GRUMELLO DEL MONTE – IL PERSONAGGIO – Daniele Capelli: “Il calcio mi manca, ma c’è Melissa a riempire le mie giornate. Studio e mi piace andare in montagna. La morte di Morosini…”

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Una lunga storia d’amore. Daniele Capelli, classe 1986, e il calcio, in campo e fuori. Non c’è bisogno di molte domande, Daniele è un fiume in piena, le emozioni e i ricordi affiorano così, a ruota libera. E noi li lasciamo girare. Vent’anni da professionista, oltre 300 presenze ufficiali, di cui 130 con la maglia dell’Atalanta, un viaggio intenso fatto di sogni, di gioie prese al volo e tenute strette al cuore, di momenti bui che hanno lasciato cicatrici indelebili. È un pomeriggio di dicembre, accanto a Daniele c’è un altro amore, quello con la ‘a’ maiuscola. Si chiama Melissa, la sua bimba, che ha pochi mesi e riempie le sue giornate, anche quelle di studio. Ma riavvolgiamo il nastro. Partiamo da Grumello, da dove anche Daniele è partito. E dove è tornato. Da quel pallone che è sempre stato il suo migliore amico.

Ho iniziato a tirare calci al pallone nei campetti quando ero molto piccolo e poi a sei anni ho giocato la prima vera stagione in Oratorio a Grumello. Quell’anno c’era mister Arturo Ravelli, che è scomparso dopo poco tempo, ma lo porto sempre nel cuore, poi c’è stato Matteo Gavazzeni, un altro allenatore importante. Poi è arrivata l’Atalanta, ho iniziato con i Pulcini, il primo torneo l’ho giocato nel 1994 in Austria”.

Atalantino da sempre? “In famiglia ero piuttosto combattuto, avevo un cugino milanista e mio papà atalantino ma simpatizzante Juve… da piccolo quindi ero juventino, erano i suoi anni, vinceva sempre. Poi sono cresciuto, vivevo l’Atalanta e ho iniziato a tifarla”.

Ribattezzato presto il Muro di Grumello: “Era il soprannome che mi era stato dato dalla Curva Nord gli ultimi tre anni prima dell’infortunio al ginocchio. Quelli sono stati i miei anni migliori, avevo dato tanto, ero titolare e protagonista della Serie B, abbiamo vinto il campionato e in Serie A è arrivata la consacrazione… avevo 25 anni, stavo facendo davvero bene, a volte indossavo la fascia di capitano e insomma stavo vivendo un sogno. Muro perché avevo fatto del carattere, della grinta, della voglia di non mollare mai il mio marchio di fabbrica”.

Dietro Daniele ci sono sempre stati mamma e papà: “Venivo da una famiglia di persone che lavoravano dalla mattina alla sera e che hanno fatto grandi sacrifici per farmi seguire questa strada, ma mi hanno sempre seguito. Ci sono sempre stati, fin dal primo giorno, in prima fila… mia mamma a preoccuparsi che non mi facessi male, mio papà a tifare, perché facessi sempre meglio”.

Una gioia e una delusione? “Difficile doverne dire soltanto una, ma ci provo. Ho avuto la fortuna di vincere tre campionati in Serie B, due a Bergamo e uno a Cesena, sono stati stupendi, anche se quello che mi ha regalato più emozioni è sicuramente quello vinto a Cesena. Venivo da un periodo nero, ero fermo da due anni perché a Bergamo mi ero rotto il ginocchio. Molti dottori avevano data per finita la mia carriera, dicevano che non sarei più rientrato e che non avrei mai più giocato a calcio… ma ho avuto la fortuna di avere al mio fianco la mia famiglia, la mia fidanzata (che poi è diventata sua moglie, ma di questo ne parliamo tra un po’, ndr), Matteo Moranda e il fisioterapista Renato Gotti che sono sempre stati presenti. Se non fosse stato per loro probabilmente non ce l’avrei fatta, il dolore era tanto, il ginocchio sempre gonfio, non riuscivo a correre e quando facevo la risonanza mi bastava guardare la faccia del dottore… In quel periodo, poi, è arrivata un’altra terribile notizia, la morte di Piermario Morosini. Era un caro amico, abbiamo giocato insieme dai Pulcini alla prima squadra. Non eravamo più così vicini come quando eravamo giovani, ma ci si sentiva, è stato tremendo. È stato lì che ho trovato la forza perché volevo giocare per lui, sono rientrato dal ritiro con l’Atalanta e poi ho scelto di giocare in Serie B con il Cesena con cui ho vinto il campionato. Ecco, ciò che di più brutto mi è accaduto è stato la perdita di un amico e l’infortunio”.

Fuori dal rettangolo verde, chi è Daniele Capelli? “Un ragazzo normalissimo (sorride, ndr). Mi piace stare in compagnia, organizzare feste con gli amici. Mi piace la musica e fino a qualche anno fa suonavo la batteria. Mi piace anche andare in montagna e quando arrivano i funghi cammino anche per ore nei boschi”.

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