ragazzi e scuola

    (p.b.) La signora del bar ha voglia di chiacchierare, è un orario di calma piatta, gli affari vanno bene anche se sulla stessa strada del paese, trecento metri a far tanto, mi dice, si contano dieci bar. Troppi. E, mi dice, in queste settimane ho dimezzato la vendita delle birre. Penso alla concorrenza. Lei corregge subito il tiro: no, è per la quaresima. Per la quaresima? Sì, sono molti i ragazzi che non bevono birra in quaresima. In fondo è una bella notizia. Credono in qualcosa, sacrificano qualcosa. C’è speranza.

    Fuori dalla scuola media i ragazzi aspettano la campanella. Una nuvola di fumo. Uno si avvicina e mi chiede se ho da accendere. Gli chiedo che classe frequenta. Lui risponde: che cazzo te ne frega? L’odore acre delle sigarette impregna le felpe. Possibile che non se ne accorgano, a casa? Il titolare della tabaccheria vicina mi spiega come funziona: io chiedo sempre la carta d’identità. C’è chi esce subito, chi si arrabbia e uscendo mi ruba un accendino. Cosa faccio, mi metto a rincorrerlo che prima che sia uscito da dietro il banco lui è sparito? Ho spostato gli accendini. Poi entra uno che è appena diventato maggiorenne, sventola la carta d’identità e si prende pacchetti di sigarette che poi distribuisce fuori dal negozio. Chi gli dà i soldi?

    Alle superiori la ragazza mi confida: sono l’unica della classe che non fuma. E per fumo qui si intende ben altro che il tabacco… Leggete l’inchiesta nelle nostre scuole di pagina cinque.

    Danno del tu a tutti (“dó dol té a töcc fò che a té preòst” era la battuta dei nostri tempi per indicare un maleducato). Il vocabolo va analizzato: male educato. Le stazioni che hanno in appalto l’educazione, l’istruzione e la formazione si sono frastagliate: la famiglia che troppo spesso deve fare i conti con la crisi di lavoro, la parrocchia che dopo la Cresima li perde per strada (al punto che un prete ha raccontato la barzelletta di come svuotare le chiese, basta cresimare tutti ed è fatta), la scuola che si è rintanata nel suo bunker, attenta a non pestare i piedi fuori dal cortile (e spesso anche nel cortile) per non “invadere” il campo altrui. Che poi non si sa chi sia l’altrui, se uno insegna matematica guai a impicciarsi di grammatica, figurarsi dei massimi sistemi. Fino a qualche anno fa la stazione che si era appropriata il ruolo educativo prevalente era la tv generalista. Oggi non ha più alcuna rilevanza per i ragazzi e i giovani che la tv non la degnano di uno sguardo. Perfino il calcio è residuale, se c’è una discussione (accesa) al bar è tra adulti. Sono i social network che fanno informazione e formazione (educazione no, in genere è diseducazione tra insulti gratuiti a man salva e allarmismi montati ad arte). E trovano di tutto, giochi e video di violenza estrema, battute allegre sull’uso di droga e su perversioni sessuali. Poi succede che qualcuno arrivi a uccidere un altro per vedere l’effetto che fa (come a Roma).

    La debolezza di noi adulti è che siamo stati sorpresi e scavalcati dalla tecnologia, troppa fatica stare al passo, informarci, rieducarci ai nuovi bisogni, sapere riconoscere le “cattive compagnie” che le nostre mamme sapevano individuare a colpo sicuro e adesso si mimetizzano al punto che i padri, quando i figli arrivano a delinquere (addirittura all’omicidio), cascano dalle nuvole, è un così bravo ragazzo, impossibile sia stato lui. Non sappiamo più guardare in faccia i ragazzi e cogliere sulle loro facce i primi segni allarmanti del degrado. Perché sanno diffondere “falsi bersagli”, come i sottomarini di guerra. E noi ci caschiamo. Poi è troppo tardi.

    A noi che volevamo cambiare il mondo, il mondo ci è cambiato senza che ce ne accorgessimo. Impegnati a difendere il nostro orto non sappiamo nulla di quello che succede di là dalla siepe. Abbiamo messo in piedi il più grande apparato di controllo (telecamere anche nei cessi) di tutti i tempi a caccia dei ladri. Poi ci troviamo i nostri ragazzi che rubano accendini (e merendine) a man salva, per una bravata. Va bene l’aggiornamento del comune senso del pudore. Ma qui va aggiornato e ridefinito il comune senso della morale. Senza moralismi stucchevoli, con un linguaggio che penetri la corazza generazionale che si sono creata, nella convinzione che tanto gli adulti (già i trentenni per loro sono tagliati fuori) non capiscono niente del loro mondo che viaggia sulle onde telematiche della globalità virtuale. Ricondurli alla realtà, per brutta che sia, correndo il rischio che la vogliano… migliorare, è la mission, ristabilendo un minimo di connessione tra le stazioni educative che sono sopravvissute al terremoto mediatico.