Esclusivo: Fernanda Pivano racconta Fabrizio De André

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    Quello che leggerete su Araberara in edicola è il ritratto/racconto di Fabrizio De André che Fernanda Pivano ha scritto per Araberara nel gennaio 2006. Fernanda Pivano ha iniziato l’attività letteraria sotto la guida di Cesare Pavese nel 1943 con la traduzione dell’Antologia di Spoon River di Edgard Lee Masters. Da allora ha tradotto molti romanzieri americani (fra gli altri Faulkner, Hemingway, Fitzgerald, Anderson, Gertrude Stein) e a quasi tutte le traduzioni ha preposto lunghi saggi bio-socio-critici. Come talent scout editoriale ha suggerito la pubblicazione degli scrittori contemporanei più significativi d’America, da quelli citati degli Anni Venti e a quelli del dissenso negro (come Richard Wright) ai protagonisti del dissenso non violento degli anni Sessanta (quali Ginsberg, Kerouac, Burroughs, Ferlinghetti, Corso) agli autori ancora giovani quali Leavitt, McInerney, Ellis (per il quale ha scritto un lungo saggio che costituisce una breve storia del minimalismo letterario americano). Si è presto affermata come saggista confermando in Italia un metodo critico basato sulla testimonianza diretta, sulla storia del costume e sull’indagine storico-sociale degli scrittori e dei fenomeni letterari. Il suo “Cenacolo” milanese ha visto passare i più famosi scrittori e musicisti. Di lei lo stesso Fabrizio De André disse: “Chi è Fernanda Pivano? Fernanda Pivano per tutti è una scrittrice. Per me è una ragazza di venti anni che inizia la sua professione traducendo il libro di un libertario mentre la società italiana ha tutt’altra tendenza. E’ successo tra il ‘37 e il ‘41: quando questo ha significato coraggio”. Fernanda Pivano è morta il 18 agosto 2009 ed è sepolta nel cimitero monumentale di Staglieno a Genova dove è sepolto anche Fabrizio De André.

    Il racconto lo trovate alle pag. 2-3 di Araberara. Qui sotto riportiamo invece il ricordo di Piero Bonicelli del grande poeta-cantautore.

    Un anarchico che amava la terra

    Piero Bonicelli

    E’ morto Fabrizio De André”, l’hanno detto alla radio. Era un giorno di gennaio del 1999, l’ultimo anno del secolo e non c’erano ancora i social network. Così uno lo annunciò in redazione, come fosse una cosa normale che anche i poeti morissero, come tutti, corrosi nel corpo che pure aveva prodotto suoni, musica e parole che volavano alte, sollevandosi dalla prona terra. Mi prestarono quel discone nero che si metteva ancora sul giradischi incorporato nella radio, cose di povera gente che cercava colonne sonore che aiutassero a sbarcare il lunario. Mia madre era affaccendata ai fornelli. Quando sentì “Via del campo c’è una puttana…” si voltò scandalizzata, non si dicono brutte parole, le canzoni sono fatte di vento e nei sogni non ci sono storie che si sentono in paese solo nel pettegolame del lavatoio e questo che voleva farci credere che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. E allora le feci sentire “Preghiera in gennaio”, dedicata a Luigi Tenco. Quello sì che se lo ricordava che era stato uno scandalo, si era ucciso al festival, ma nella canzone c’era qualcosa che l’arciprete, se lo avesse saputo, ci avrebbe fatto su una predica, lui che la domenica guardava giù e minacciava la dannazione eterna per tutti e De André che invece cantava che “non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio”. E ancora il Dio abbandonato e tuttavia cercato nell’invocazione “E se ci hai regalato il pianto e il riso, noi qui sulla terra non lo abbiamo diviso” e quell’altra “eresia” di pretendere che Dio ci venga lui a cercare, “scendi dalle stelle e vienimi a salvare”. Poi le favole e le storie, l’irrisione di Carlo Martello che torna dalla guerra e trova che le tariffe delle puttane sono cresciute a dismisura e quel tipo che va a cacciare i cervi nel parco del re e viene impiccato con una corda d’oro. E quell’altro re che fa rullare i tamburi e commette lo stesso peccato del re Davide, quello dei salmi, che manda a morire in battaglia il marito della donna di cui si è invaghito. O il gioco delle parti dove Madamadoré della filastrocca deve pagare il riscatto con “le borse degli occhi pieni di foto e di sogni interrotti”, che già è un verso che vale un Nobel. Favole e miserie umane come quello dell’uomo “onesto, un uomo probo” che si innamora perdutamente “di una che non lo amava niente” e strappa il cuore di sua madre come prova d’amore, che era una storia che le mamme raccontavano già nelle stalle per mettere in guardia i figli da incontri con donnacce.

    Tutti morimmo a stento” fu un capolavoro, il confrontarsi con Villon e la poesia in musica, le canzoni legate da “intermezzi” con quei “campanili che segnano “il confine tra la terra e il cielo”.

    Un cantore di nostalgie, amori andati a male, debolezze umane, drogati, assassini che scappando si portano dietro “la memoria che è già dolore e fu il rimpianto di un aprile giocato all’ombra di un cortile”, perché tutti hanno un’anima e non tocca a noi giudicare e tanto meno denunciare e il vecchio pescatore finge di dormire quando arrivano i due gendarmi “con i pennacchi e con le armi” e gli chiedono se ha visto il fuggitivo. E ancora drogati e suicidi, ladri e ruffiani, mafiosi e banditi che pure lo rapirono e lui ci ricavò altre poesie e canzoni, compresa un’Ave Maria finale struggente, disperata, di uno che è anarchico ma invoca salvezza oltre le leggi e le regole perché le dettano i vincitori dopo ogni battaglia, ogni guerra.

    Un cantore della vita di uomini e donne che si incontrano e si scontrano per strada e che poi finiscono nei camposanti (“cadrà altra neve a consolare i campi, cadrà altra neve sui camposanti”). E l’Antologia di Spoon River che è poesia che supera l’originale, nani, ottici, chimici, giudici e il suonatore Jones che suona fino alla fine perché “suonare ti tocca per tutta la vita e ti piace lasciarti ascoltare”.

    Signori benpensanti, spero non vi dispiaccia, se in cielo in mezzo ai santi, Dio fra le sue braccia, soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte, che all’odio e all’ignoranza, preferirono la morte”.

    Ha cercato il cielo partendo dalla terra, da una civiltà contadina che ha tentato di far rivivere nella sua tenuta, frugando alla ricerca di radici cui attaccarsi quando ci si sentiva persi, e anche se poi, alla fine, “quando si muore, si muore soli”, si ha comunque la consolazione che “l’inferno esiste solo per chi ne ha paura”.

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