benedetta gente

    Passata è la tempesta odo augelli far festa…”. Augelli è un vocabolo da vecchi che vengono in mente solo a loro, poesie d’antan e si torna bambini a una certa età quando si tira un sospiro di sollievo sentendosi ancora vivi e i merli e le tortore sembrano voler padroneggiare il cielo che le rondini sono tornate, anche se poche e si legge che sarebbero calate negli ultimi anni quasi della metà, l’Italia non è più un paese accogliente e lo si vede anche dal fatto che non arriva più nemmeno un barcone di profughi, cercano altre strade, come le rondini che sorpassano i nostri cieli e volano a nord, dove trovano ancora tetti e rifugi per fare il nido.

    Il liberi tutti o quasi è più complicato di quello che si sperava che non si capisce come si debba cambiare tutti i giorni l’autodichiarazione ai sensi degli articoli ecc. che immagino uno della mia età che è sopravvissuto alla strage dei vecchi e adesso si ritrova a stare ancora recluso perché non ha il computer, tanto meno la stampante e al telefono i figli gli hanno risposto che ancora non si fidano a venirlo a trovare caso mai gli trasmetta il virus che lui veramente non l’ha mai avuto visto che sta sbarrato in casa da due mesi e si fa portare la spesa dal negozietto e per un po’ nemmeno apriva la porta caso mai quel maledetto gli entrasse senza nemmeno chiedere permesso e lo ammazzasse come certi suoi coetanei che conosceva che stavano nella casa di riposo e ha saputo che li hanno portati via e non si è più saputo niente, nemmeno la campana a morto hanno suonato.

    Sulle strade sono tornati quelli che siccome han voluto la bicicletta adesso gli tocca pedalare, come dicevano una volta e una volta mai avrebbero pensato che ci sarebbe stata in futuro gente che avrebbe pedalato per il gusto, mica per necessità.

    Due donne sono scese in strada e si parlano fitto a voce alta attraverso le mascherine ed è il segno che si può ricominciare, le ultime notizie in diretta, non più a distanza di balcone. E i ragazzi che tornano nel parco, escono dai lunghi incontri virtuali e si incontrano di nuovo sull’erba, perfino con qualche imbarazzo, a quell’età si cambia in poco tempo, il mattino lezioni online, tutte quelle facce un po’ stranite sul computer, ti sei tagliato i capelli, chi te li ha tagliati?, ah, sembri un marziano, no a me piacciono così, la professoressa che fa l’appello, manca uno, gli è morto il nonno, ah, facciamogli le condoglianze, i ragazzi non sono attrezzati per le condoglianze, cosa si dice?, mi dispiace, i nonni li conoscono, venivano a prenderli dopo il catechismo, che stavano lì ad aspettare che uscisse il loro, non l’hai visto?, sì adesso arriva sta mettendo via la roba o quando li accompagnavano al calcio e alla loro partita facevano il tifo e poi le valutazioni tecniche da competenti, come quando andavano sui cantieri ed erano tutti ingegneri o andavano ad aspettarli all’uscita di scuola,, cosa hai imparato oggi e ci restavano male se si sentivano rispondere che avevano visto solo un film, loro erano restati ai libri che su quelli sta scritto tutto, dal principio alla fine, dall’alfa all’omega, oppure quando li accompagnavano ai compleanni degli amici, e loro restavano anche ore, sempre lì, al freddo, ad aspettare.

    I ragazzi guardano avanti, una primavera come questa da grandi la potranno raccontare e diranno ai loro figli e nipoti, “quell’anno morirono di colpo tutti i vecchi”, che poi non è vero ma quante storie abbiamo semplificato nella memoria e gli succederà di confondere il racconto manzoniano della peste con quello del coronavirus come spesso succede quando devono fare la verifica sulle guerre di indipendenza e le mescolano con le guerre mondiali che già distinguere tra la prima e la seconda è un’impresa.

    Anche noi sopravvissuti adesso possiamo tornare a sfogliare il lunario, perfino a programmare qualche giorno al mare a fine agosto, qualcuno riprende a guardare le pagine dello sport avventurandosi a comprare di nuovo il giornale e ci pare di avere davanti ancora giorni e mesi e perfino anni, passata la grande paura che tutto finisse in pochi giorni, come è successo a tanti, a troppi.

    Solo non c’è più voglia di sentire le beghe politiche, possibile che non la capiscano?

    Avremmo voglia di poesie, anche quelle vecchie di Leopardi, quella datate di Pascoli, quelle più nuove di Alda Merini. Ma soprattutto avremmo bisogno di storie a lieto fine. C’è rimasto ancora qualcuno che le sa raccontare?