui che della vita non ha mai fatto un problema di appartenenza, che la vita è già di suo appartenenza a un sacco di cose e a niente. 

    La ricerca della storia continua. Nella ricerca dei soliti archivi sono uscite alcune lettere mai pubblicate che parlano proprio di lui, il re del teatro.

    E’ il periodo della seconda guerra mondiale, guerra che parla con fucili e pallettoni, e lui che invece nel giugno 1944 pubblica sul giornale ‘Eja, l’Ultima’ numero unico della Scuola Allievi Ufficiali di Vicenza, un articolo decisamente diverso da quel periodo. 

    Lettera a Donatella

    Niente guerra, niente violenza, una lettera incredibile per il periodo storico, macché rumore di pallottole, un sacco di anima e voglia di sentimento. L’articolo si chiama ‘Lettera a Donatella’ e la dice lunga sulla voglia di vita di Giorgio Albertazzi: 

    Da qua si può guardare il sole. Tra le nebbie diffuse che impregnano di cristalli innumerevoli gli alberi e le cose, il sole diafano s’offusca, sorride a tratti come un dio sopito. Vicenza non soffre l’umidore della nebbia, i suoi alberi scarni piangono il gelo della notte, sotto il torpore del cielo essa si adagia lattiginosa e malinconica: strade di vetro, fondi porticati, fontane gelate, giardini che si aprono come oasi immiti, come trasparenze in acque profonde. Amo particolarmente uno di questi giardini ove si agita un nastro d’acqua, un alveo contorto: specchio verdeperla, corona di dita esangui, irrigidite. Tu riguardi, cammini, mentre lembi nebbiosi sembrano precluderti la via. Se continui si schiudono, ti respirano sul volto. Strane immagini nella lenta opacità. Quando trionfa il sole la città riguarda attonita come una fanciulla selvaggia. Tutta la purità del cielo trionfa negli umidi recessi e nei giardini, sull’acqua del ruscello amico alita un pulviscolo d’oro e le dita esangui appariscono come gioie luminose. Il loro segreto è una vivida stella. Vicenza allora sorride tra le lacrime, respira il sole. La sera, precoce, incontra la città. Si accendono le prime luci, statiche, senza vita. Tutta la città irretita, tace. La notte. Mi allontano e tu mi parli ancora del sole. Hai mai immaginato un viaggio verso l’infinito? Senza tempo, senza affetti: sola con la tua anima. Ricorderò questa tacita sera vicentina come la bella sera, come l’inizio. Io attendo il mio viaggio, attendo il fuoco vindice dei sogni. Tu non dovrai soffrire poiché quando è un’altra Fede, un’altra Religione che ci trascina, occorre che le creature amanti godano della stessa Fede attendono l’ultima liberazione. ‘La nostra bella Italia…’ mi hai scritto. Ancora hai saputo morire ed io ho imparato a conoscere un’altra tua vita. Debbo ringraziarti poiché avevo solo sperato. Quanto t’incontrerò, franco dalla mia bella lotta, e sarà nel sole, tu opererai il miracolo di aprire la mia vita nuova, sulla vetta ideale ove si incontreranno il Passato e l’Avvenire, il Sogno e la Realtà”. Vicenza, gennaio 1944.  

    Un soldato diverso, che aveva addosso la voglia di fare teatro da subito, lui che quando viene arrestato, dopo la guerra, si fa due anni di carcere e pensa subito di… approfittarne per leggere: “Ho letto Marx ed Engels, quando uscii dal carcere avevo un libro pronto ‘Io, criminale’ che non ho mai pubblicato”. 

    La storia di Giorgio Albertazzi la racconta lui, lui che di storie ne ha sempre sapute raccontare tante, belle e diverse: “Sul mio passaporto c’è scritto attore. In realtà faccio anche il regista, lo sceneggiatore, il riduttore di romanzi per la televisione e ora l’autore teatrale. Alcuni amici sostengono che il mio vero mestiere è l’attore. Altri dicono che dovrei soltanto scrivere. Altri ancora che non dovrei mai più fare una regia teatrale. Chissà quali sono fra questi gli amici autentici”. 

    Giorgio Albertazzi

    “Sono nato a Fiesole. A dire il vero qualcuno sostiene che sono nato in Borgo San Jacopo, battezzato in Battistero e poi trasportato fugacemente a San Martino (Fiesole). Chissà perchè? San Martino a Mensola, era un luogo arcadico. Da quelle parti ci sono nati Swift, D’Annunzio, Soffici, Swiburne, la Woolf, Berenson, ecc. Io sono nato lì, perché mio nonno era ‘maestro muratore’ di Berenson e noi abitavamo una dependance della villa ‘I Tatti’. Mio padre faceva il deviatore. Non c’entra niente col pilotaggio, significa che mio padre ‘deviava’ i treni delle FS. Non proditoriamente, ma agendo da una cabina piena di leve posta lungo la ferrovia. Mio padre era di origine emiliana. Mia madre è casentinese. Ho vissuto in campagna fino a diciottanni. L’ultimo anno di guerra sono stato chiamato alle armi, nella RSI. Poco tempo dopo si sfasciava tutto. Nell’inverno del ‘45 ad Ancona, ho fondato con Titta Foti il ‘primo’ teatro anarchico italiano. Abbiamo rappresentato Pietro Gori, Andrejeff e roba scritta da noi. Dopo un anno mi hanno arrestato per collaborazionismo militare. Ho fatto quasi due anni di carcere, prima di essere assolto. Ne ho approfittato per leggere Marx e Engels e scrivere il libro. Ritornai a Firenze. Ripresi a frequentare Architettura e ricominciai a recitare. Una nota autobiografica? Ho un passato, come si può intuire, pieno di contraddizioni. Sono la persona più disponibile che io conosca. Chiunque può occupare il mio tempo o il mio sonno, i ritagli del mio lavoro e anche il mio lavoro stesso. Io ci sono sempre e così mi alimento, finché improvvisamente crollo. Poi mi riprendo e tutto ricomincia come prima. Ma la contraddizione di fondo è che io sono un attore con la coscienza infelice. Già, e perciò mi agito e cerco di uscire dalla trappola. Per uscire dalla trappola scrivo, ma forse non basta”.  

    *  *  *

    Come fosse un travaglio di chi sta per far nascere, di chi in galera si è fatto due anni e li ha quasi amati per leggersi e scrivere di tutto. Ogni storia ha un suo periodo e quel periodo condiziona tutto, cercare di leggere e raccontare le persone togliendole da quel periodo significa falsarle. Forse per questo le ricostruzioni fatte a posteriori sono mischiate troppo a opinioni e contesti che riguardano altri periodi e ideologie. Un po’ come è successo anche a Giorgio Albertazzi.

    Uno stralcio dei documenti che siamo riusciti ad avere sono finiti qualche settimana fa anche al Corriere della Sera, e il giornalista Sergio Luzzatto senza riportarli, parla dell’appartenenza di Albertazzi alla Repubblica Sociale Italiana come una ‘macchia indelebile’. Nell’articolo si parla della cosiddetta ‘operazione Piave’ la cui ricostruzione riportiamo con documenti originali qui sotto, che poi altro non è che il grande rastrellamento antipartigiano sul Monte Grappa. Si parla anche, con la retorica da scoop giornalistico, di ‘carte inedite’ che porterebbero alla luce nuovi e inquietanti fatti. Questi ‘importantissimi’ documenti consisterebbero in una relazione sull’azione, firmata dal responsabile della Compagnia, Tenente Giorgio Albertazzi. Le stesse carte le abbiamo recuperate noi, ma di clamorose rivelazioni non ce ne sono, è la semplice ricostruzione dei fatti. In difesa di Giorgio Albertazzi arriva anche Dario Fo. Il Premio Nobel per la Letteratura in un’intervista pubblicata dal Corriere del Veneto difende l’attore: “Innocentista o colpevolista? Io sto in mezzo perché Giorgio è vittima dell’italica canea, quella sindrome degli opposti estremismi che scatena una violenza indescrivibile, anche a distanza di più di mezzo secolo dai fatti”. E aggiunge: “In più occasioni Giorgio mi ha raccontato diversi episodi di quel periodo della sua vita. Come di aver trascorso notti intere accanto ad alcuni partigiani condannati. Da uomo a uomo è stato lì ad offrire un po’ di pace e di conforto a chi in quel momento stava dall’altra parte della barricata. Non aguzzino, quindi, ma compagno solidale in un momento di disperazione”. 

    Quella disperazione che trabocca dalle parole di quella ‘Lettera  a Donatella’ dove Giorgio Albertazzi butta fuori tutta la sua voglia di vita e di luce: “…quando trionfa il sole la città riguarda attonita come una fanciulla selvaggia”.

    DOCUMENTI INEDITI

    Sottotenente Albertazzi: presente!

    Ecco due lettere originali inedite mai pubblicate. Una del tenente Giorgio Pucci, comandante della 3ª Compagnia del Battagline ‘M’, nella relazione sull’azione del Piave. 

    *  *  *

    63° Battaglione ‘M’  3° Compagnia 

    Staro, 28/9/XXII°

    OGGETTO: Relazione sull’azione Piave

    Al Comando del 63° Battaglione ‘M’  Recoaro

    Secondo gli ordini ricevuti da cotesto Comando, la 3° Compagnia ha partecipato dal giorno 20/9 al 27/9 all’azione di rastrellamento a largo raggio nella zona del Monte Grappa. Forza impiegata: n.89 legionari + n.3 ufficiali.

    Comando: Ten. Pucci Giorgio (Comandante la Compagnia), S. Ten. Prezioso (Comandante 1° Plot. Fucilieri);  S. Ten. Albertazzi Giorgio (Comandante 2° Plot. Fucilieri); Aiut. Manca Giuseppe (Comandante 3° Plot. Mitraglieri, su due squadre T. 42). 

    Svolgimento dell’azione: 1° giorno 20/9/44/XXII°. Arrivo degli autocarri in sede alle ore 12. Immediata adunata della Compagnia e partenza alla volta di Schio alle ore 12,25. Formazione della colonna e partenza per Bassano del Grappa dove si giunge alle ore 16 circa. La 3° Compagnia si distacca e prosegue per Solagna, dove si sistema e pernotta. 2° giorno, 21/9/44/XXII°: Sveglia alle ore 6 e partenza da Solagna alle ore 7. Alle ore 8 circa, con tutte le misure di sicurezza la Compagnia attraversa la zona a nord di Grotta senza incontrare alcuna resistenza. Si prosegue per Virginei, ore 8,30 circa. Alle ore 10,25 si è nella zona di Mo…. Vengono sparati alcuni colpi di mitra e da una casa ancora lontana viene visto un uomo fuggire. Malgrado la prontezza della pattuglia lanciata all’inseguimento, non si poté ottenere un risultato positivo. La casa da cui era fuggito quello sconosciuto, venne data alle fiamme. Si prosegue. Sosta della Compagnia a Casa Bonturin, verso le ore 12, dove si prende contatto con la 1ª Compagnia. Si prosegue quindi per Campo Solagna dove la Compagnia si schiera nel seguente modo: 1° Plotone sulla strada nord di Colle Campeggio (q.1121). Il 2° Plotone con il Plotone Mitragliera q. 1007. Nella zona viene incendiata una villa adibita a Comando dei banditi. Nel rastrellamento della zona una nostra pattuglia fa prigionieri n.3 inglesi e n.3 italiani nascosti nel bosco. Passa la notte.

    3° giorno, 22/9/44/XXII°: Sveglia ore 6 e partenza ore 7. Arrivo alle 8 nella valle di Santa Felicita per iniziare la marcia di avvicinamento a Monte d’Oro: qui incontriamo due donne che dicono di essere state prigioniere dei banditi e fuggite. La Compagnia marcia con tutte le misure di sicurezza, con il 1° plotone di avanguardia. Ore 11,25: il 1° Plotone raggiunge q. 1199 e dalle ore 11,45 si attesta al limite del bosco di Monte d’Oro. Il grosso della Compagnia intanto, prosegue dopo una sosta ed inizia la salita per il bosco per raggiungere la linea di attestamento del 1° Plotone. Nel frattempo il S. Ten. Prezioso, manda giù un porta-ordini (Mil. Toselli Giuseppe) per avvisare il grosso che il suo plotone ha raggiunto la quota prestabilita. La staffetta, nel bosco, si incontra con una pattuglia di banditi, ma senza perdersi d’animo, riesce a raggiungere il suo Ufficiale a comunicargli la notizia. Il 1° Plotone apre il fuoco, uccide un bandito e costringe la pattuglia nemica a scendere precipitosamente in basso. Qui la Compagnia era in sosta su di un sentiero ed il Ten. Pucci con i legionari Mazzoli Gastone e Bertoldo Renato, si era spinto in avanti per cercare di stabilire i collegamenti con il 1° Plotone. 

    Appena la pattuglia nemica era quasi alla fine del bosco, i tre aprono il fuoco facendo si che i banditi sbucassero sul sentiero dove la Compagnia si era schierata. Poche raffiche bastarono per uccidere n. 4 banditi. Dopo il fuoco scende dal bosco un individuo con bandiera bianca che asserisce d’essere un fascista di Gorizia, prigioniero dei banditi e fuggito. Perlustrata attentamente la zona la Compagnia prosegue per Monte d’Oro. 

    Dopo una breve sosta ci si incammina per Colli Vecchi dove c’era il Comandi di Battaglione. Quivi la Compagnia i sistema a sbarramento della Valle delle Foglie. Una nostra pattuglia prende prigionieri n. 5 individui nascosti nel bosco di cui uno confessa d’essere stato il barbiere dei banditi. Pernottamento.

    4° giorno, 23/9/44/XXII°: sveglia ore 7, partenza ore 8. Sistemazione della Compagnia a.q. 1392, sempre a sbarramento della Valle delle Foglie. Alle ore 12 passaggio del Colonnello Comandante e presi gli ordini dal Comandante di Battaglione lascio un Plotone nella zona e il grosso della Compagnia si sistema in posizione più arretrate. Si pernotta. 5° giorno, 24/9/44/XXII°. Sveglia ore 5, partenza ore 7. Marcia di ritorno su tre direttrici per il rastrellamento di uomini  degli armenti: vengono presi prigionieri n.5 renitenti alle Leve. Arrivo a Campo Solagna alle ore 12 circa. Si provvede alla fucilazione dei tre prigionieri inglesi. Sistemazione della Compagnia a quota 1007, 1032 ed all’Osteria del Campo. 6° giorno, 25/9/44/XXII°: Si rimane nelle posizioni del giorno precedente. Una nostra pattuglia prende prigionieri n.6 renitenti alla leva ed un disertore dell’esercito repubblicano. 7° giorno: 26/9/44/XXII°: partenza ore 7 per Solagna; arrivo a Solagna alle ore 11,30. 

    Consegna degli armenti al Comando tedesco e sistemazione della Compagnia in locali del paese. Pernottamento. 8° giorno 27/9/44/XXII°: Sveglia ore 8; arrivo degli autocarri ore 13; partenza per il rientro in sede ore 13,45. Arrivo a Staro ore 18. Il riepilogo dei banditi messi fuori combattimento ….(non si legge ndr) alla presente relazione, con quello delle armi catturate. Si allega pure la proposta di encomio per il comportamento nell’azione di rastrellamento dei legionari Toselli Giuseppe, Mazzoli Gastone,  e Bertoldo Renato, Spopolo Gino.

     Il Comandane la Compagnia  

    (Ten. Pucci Giorgio)

    *  *  *

    1° Legione d’Assalto ‘Tagliamento0 63° Btg ‘M’

    Relazione sul fatto d’arme del giorno 31/9/44XXII° Azione ‘Piave’ zona del Monte Grappa.

    In seguito ad ordine di operazione n.14 emanato in data 18/9/44/XXII° del Comando Legione, aveva inizio il giorno 21/9/44 su cinque colonne, due delle quali formate da Compagnie del 63° Battaglione, l’azione ‘Piave’ fatta in collaborazione con tre gruppi di battaglia germano-russi. L’azione aveva per scopo l’annientamento e la cattura di numerosi gruppi di ribelli armati che si erano sistemati nella zona del Monte Grappa e delle montagne adiacenti. Essa si è svolta in più giorni durante i quali ogni colonna aveva il compito di raggiungere obiettivi fissati precedentemente dall’ordine di operazione medesimo. Le Compagnie del 63° Btg ‘M’ nonostante fossero state attaccate da forti nuclei preponderanti riuscivano a raggiungere giorno per giorno gli obiettivi fissati, sbaragliando e mettendo in fuga il nemico, catturando prigionieri, armi e materiale vario. L’operazione ha avuto termine il mattino del 27 settembre 1944.XXII°. Marone, lì 19/12/1944.XXIII°

                      Il Comandante del Battaglione 

    (Magg. ‘M’ Giuseppe Ragonese)

    *  *  *

    Queste due lettere che seguono sono state scritte dall’allora Cappellano della Tagliamento Padre Antonio Intrecciatagli nel 1987 a Ludovico Galli, un ricercatore di Brescia che voleva ricavarne un volume di storia. Non abbiamo le domande, ma le due lettere di risposta del Cappellano della Tagliamento.

    Padre Antonio, il cappellano della Tagliamento, a  Ludovico Galli.

    Convento S. Silvestro 13/2/87

    Illustre, Grazie per la sua del 3 cm; sono d’accordo per le foto. Mi è nuovo quanto leggo sul suo ritaglio di giornale; i contatti intercorsi tra il mio Comando ed i Partigiani, per quanto io sappia, riguardarono tramite i parroci, la riconsegna e sepoltura di nostri caduti, oltre uno scambio di messaggi agli ultimi di aprile. Rispondo alle sue domande:

    1° La Tagliamento il 29 aprile 1945 lasciò Edolo e Monno verso il Tonale in mattinata. Ebbe un breve scontro a fuoco con le Fiamme Verdi il 2 maggio sul Passo del Tonale e senza perdite proseguì indisturbata per il versante tridentino. Raggiunse Revò dove il 5 maggio, concordata la resa col locale CLN, si sciolse la sera stessa. 

    (Notizie avute di persona da ufficiali e legionari a Brescia nei giorni seguenti)

    2° Per quanto riguarda in pari data, ecco: La sera del 28 aprile, verso le 17, ebbi mandato dal mio Comando di prendere contatto a Cortenedolo coi Partigiani e proporre al loro Comando: “Il 63° Btg ed i reparti schierati in zona contro il Mortirolo sarebbero discesi a valle ed avrebbero lasciato la Val Camonica al mattino successivo; se le Fiamme Verdi non avessero fatto atti ostili, anche i nostri si sarebbero astenuti da ogni ostilità”. Accettarono. Risalii verso il comando del 63° sotto una tormenta di neve ed alle ore 2,30 potei avvertire il Magg. Ragonese Giuseppe – comandante del settore – degli accordi intercorsi. Ordinò subito il ripiegamento e senza colpo ferire raggiunse Edolo verso le ore 8, disponendo con la Legione la partenza per il Tonale. Dopo la S. Messa, celebrata in parrocchia alle ore 7, mi fu ingiunto di trattare col settore partigiano di Monno la stessa missione felicemente conclusa a Cortenedolo. Mi sembrò assurdo poterlo fare, comunque stanchissimo cominciai a risalire i sentieri di montagna. Verso le 9 incontrati Stn Albertazzi Giorgio che mi apprese la partenza della Tagliamento e i movimenti partigiani su Monno. Ridiscesi ad Edolo e verso le ore II tentai di unirmi alle colonne germaniche in ritirata. Il fuoco delle Fiamme Verdi arrestò ogni movimento. Decisi allora di tornare fuori strada e potei raggiungere l’Asilo infantile di Edolo; tramite le Suore incontrai un ottimo sacerdote (rettore e vice-rettore del Seminario minore di Brescia) che mi ospitò 2 giorni presso sua madre in un casolare di campagna a mezza costa. Concordò con un capo partigiano che la sera del 2 maggio, alle ore 11 mi avrebbe preso in auto all’altezza di una edicola religiosa, subito fuori Edolo; mi fece indossare una talare sulla divisa militare. Fui da solo all’appuntamento, ma l’incontro non avvenne. Proseguii a notte fonda verso il paesetto vicino e pernottai in casa del parroco. L’indomani 3 maggio, con una bicicletta scassata, ridiscesi la Val Camonica fino a Pisogne. Il Parroco per timore non potè accogliermi essendo io ben conosciuto in paese; pernottai al cimitero ed al mattino, cessato il copri-fuoco, proseguii per Iseo ed a sera ero nel mio convento carmelitano di Adro.

    3° Non so nulla sul Col. Menici e mai alcuno me ne ha parlato

    4° I miei rapporti con sacerdoti e parroci di Ponte di Legno ed Edolo furono estremamente rari e solo per motivi sacramentali. Non si ebbero episodi da motivare nei nostri incontri, mentre io ero occupatissimo con i reparti dislocati su ampli settori dalla Presolana alla Valtellina e nella Val Camonica.

    5° Non ho avuto alcun contatto con la GNR di Breno; fu possibile un fortuito incontro con qualche elemento per le mie visite a feriti ed ad un decesso di miei Legionari nell’ospedale locale. 

    *  *  *

    Convento S. Silvestro 7/3/87

    Illustre, Rispondo alla sua gradita del 24/2, premetto che ogni mio ricordo è strettamente conforme alla mia attuale memoria, non avendo scritti o diari a mia disposizione. Le preciso che ho ben compreso dal ritaglio del giornale di Brescia che la sua ricerca verte unicamente su eventuali testimonianze di accordi-incontri tra partigiani e reparti tedeschi; a questo riguardo non ne ho mai avuto sentore, ne mi risulta che alla Tagliamento se ne sapesse.

    Nella mia precedente del 13/2 confermavo quanto detto nel suo ritaglio di giornale: tra reparti della RSI e partigiani non intercorsero contatti da mitigare l’estrema tensione; peraltro molti episodi dalla fine del 1943 all’aprile ’45 mi persuasero che gregari, ufficiali e lo stesso comandante di Legione Col. Zuccari Merico furono inclini a clemenza ed anche a mia personale richiesta disposero rimettere in libertà partigiani risultati ideologicamente ‘puri’ oppure per particolari motivi di famiglia. Eccomi ai suoi quesiti:

    1. Il Tenente Giorgio Albertazzi è precisamente l’attore; faceva parte della 3° compagnia del 1° Battaglione.

    2. Il prete qualificato ‘ottimo Sacerdote’ l’ho detto tale non tanto per avermi quasi certamente salvato la vita, ma per la sua premura, cordialità e lo vidi particolarmente pio nei 2 giorni di convivenza. Me lo avevano presentato le Suore quale Rettore (o vice-rettore) del Seminario Minore, ma non ricordo il suo nome.

    3. non seppi né allora, né poi chi fosse stato il capo-partigiano contattato per farmi uscire dalla Val Camonica; ma mi fu detto che era un avvocato amico del suddetto sacerdote.

    4. così non ricordo che parroco di Pisogne fosse d. Giovanni Ricaldini, anche se questo nominativo non mi è affatto nuovo. Io era ben conosciuto a Pisogne, essendoci stato col Comando Legione dal novembre ’44 al gennaio ’45.

    Ritengo che dovrebbe essere facile precisare i nominativi dei sacerdoti della Curia di Brescia, essendo nota con precisione la data dei fatti. 

    5 e 6 . Non ho notizia né dell’ambulanza tedesca saccheggiata, né dell’uccisione di ausiliarie o donne nei pressi di Monno.

    7  – Dal mio convento di Adro, raggiunto il 4 maggio, ripartii il 10 per Brescia. Vestivo un abito religioso molto sdrucito; viaggiai su un camion carico di partigiani con un confratello frate, memoro del CLN locale che si fregiava di un bracciale tricolore. Fui accompagnato in Vescovado e ricevuto da S.E. Mons. Tredici, già conosciuto in due occasioni precedenti. Desideravo ottenere un lascia-passare per raggiungere Roma e rivedere mia madre dopo tanto tempo.

    – A metà novembre ’44 su suo invito avevo incontrato Mons. Tredici; mi riferì le lamentele del parroco di Pisogne sul libertinaggio dei miei Legionari che rovinavano le Figlie di Maria… Feci notare che arrivando io in moto, a Pisogne, nella sera del 5 novembre, notai con stupore il lungo lago, pieno di Legionari e ragazze; era da appena tre ore che i reparti erano giunti a Pisogne. Evidentemente necessitava una più seria formazione delle brave figliole. Promisi di fare il mio meglio per evitare scandali, facendo notare che già il Comando Legione aveva dato disposizioni dragoniane al riguardo per motivi di sicurezza.

    – Un secondo incontro col Vescovo lo avevo avuto a metà dicembre: il Parroco di Cedegolo aveva fatto dei rilievi su un mio discorso giudicato poco ortodosso fatto ad una mia Compagnia schierata sul piazzale antistante la Chiesa, alla presenza di svariati fedeli. Doveva seguire la S. Messa celebrata da me. Il Vescovo volle sapere. Era accaduto che qualcuno aveva scritto sul muro della Chiesa in evidenza: “M al Papa”. Invitati ad assumersi la propria responsabilità invitai i responsabili ad uscire dai ranghi; si presentarono due Legionari che motivarono il loro gesto per avere Pio XII ricevuto in Vaticano reparti alleati, quando a noi, in divisa, a Roma era vietato visitare anche le Basiliche Romane. Ordinai di cancellare la scritta con i loro pugnali; eseguirono. Feci notare l’illogicità di confondere il Capo della Chiesa con Pacelli sovrano di uno stato, insistendo sui valori della nostra Religione ben al di sopra delle meschinerie umane. Il Vescovo mi fece osservare che i montanari presenti difficilmente avrebbero compreso il mio dire, dopo aver visto la scritta. Pazienza!

    – In questo terzo ed ultimo incontro il Vescovo ascoltò la mia richiesta, credette bene farmi osservare come fosse stata inutile la nostra lotta terminata tanto tragicamente. Replicai che non è la vittoria a giustificare le proprie azioni, bensì gli ideali che ci avevano portati al sacrificio nella fedeltà  e nell’onore.

    – Benevolmente mi fece subito accompagnare da un sacerdote al comando CLAI in una villetta di Brescia e presentato un biglietto del Vescovo, dovetti rispondere a varie interrogazioni sul come, quando e perché mi trovavo a Brescia; riempii quindi un formulario.

    Giorgio Albertazzi

    Mi rilasciarono un lascia-passare con un timbro circolare che recava oltre la didascalia Comando Liberazione Nazionale–Brescia, il fregio di una catena spezzata. Ero in procinto di uscire, quando un distinto signore dall’accento straniero, ch’io avevo notato attento alle mie risposte ed osservatore accurato del mio aspetto, mi disse: “lei viene direttamente dal convento?” (fissava i miei scarponi chiodati). Si, da Trento, dissi io. Nell’interrogatorio avevo detto che i superiori avevano concentrato i Missionari rientrati dal Medio-Oriente nel convento delle Laste a Trento; io infatti ero dal 1932 membro effettivo della Missione Apostolica di Turchia-Siria e Libano. Mi invitò in giardino, mi offrì da fumare e mi richiese particolari della vita missionaria; si stabilì un sincero contatto umano per cui partendo dagli scarponi, confidai che al mio rientro nel giugno del 1940 dalla Missione, fui cappellano militare Arma Areonatica in Sicilia ed in Africa e quindi dal 1943 con la RSI nei reparti di combattimento. Gli interessavano i miei sentimenti, quelli dei miei Legionari, specie dei Volontari Universitari, il mio giudizio morale in quanto religioso-frate. Gli dovette piacere la mia convinzione che ci si potesse fidare solo degli uomini fedeli all’onore: noi, vinti, lo eravamo. 

    Mi volle dare altre sigarette ed appose al mio lascia-passare un altro timbro che mi avrebbe permesso di usufruire di  mezzi di trasporto militari alleati; firmò, mi restituì il foglio e mi augurò buona fortuna. Era un ufficiale americano di collegamento, distaccato a Brescia. 

    La saluto e contraccambio tanta cordialità.

       Padre Antonio Intreccialagli

     

    pubblicità