FABRIZIO DE ANDRE’, il ricordo di Fernanda Pivano, Dori Ghezzi e don Andrea Gallo

Fabrizio & Dori: “È buono solo il cancro che non fa distinzioni..”. Quell’incontro a Milano e il toro regalato dal padre.

L’INEDITO

Fernanda Pivano: “La prima volta che l’ho sentito, è stato sul mare di Nervi. Stavo andando all’Hotel Savoy da Ernest Hemingway…”

 

20 anni dopo. Ma vent’anni da un arrivederci. Il resto, prima, dal 1940, anno in cui Fabrizio De Andrè ha aperto gli occhi sul mondo, c’è dentro di tutto. Un tutto che continua, ovunque, anche adesso, forse ancora di più, a vent’anni dalla ‘salita in cielo’, 11 gennaio 1999. Qui sulla terra restano tracce ovunque di quella voce, di quello sguardo, di quel modo di prendere le parole e la musica, impastarle e gettartele addosso come uno schiaffo al cuore, una carezza all’anima, una botta all’infinito. E resta lei, Dori Ghezzi, che non è una traccia, è l’altra metà del suo cuore, che continua a battere, a danzare di lui. Dori e Fabrizio mica di mischiare cuori & corpo ci hanno messo un po’, alcuni incontri rigorosamente riservati e poi la convivenza in quella che chiamavano, come racconta Dori in ‘Io, Lui e Noi’, il libro che ha scritto pochi mesi fa: “…Residence Ghezzi, un appartamento a Milano dove vivevamo tutti insieme, con i miei genitori e la famiglia di Fiore (sorella di Dori). Una casa ‘aperta’ che è poi quello che è successo anche nel casale dell’Agnata, vicino a Tempio Pausania, dove andranno a vivere: “Quando con Fabrizio ci siamo trasferiti, a metà degli anni Settanta, ci piaceva molto il divario immediato tra la città che avevamo vissuto fino a quel momento e questo paradiso isolato che avevamo scelto”.

Musica & terra, perché Dori e Fabrizio si mettono in testa di realizzare un’azienda agricola, ci buttano dentro un mucchio di soldi, Giuseppe, il papà di Fabrizio gli regalò il primo… toro. Lì Fabrizio pescava parole e le trasformava in canzoni. Fabrizio aveva ritmi lenti, intensi, quasi a respirare ogni attimo e trasformarlo in eterno. Dori racconta di questa ‘lentezza’: “…la realtà che raccontiamo va trasformata in qualcosa di esteticamente valido. Oltre che utile. Sarà magari per questo motivo che ho una media temporale di composizione quasi geologica”.

L’incontro tra Dori e Fabrizio in uno studio di registrazione a Milano, un caffè, occhi che si infilano negli occhi e il battito del cuore che cambia e si fa intenso e poi parte la canzone inedita ‘Valzer per un amore’, basta e avanza per scambiarsi i numeri di telefono e la passione che esplode, quella passione: “…che ci avrebbe rapiti. Definitivamente e per sempre, non facendoci più perdere”.

C’è un ‘prima di Dori’, perché Fabrizio era già un artista, solo che poi quando incontri un cuore dove trovare guscio e ali cambia tutto, anche la musica, i primi anni di vita Fabrizio li passa a Revignano d’Asti, in mezzo alla natura e con babbo Giuseppe con cui si scontra spesso e anche troppo, lo stesso col fratello maggiore Mauro, che era tutto l’opposto e poi c’è mamma Luisa. Lui che cercava vita fuori dai cosiddetti salotti buoni genovesi, che il padre era benestante e Fabrizio si sentiva ingessato li dentro. Perché pochi sanno che il padre era proprietario di alcune scuole private e ricoprì parecchie cariche pubbliche, diventò un importante dirigente dell’Eridania. Mauro intanto faceva carriera. Fabrizio invece cercava altro.

Dori intanto aveva tutta un’altra evoluzione artistica, a Lentate sul Seveso dove era cresciuta abitava uno zio che suonava la chitarra e nel 1966, a 22 anni, fece un provino radiofonico, vinse e incise il primo 45 giri. Poi qualche tempo dopo l’incontro con Wess e il successo. Nel 1975 vinse Canzonissima e lo stesso anno il rapporto con Fabrizio divenne carne & musica. Qualcuno fece un po’ di ironia su di lei, sulla sua musica, Dori se ne fregava, Fabrizio anche. Nel 1977 nacque Luisa Vittoria Luvi, la loro bimba, a Tempio Pausania. E due anni dopo, il 27 agosto del 1979 Dori e Fabrizio vennero rapiti proprio lì, nell’agro dell’Agnata. Quattro mesi, quasi sempre incappucciati, dentro grotte che di guscio non avevano niente. Però Dori aveva Fabrizio e Fabrizio aveva Dori che racconta: “eravamo vivi insieme … la sensazione inconfessabile, vicino a Fabrizio, di avere tutto quello di cui avevo bisogno. Avevo lui… ovunque lui fosse, là era l’Eden”….

 

L’Inedito di Nanda Pivano

….L’anno scorso sul giornale abbiamo pubblicato il ritratto-racconto che Fernanda Pivano aveva scritto per Araberara nel 2006. In questo numero pubblichiamo un altro inedito di Fernanda Pivano e riguarda la sua “scoperta” di Fabrizio De André e la genesi del capolavoro “Non al denaro, non all’amore né al cielo” in cui mette in musica alcuni personaggi della “Antologia di Spoon River” di Edgard Lee Masters che Fernanda Pivano aveva tradotto e fatto pubblicare in Italia.

Fernanda Pivano ha iniziato l’attività letteraria sotto la guida di Cesare Pavese nel 1943 proprio con la traduzione dell’Antologia di Spoon River di Edgard Lee Masters. Da allora ha tradotto molti romanzieri americani (fra gli altri Faulkner, Hemingway, Fitzgerald, Anderson, Gertrude Stein) e a quasi tutte le traduzioni ha preposto lunghi saggi bio-socio-critici. Come talent scout editoriale ha suggerito la pubblicazione degli scrittori contemporanei più significativi d’America, da quelli citati degli Anni Venti e a quelli del dissenso negro (come Richard Wright) ai protagonisti del dissenso non violento degli anni Sessanta (quali Ginsberg, Kerouac, Burroughs, Ferlinghetti, Corso) agli autori ancora giovani quali Leavitt, McInerney, Ellis (per il quale ha scritto un lungo saggio che costituisce una breve storia del minimalismo letterario americano). Si è presto affermata come saggista confermando in Italia un metodo critico basato sulla testimonianza diretta, sulla storia del costume e sull’indagine storico-sociale degli scrittori e dei fenomeni letterari. Il suo “Cenacolo” milanese ha visto passare i più famosi scrittori e musicisti. Fernanda Pivano è morta il 18 agosto 2009 ed è sepolta nel cimitero monumentale di Staglieno a Genova dove è sepolto anche Fabrizio De André.

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