benedetta gente

    C’è un libro appena uscito. Titolo: “Chi sono? Io. Le altre. E gli altri” (edizione De Agostini). Riporta le voci degli adolescenti, la categoria cui stiamo rubando anni di vita, non un solo anno perché questo terrificante anno e mezzo si ripercuoterà nel presente e nel futuro sui sogni, sui pensieri, sulle attese, sugli umori, perfino sugli amori, le voglie, le speranze e le pochissime fedi rimaste. Sono stati sentiti trentamila ragazzi e ragazze, cento domande che fanno emergere la rassegnazione, la rabbia, soprattutto le paure, le incertezze, l’incapacità di costruirsi un futuro. Guardano ai loro genitori, sembrano invidiare il loro tempo (“ai miei tempi… io ho fatto, io ne sono uscito, i miei non sapevano nemmeno cosa facevo, mi sono inventato la vita, ho fatto il… militare, ho studiato, ho lavorato sodo…”), sapendo che non sarà il loro, comunque vada. Sono i ragazzi della Dad, della distanza, si sentono tagliati fuori, incompresi, si sentono piovere addosso giudizi che sentono di non meritare (“i prof nemmeno mi conoscono, sanno il mio nome e basta”). La maggior parte “vorrebbe cambiare il mondo”, un terzo sembra già rassegnato (“non ce lo consentiranno mai”). Vorrebbero “rivoltare la scuola come un calzino”. Credono nella scienza, non credono alla politica anche se sognano un mondo pulito, materialmente e moralmente.

    Il libro è stato definito un “selfie generazionale”. Alla scuola rimproverano la “mancanza di ascolto”.

    Già, i genitori, già, gli insegnanti. La filiera non comprende più educatori di contorno, gli oratori sono chiusi da tempo, lo sport si è fermato a Eboli o anche più in giù, così i corsi di musica e di ogni altro tipo, cinema e discoteche. Sono restati loro, genitori e insegnanti. I primi impegnati a sbarcare il lunario in tempi da lupi, non attrezzati a trovarsi per casa ragazzi smarriti alla ricerca di non sanno cosa, all’improvviso silenziosi, chiusi in pensieri inespressi, abulici, svagati, “spenti” come aveva detto quella professoressa che ha avuto il fegato di scusarsi.

    Di scusarsi per aver fatto scuola in un modo ottocentesco, io faccio lezione, voi ascoltate, io interrogo, voi rispondete, io faccio le verifiche, io le correggo, io giudico e metto il voto sul registro elettronico in base ai parametri stabiliti. Fa niente se ad ascoltare era una trentina di icone indecifrabili, alcuni perfino con connessioni traballanti, e l’attenzione che gli psicologi predicano non possa andare oltre una ventina di minuti filati, che importa, la mia lezione dura un’ora, domande? I ragazzi sono già persi in pensieri talmente lontani che sembrano impermeabili.

    Poi il ritorno a scuola in… percentuale, 50%, no, grande concessione, 75%, banchi distanziati, quelli in fondo nemmeno sentono la lezione, nemmeno sentono cosa sta chiedendo al loro compagno interrogato, come si diceva un tempo, “alla lavagna”, il prof rimedia, caso mai ci siano contestazioni, c’è uno che deve fungere da “testimone” dell’interrogazione del compagno.

    E adesso si arriva agli scrutini, per molti agli esami di maturità. Una regressione nell’insegnamento prodotto al 50% della potenzialità non fermerà i giudizi sul registro elettronico, perché restano indelebili.

    Avevo un professore di greco che ci dava voti improbabili, zero col puntino che “vale quaranta sotto zero”. Poi ci trovavamo un sei pieno in pagella, contava il giudizio globale, non il calcolo aritmetico altrimenti non avremmo mai rimontato. Ma il suo registro era manuale, si poteva modificare, tenendo conto delle possibilità e impegno di ognuno, un giudizio complessivo, non matematico.

    “Nessuno ci ha chiesto in tutto l’anno: sei felice?”. Già, la domanda non la trovate su nessun manuale scolastico. “Non è prevista nel programma”. Nemmeno il Covid era previsto, nemmeno una scuola al ribasso che non sa affrontare uno tsunami che ha travolto i vecchi ma ha annichilito un’altra generazione, all’improvviso silenziata. Quella affidata appunto alla scuola.

    In quante scuole gli insegnanti, invece di fare il solito “consiglio di classe” con le banalità su “una classe che in generale funziona bene” si sono chiesti: “Che facciamo? Cosa ci inventiamo?”. “Classe che funziona”? La classe non è una persona, è un insieme di persone diverse, che reagiscono in modo diverso. Che sono diverse. Come invece mi ha confessato una prof “siamo solo tornati a insegnare ex cathedra”. Ma i banchi erano vuoti, ora distanti. Come nella novella di Pirandello il professor Bernardino Lamis, miope, che tiene una solenne lezione sull’eresia catara pensando di avere l’aula piena di studenti. Ma erano solo impermeabili appesi ad asciugare. Impermeabili come lo sono diventati troppi ragazzi. Ogni studente, in quelle aule, per citare Pascoli, “era solo, e l’uomo che col gelo lo pungea di sua cute, / più lontano gli era del più lontano astro del cielo”.