Inchiesta – Viaggio tra i giovani Siamo i ragazzi di oggi… e siamo soli e invisibili

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Tra inverno e primavera. Messi lì, così, in attesa di sbocciare, ma l’attesa si fa lunga, troppo, dura da due anni, da quel maledetto febbraio del 2020. Sono i ragazzi di oggi, per dirla con il titolo di una canzone di Luis Miguel che ai più non dice niente ma ai miei tempi era il ritratto di una generazione che si sfamava a sogni. E ora di quei sogni ce n’è bisogno. Tanto. In auto ci sto tanto, asfalto, paesi, città, gente. In redazione ci sono stagisti, c’erano prima del covid, ci sono adesso dopo il covid, in questi giorni ne abbiamo 5. 

In giro ci sono giovani, tanti, almeno sulla carta. Ma io non li vedo più. Ce ne sono meno. I locali sono chiusi. I campetti da calcio vuoti. Le bici con cui ‘litigavo’ sparite. Due anni fa arrivavano mail in redazione di insulti ai ragazzi colpevoli di fare assembramento per stare un po’ insieme. Adesso niente. Si sono abituati a stare in casa. Soli. O quasi. 

E nessuno si accorge che sono spariti. Manca quel profumo di primavera che hanno addosso e negli occhi. Manca. Tanto. E manca di più a loro che non sanno nemmeno di averlo addosso, quel profumo. 

Hanno sostituito il gel col pigiama e il giubbotto di pelle con le ciabatte. Sono stati abituati a essere ciò che non dovrebbero essere. Ed è un casino. Tanto casino. Nemmeno si lamentano più perché quasi non si ricordano com’era il mondo prima, perché tanti di loro lo avevano appena sfiorato, penso ai ragazzini che quando è scoppiato il covid erano in terza media e ora sono in seconda superiore e si sono persi l’adolescenza, o chi è in quinta superiore e si è perso gli anni migliori di quelle mitiche gite dove tutto sembrava e forse era possibile. 

E i 5 stagisti che abbiamo qui sono così, di una calma olimpica, in silenzio anche tra loro, se gli chiedi cosa è cambiato con la dad ti rispondono ‘all’inizio era bruttissimo, poi ci siamo abituati’. Già far abituare un ragazzo a qualcosa è un delitto, l’abitudine a quell’età mica la devi avere. E mi dispiace. Che non conoscono la meraviglia di un bacio dato a un concerto mischiandosi a migliaia di persone, che non sanno più cosa è partire per andare tutti insieme a guardare le stelle o fare casino sul pullman durante una gita scolastica. 

Guido e vedo strade vuote, locali chiusi e manca, manca un sacco quel loro profumo di primavera. Mancano pure quelle biciclette che saltavano da un marciapiede all’altro e mi facevano incazzare un sacco. E intanto qualcuno che di ‘mestiere’ (?) fa il deputato o il senatore si è divertito la settimana scorsa a votare Al Bano come Presidente della Repubblica. Loro non profumano di primavera, sanno solo di crisantemi.

 

“Vivo sulla soglia. I giovani sono amanti
del presente, un po’ schiacciati dal futuro”

Marianna Boiocchi

(di Osio Sotto, 5° anno Liceo Classico Sarpi Bergamo)

Sono all’ultimo anno di liceo, al punto in cui mi si aprono le prime vere possibilità. Non troppo dentro e nemmeno troppo fuori. Tuttavia mi sembra che la scuola sia un ambiente troppo stretto, che ci sia qualcosa d’altro, e che tutti gli sforzi che faccio al suo interno non significhino più di qualche numero sul registro. Eppure andare a scuola è l’unico modo per tenere insieme i pezzi, per non perdermi nel gran mare delle cose del mondo, il modo di assicurarmi un po’ d’ordine. Mi insegna che le mie azioni hanno delle conseguenze, che le conseguenze hanno altre conseguenze, che la catena delle cose è potenzialmente infinita e che tutto quello che succede è in qualche modo determinato da qualcos’altro che è successo. 

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