grecia

    (p.b.) Ci hanno contagiato. Quando perdiamo qualcosa monetizziamo mentalmente la perdita, ho perso 100 euro, 200 euro. Non è l’oggetto, è il suo valore che perdiamo, le cose si sostituiscono, pagando. Pare banale. Invece pensate a un tempo in cui gli oggetti potevano costare poco e valere molto. Perché, sia noi che loro (le cose) avevamo un passato e ogni anno il valore affettivo cresceva. Un preambolo che serve per distinguere la (buona) politica dalla finanza. E’ quest’ultima che ci è entrata dentro, ci ha sterilizzato i sentimenti, tutto ha un prezzo, le persone come le cose.

    La Grecia è un parametro, la misura di una sconfitta umana e politica, una tragedia di gente che perde tutto, non ha i soldi per sbarcare il lunario, le banche chiudono i rubinetti e gli sportelli, i negozi diventano vetrine da guardare e, se va avanti così, da assaltare come i forni dei Promessi Sposi. Non sono più gli speculatori del grano a togliere il pane, sono quelli della grana. Leggete la vicenda della Grecia come un sussulto di un popolo che è vissuto in una bolla speculativa, con dei governanti ignobili che hanno truccato i bilanci, hanno lasciato crescere un debito che adesso li strozza. Gli aiuti economici dei vari Fondi monetari e Banche centrali sono stati un trucco contabile, servivano per pagare gli interessi del prestito, in pratica tornavano a chi glieli dava. Quando c’è stato un tentativo di rimettere ordine nei conti e si è tentato di imporre un giro di vite, c’è stata prima la rivolta e poi le elezioni che hanno portato alla vittoria Tsipras.

    Che parla un linguaggio perduto, quello di un’umanità da sfamare, che tenta di rompere il circolo vizioso dei soldi che arrivano e servono per pagare gli interessi, il paese fermo. Promettere digiuno a un popolo affamato era ed è un suicidio politico. Tsipras propone ai creditori di tagliare il debito e avere nuovi prestiti, riducendo gli interessi e consentendo di avere qualcosa da spendere subito, per potere in futuro avviare riforme. Che non sono state fatte, i privilegi degli armatori, l’iva al 6%, le pensioni facili a 40 anni… Certo, in futuro si potrà dire alla gente che la pacchia è finita, che si è vissuti al di sopra delle proprie possibilità. Tsipras ha fatto un referendum truccato, se chiedete alla gente se vuole o no tirare la cinghia, la risposta sarà ovviamente No.

    Il potere malvagio della finanza mondiale non può averlo scoperto da un giorno all’altro il governo greco. Sta tentando di combatterlo da solo, questo è un errore strategico che lo isola, lo mette in balia di una tremenda vendetta. Sì il resto dell’Europa è sotto tiro dei mercati, della finanza, paga (crolli delle borse) pur di ricondurre il ribelle a piegarsi all’ordine costituito.

    Manca la “buona” politica. Il disincanto degli elettori che disertano le urne è sapientemente coltivato e rinfocolato, i finanzieri hanno bisogno di politici deboli, screditati, per piegarli ai loro “parametri”. Sono loro che dettano le regole e devono valere per tutti, chi si ribella viene piegato dai “bracci armati” del potere finanziario, proprio i politici impotenti che noi poi prendiamo a male parole. Li scegliamo noi, li votiamo noi, siamo noi che ci asteniamo e lasciamo scegliere ad altri.

    Si dice che in Grecia ha vinto la democrazia. Non è vero, chi ha votato non aveva gli elementi per scegliere, era un derby drogato dall’orgoglio nazionalista e dalla paura di perdere quel poco che si aveva. Lo si perde comunque. Ci sarà un accordo, perché la finanza ha una sua logica, vuole i “suoi” soldi, a costo di mettere in campo l’ennesima partita di giro (ti do i soldi per pagarmi gli interessi). La politica manca perché stanno rinascendo i nazionalismi, non c’è cessione di potere per un’Europa che i fondatori sognavano come una vera Nazione, non come una Banca. E la cosa più penosa è che ci hanno contagiato, monetizziamo tutto anche noi, anche noi abbiamo incollato in fronte il cartellino del “nostro” prezzo, anche noi siamo sul mercato. Voglia di buona politica, voglia di nuovo umanesimo. “Quanto mi rompo ora a tornare a vivere / in quella gran città fatta di cadaveri / quanto è meglio il sapore dell’erba fracida, / quanto sarebbe meglio stare qui” (Paoli).