La panchina del cuore

    Come fossero piume che se ne vanno a spasso a macchiarmi la vita di colori. E io che le guardo qui seduta sul mio marciapiede mentre da lontano un anziano su una panchina guarda verso non so dove. E io ogni volta che vedo qualcuno da solo su una panchina mi incanto ad osservarlo. Anche quando se ne va. In tanti hanno la loro panchina, dove il cuore è ancora seduto. Al di là di chi per quel cuore ha danzato. ‘Ti ho hamato davvero. Così con l’acca, perché è stato un errore’.

    Già, le foglie continuano a fare il loro giro strano, poi finiscono sempre lì, vittime anche loro della forza di gravità, ma di quella me ne frego.

    Il bello è ciò che cogliamo mentre sta passando. La luce fioca di una nube gonfia mi mostra la bellezza del mondo senza nient’altro addosso che se stesso, come un deserto dove tenti invano di piantare rose e poi ti accorgi che forse la bellezza è proprio l’essenza di quello che resta, non di quello che vorresti.

    La gente pensa che basta scriversi, cercarsi, ed è subito amore. Basta bagnarsi le labbra per sentire il cuore. Che basta apparire per esserci. E io guardo ancora quelle foglie, che invece scompaiono. Quella nube grigia che se ne va. L’amore è altro. È oltre. È altrove. È smontarsi. Attraversarsi. Sfinirsi. Alzarsi. Ricominciarsi e poi andarsene. Come queste foglie. Dove capita. Ho sempre pensato che essere forti significasse ‘andare avanti’. Invece voleva dire ‘andare oltre’. L’ho scoperto dalle foglie.