benedetta gente

    Se ne vanno i cantori di una generazione già mortificata di suo dalla pandemia, la colonna sonora di “formidabili quegli anni” (Vecchioni) in cui davvero abbiamo avuto l’illusione che si potesse, se non rivoltare il mondo come un calzino, almeno migliorarlo, renderlo più giusto. Utopie che hanno tenuta sveglia, partecipe, attiva, critica, contestatrice, lottatrice una marea di giovani (allora), nati incendiari e la maggior parte finiti pompieri (“compagno di scuola ti sei salvato dal fumo delle barricate (…) ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?” – Venditti). Franco Battiato non entrava nell’elenco dei “cantautori impegnati”, come erano etichettati quelli di sinistra che a loro modo erano gli aedi del grande “movimento”, pur composito e spesso ferocemente diviso al suo interno. Ogni frangia aveva il “suo” cantore, De André, Guccini, Vecchioni, Bertoli, Venditti, De Gregori, Dalla, Ricky Gianco, Branduardi, Claudio Lolli, Rino Gaetano, Bennato, Finardi, Gaber, Jannacci… e nei concerti a volte erano contestati dalle frange opposte, quando non si beccavano tra di loro e i loro testi subivano valenze improprie per convenienza, della serie “quelli che per principio, non per i soldi” (Jannacci).

    Battiato era un musicista più che un cantautore, se ne stava per conto suo e quando si è cimentato nel pop ha scritto capolavori i cui testi andavano interpretati, ma farlo richiedeva cultura e fatica e far fatica (intellettuale) non rientrava nei canoni (e nemmeno nella cultura) di chi poi andava sulle citate barricate. Già uno che confessava “cerco un centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente” rischiava, per quel “centro”, di essere considerato un democristiano e poi tutti noi eravamo ben convinti che non avremmo mai cambiato idea né sulle cose e tanto meno sulla gente, nella sicurezza gratuita di aver finalmente acchiappato la verità e la conoscenza definitiva del bene e del male, anche senza aver assaggiato il frutto dell’albero del paradiso terrestre. Ci siamo dovuti ricredere, la realtà sarà anche, come diceva Einstein, “una semplice illusione, sebbene molto persistente”, ma un’illusione che ti fa cadere pesantemente dalle nuvole e ti chiede il conto delle tue presunte certezze eterne e tutti noi siamo ancora alla ricerca di quel “centro di gravità permanente”, che è una sorta di araba fenice, “che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa” (Metastasio).

    Mare mare mare voglio annegare, portami lontano a naufragare, via, via, via da queste sponde, portami lontano sulle onde”. Non si trovava a suo agio nel mondo, nemmeno in quello musicale, cercava “spiagge solitarie”, suoni e parole orientali e pessimismi leggeri “Per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare / Quei programmi demenziali con tribune elettorali (…) Quante squallide figure che attraversano il paese / Com’è misera la vita negli abusi di potere (…) Quante stupide galline che si azzuffano per niente” con il ritornello sconsolato e sconsolante “sul ponte sventola bandiera bianca”, riprendendo la poesia di Berchet su Venezia che si arrende alla peste e a Napoleone. E poi il capolavoro assoluto, questo sì devastante, sulla solitudine di una donna oltre la barriera/frontiera di Berlino Est, i “quattro passi a piedi” come unico momento di libertà per fermarsi davanti a quel maledetto muro. E’ Alexanderplatz. “E la sera rincasavo sempre tardi, / Solo i miei passi lungo i viali. / E mi piaceva spolverare, fare i letti / Poi restarmene in disparte / come vera principessa / Prigioniera del suo film / Che aspetta all’angolo come Marleene / Hai le borse sotto gli occhi / Come ti trovi a Berlino Est”, un quadro di disperata rassegnazione e vita da reclusi di là da un muro che non si può scavalcare, solo avvicinarsi alla frontiera perché se fai un passo falso ti sparano, e allora le faccende domestiche consentono di evadere, come le nostre mamme che cantavano con le finestre aperte mentre anche loro spolveravano e rifacevano i letti al tempo in cui “i figli crescono e le mamme imbiancano”, sberleffi a canzoni antiche (”siamo figli delle stelle”) che Battiato citava sottolineandone le banalità rispetto alla vita reale.

    Poi nella sua solitudine ha cercato la ragione del vivere e del morire. Le sue meditazioni quotidiane, il suo rifiuto della stessa notorietà. Forse cercava Dio o qualcosa che somigliasse a una linea logica che giustificasse la morte. Sul suo album “la Voce del Padrone” (un capolavoro assoluto) ci avevamo costruito uno sketch ai tempi delle prime radio libere, varate in cooperativa con un titolare di facciata che quando entrava in studio salutavamo al microfono: Ecco la Voce del Padrone!

    E adesso, riassumendo una vita disincantata, Battiato può sussurrarci dall’alto, nei ricordi delle “serenate all’istituto magistrale / Nell’ora di ginnastica e di religione” mescolando i titoli delle colonne sonore della gioventù di allora, bruciata dal tempo nel mezzo delle tragedie umane (“l’ira funesta dei profughi afgani”) finendo con quello che poteva essere uno sberfeffo al mondo, ma in realtà era il suo grido di dolore: “Cuccurucucù paloma Ahia-ia-ia-ia”.