Case di riposo quanto costa l’autunno della vita ?

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    Più di duemila e duecento persone in lista d’attesa per andare in un posto dove non vorrebbero andare. Che la volontà delle persone, quando si è anziani, conta sempre meno. E intanto le rette aumentano di anno in anno con punte di 100 euro al giorno. Anziani che danno fondo alle pensioni e al gruzzolo racimolato in una vita ma anche parenti che si svenano per pagare le rette delle Case di Riposo. Curioso il nome ‘Casa di Riposo’, quando gli stessi anziani il riposo lo farebbero volentieri da un’altra parte. Per qualcuno sembrava che con l’arrivo massiccio in Italia di badanti si sarebbe frenato l’esodo nelle Case di Riposo e invece non è così. Aumentano gli anziani che provano a farcela con le badanti ma aumentano anche gli anziani che vanno in Casa di Riposo, frutto anche dell’età media che si sta allungando. Giusto provare quindi a pensare e ripensare a soluzioni alternative, che vanno dai centri diurni alle assistenze quotidiane. Mancano i fondi, si possono cercare o tentare di farlo.

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    LA STORIA

    Giuditta perde lacrime dagli occhi: “Qui c’è tutto ma non ci sono… io. Mi dà fastidio il ‘tu’. I figli? Per me lo saranno sempre, sono io che non sono più la loro madre”

    Giuditta è il nome della nonna, quella nonna che in casa ci era rimasta anche quando le avevano tagliato il piede destro, che se n’era andato in cancrena per la circolazione, quella nonna che anche se la polenta bisognava tagliarla a fettine che sembravano sottilette e non c’era altro da mangiare, la prima fetta era per lei, quella nonna che ne aveva tirati su 8 e tutti se la coccolavano e perchè era così che si fa. Giuditta porta il nome della nonna, ma adesso è Giuditta ad esser diventata nonna e non siamo più nel 1950 ma nel 2010 e i fgli di Giuditta non erano otto ma tre e tutti con appartamento e auto in garage, “hanno anche la stanza degli ospiti, ma io non sono un’ospite, sono una vecchia”. Giuditta perde lacrime, perché non è vero che le cadono, le perde, perché lei non vorrebbe farle cadere, le scendono da sole ormai da quel 14 luglio, quel giovedì che l’hanno portata in casa di riposo dicendole che doveva fare la visita per il diabete: “E perché serve il pigiama?”. Nemmeno le avevano risposto ma lei aveva già capito, che il diabete non c’entrava nulla, ma c’entravano le 83 primavere sulle spalle. Prima di uscire dalla sua camera, Giuditta aveva buttato l’occhio sulla foto della madre che in casa si era tenuta la nonna che portava il suo nome e mai e poi mai le avrebbe detto una bugia per nascondere la noia di accudire le sue primavere e i suoi autunni. Giuditta è arrivata in casa di riposo come se fosse finita dentro a una bolla di sapone, senza voglia e bisogno di sentire più nulla, che senza affetti meglio rimanere così, in bilico tra cielo e terra, ad aspettare che l’altra Giuditta, quella che sta in cielo, le buttasse una mano per prenderla su. Sono passasti 8 anni da quando Giuditta sta qui e le lacrime cadono ancora: “I miei figli? Vengono due volte al mese, poi il 26 dicembre, perché a Natale devono far festa e io non sono contemplata nelle loro feste, io sono un impegno, non una madre”. Giuditta è lucida e ferma, ti guarda con gli occhi puliti, trasparenti e perde sempre quelle lacrime: “Cosa mi dà fastidio qui? Non c’entra chi ha creato i ricoveri, c’entra chi ci manda, le infermiere fanno quello che possono e purtroppo per molte di loro è un lavoro e lo devono fare come un lavoro. E quando fai un lavoro non sono contemplati quelli come me che piangono e che ti chiedono di fermarti a raccontarmi cosa hai appena visto fuori. Perché io non esco mai e non voglio nemmeno vedere la tv, perché la tv non ha i profumi dei prati e della strada, o mi ci portano davvero o non voglio vederli attraverso uno schermo”. Giuditta racconta e perde lacrime, perde lacrime e racconta. “Qui sono gentili, a volte sono stanchi e vogliono fare in fretta e li capisco. Ma la cosa che mi dà più fastidio è che mi danno del ‘tu’ come fossi una bimba di due anni da tenere buona e far passare per scema. Va bene la confidenza ma loro perdono il rispetto e io quello lo soffro, pensa che io a mia nonna Giuditta davo del ‘voi’”. Un letto con le sbarre attorno per evitare che si cada di notte, un tavolino, un comodino, l’armadio doppio, il bagno per ogni stanza, la palestra per la fisioterapia, un giardino fuori e un terrazzo, pasti serviti in stanza per chi non se la sente di andare a mangiare tutti assieme e tv a colori… “Vedi, c’è tutto ma manca la cosa principale. Sono sola. A casa mia c’era il letto vecchio e il materasso non era granché, sprofondavo dentro ma vuoi mettere alzarsi al mattino e andare nella mia cucina a prepararmi il latte? Ero a casa mia con me, qui sono in una casa di riposo e senza me, perché io prima ero sempre contenta, qui non rido più. Non c’entra chi crea le case di riposo”. E allora c’entra chi l’ha mandata: “Io non dico niente, non dico niente”, Giuditta piange: “Vorrei tornare a casa ma non tornerò più e allora vorrei andare in cielo e lì si che ci posso andare. Ogni notte quando mi sveglio recito il rosario, la Madonna venga a prendermi che io non ho paura, aspetto quel giorno per tornare con me”. Giuditta sul comodino tiene la bibbia, un libretto di preghiere alla Madonna e qualche rivista: “Me le portano ma non leggo più, prego e basta. A casa leggevo sempre, guardavo i tg e facevo anche le parole crociate, ero brava sai, anche i rebus facevo, qui niente, non ho voglia di far niente. Me li portano anche ma fnché non mi portano la vita non posso fare altro e la mia vita non è più qui. Sai mi lamentavo quando ero piccola perché non c’era mai il pane, la mia mamma faceva la minestra al lunedì e l’allungava con l’acqua tutta settimana. Qui adesso ho il pane tutti i giorni ma era meglio allora, molto meglio, meglio la fame che la tristezza”. Giuditta fra poco deve andare a fare fsioterapia per le gambe. Sto per andare via e allora glielo chiedo: “E i fgli?”, Giuditta prende la foto sul comodino, in una vecchia cornice ci sono tutti e tre, quand’erano ragazzi, Giuditta ‘perde’ ancora lacrime: “Per me saranno sempre i miei fgli, sono io che non sono più la loro madre”.

    L’ultimo valzer

    Questo sotto è il testo della canzone ‘L’ultimo valzer’ raccolta nell’ultimo album di Simone Cristicchi che si intitola ‘Grand Hotel Cristicchi’, una canzone-poesia sugli anziani di cui riportiamo il testo ma se avete occasione, ascoltatela, musicata è ancora più bella. * * * Sulla strada provinciale, superato il grande Centro Commerciale poco fuori dal quartiere popolare, mi hanno parcheggiato qui. Io se la memoria è ancora a posto, arrivai di pomeriggio il 7 agosto, non ricordo, ma probabilmente era un venerdì… Le pasticche per il cuore, per la tosse e il raffreddore, niente dolci col diabete, le pantofole imbottite senza tante discussioni ora vivo qui in Via dai Coglioni Dentro la mia stanza, sopra il comodino, accanto al lavandino immerso in un bicchiere d’acqua galleggia il mio sorriso l’aria che respiro sa di mele cotte, di disinfettante, di scorregge abbandonate di notte dal mio vicino, e poi Scala, Briscola e Scopone, partita a bocce se c’è sole se piove passi le giornate incollate alla televisione Per fortuna una bellissima signora è proprio qui, accanto a me. Le dispiace se solo stasera ci diamo del ‘tu’ se balliamo abbracciati fn quando non ce la fa più, su questa musica di tanto tempo fa, il cuore batte più forte nel petto saranno i by pass….ogni nota accarezza le rughe della nostra età. E’ la notte di Natale, in questo posto non si sta poi così male dopo cena ci hanno dato pure un pezzetto di panettone, Mario ha la padella piena, Ferdinando tocca il culo all’infermiera Aldo era un vecchio partigiano e se ne è andato ieri sera e tu prendimi per scemo, ma io sono vivo e tremo, alza l’apparecchio per sentirmi, sto per dirti che ti amo! A quest’ora tutti dormono, solo io e Lei ci siamo svegliati. Le dispiace se solo stasera la chiamo Lucia… se la prendo per mano e proviamo ad andarcene via e già mi immagino quando la sposerò, e faremo la lista di nozze in una farmacia mi conceda quest’ultimo valzer signora Lucia. Su questa musica di troppo tempo fa, il cuore batte più forte, tutt’altro che un’anomalia, ricomincia stanotte in un valzer la vita mia.

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