E’ morto Roberto Maroni: la politica, la Lega, le vacanze a Castione, la malattia

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E’ morto Roberto Maroni, ex Ministro dell’Interno ed ex Governatore della Lombardia, ex segretario della Lega, aveva 67 anni. Nel gennaio del 2021 dopo un mancamento aveva battuto la testa cadendo a casa sua, dopo una serie di esami i medici avevo poi deciso di operarlo alla testa. La stampa ha sempre rispettato la volontà della famiglia Maroni di mantenere il massimo riserbo.  Fu il quotidiano Libero con un articolo del 9 maggio 2021 a firma di Renato Farina a parlare apertamente di ‘tumore’. Maroni aveva continuato a seguire la Lega: “Con alcuni militanti  – aveva dichiarato – ho davvero un rapporto intenso. Sono anche iscritto alla chat della sezione di Varese e questo mi aiuta a restare aggiornato sulle scelte dei consiglieri comunali, visto che siamo all’opposizione”. Aveva un forte legame con Bergamo, veniva in vacanza a Castione della Presolana, in un appartamento all’entrata del paese. Milanista sfegatato. A volte fuggiva da tutti e andava in barca a vela, altra sua grande passione, laureato in Giurisprudenza, cominciò a interessarsi di politica con Democrazia proletaria. “A metà degli anni Settanta  -scrive Marco Cremonesi sul Corriere – abbandonò le giacche verdi e marrone principe di Galles, che gli erano costate il soprannome di “Bosco”, per le Clark e l’eskimo. Girava per Varese con in tasca il Manifesto che avvolgeva sempre la Gazzetta dello Sport. Quello per l’estrema sinistra fu un amore autentico, che la lontananza dalle violenze della metropoli rese particolarmente dolce. Ma niente a che vedere con la passione infuocata per la Lega. L’incontro con Umberto Bossi, che risale al 1979, Maroni lo definisce “sconvolgente”. Bobo ha 24 anni. Assieme a Umberto e a Giuseppe Leoni dà il via alla romantica alba leghista: vernice e pennello, manifesti clandestini» (Il Foglio). «Io guidavo la 500 grigio topo di mia madre e lo scaricavo (Bossi – ndr) in autostrada vicino a Varese, dove c’è un muraglione lungo lungo, poi giravo da casello a casello per non rimanere lì fermo e attirare l’attenzione. Una notte, al terzo giro, non lo vedo più, mi fermo, scendo. Bossi arriva di corsa, dice: “Via, via, c’è la polizia che mi ha sparato”. Spaventatissimi – io avevo 25 anni – saliamo di corsa, lui si dimentica che nell’auto di mia madre non c’era il sedile di destra: l’aveva tolto perché aveva un negozio di alimentari e le serviva spazio per la merce. Così cade, si rovescia addosso la latta di vernice e inonda la 500. Arrivo a casa alle tre di notte e cerco di pulirla un po’, ma alle sei e mezzo sento mia madre che urla: “Sei di nuovo uscito con quel disgraziato del Bossi!”» (a Sara Faillaci)”. Negli ultimi tempi l’aggravamento della malattia e ora la morte.

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