Dietro al Cocchi, giovane bolscevico di Gesù da Nossa ad Alzano, da Scalve a Gandino, da Gorno ad Albino i lavoratori cantavano “Noi vogliam Dio” contro i padroni

Ci fu un “caso Bergamo” che scomodò perfino un Papa che porta il nome dell’attuale, Benedetto XV e poi Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare, Giovanni Gronchi, futuro Presidente della Repubblica, Benigno Crespi, proprietario del Corriere della Sera, Antonio Gramsci, Benito Mussolini. In soli tre anni (1919-1922) il caso fu aperto e chiuso. Un ciclone che ha un nome, Romano Cocchi, definito di volta in volta “il ribelle bianco” (il titolo del volume), “piccolo zar”, “duce supremo”, “re delle bagole”, “il giovane bolscevico di Gesù”. Espulso da tutti i partiti cui aveva aderito, accusato di tutto e del suo contrario, pipino (nel senso del Partito Popolare), socialista, comunista, fascista (quest’ultima accusa dopo un colloquio con Mussolini). Nato ad Anzola dell’Emilia, provincia di Bologna nel 1893, morì poco più che cinquantenne il 28 marzo 1944 nel campo di concentramento di Buchenwald. Uno studioso bergamasco, Giampiero Valoti, ha lavorato sul “campo” per anni, per raccontare lo sconvolgimento di quegli anni nella sua provincia e adesso ha pubblicato la storia di quegli anni in “Il ribelle bianco – Romano Cocchi e le agitazioni dei lavoratori nel bergamasco (1919-1922) in Quaderni dell’Archivio della cultura di base 37/38 – Bergamo 2008”. “Negli anni ottanta intervistammo più di 150 persone sulla storia della bassa Valle Seriana. E mentre gli uomini parlavano della guerra, le donne immancabilmente raccontavano del Cochi (con una sola c, la doppia in dialetto è superflua). E così è nata la curiosità di capire. Scoprii che su certi vecchi muri c’erano ancora delle scritte inneggianti al Cocchi, che c’erano canzoni a lui dedicate. Non è stato facile ricostruire quel fenomeno, la memoria del Cochi era stata rimossa dalle fonti ufficiali. La sua colpa era di avere fatto esplodere il conflitto tra la teoria della dottrina sociale della Chiesa, i privilegi dell’imprenditoria cattolica e le disastrose condizioni dei lavoratori cattolici, aprendo di fatto una conflittualità interna, un dibattito che si fece scontro fi no alla frattura e alla scissione, l’Ufficio del Lavoro che si spacca, nasce l’Unione del Lavoro, ma anche la nascita del Partito Cristiano del Lavoro (“per l’avvento di Cristo, per l’avvento del popolo”) in contrapposizione al Partito Popolare Italiano di don Sturzo, che si confrontarono nelle elezioni nazionali del 15 maggio 1921. C’era un detto, per capire quanto fosse profonda quella frattura: ‘L’anima a Dio, il corpo a Cocchi’”. I preti, i parroci, sul campo, si dividono. Quelli che si vedono soffi are il controllo sociale dal sindacalismo dell’Ufficio del lavoro fanno fuoco e fiamme (dell’inferno: “Quelli che avete ottenuto sono soldi del diavolo”) dai pulpiti, prendendo spunto da slogan oggettivamente rivoluzionari: “la terra a chi la lavora”. Reazione: “Certi atteggiamenti superano quelli dei rossi”. Siamo nel giugno 1919: gli operai prendono due lire al giorno (una lira le ragazze), tre lire per i pochi maschi. Il pane costava 80 centesimi al chilo e aumenterà a una lira. La Federazione operaia dei tessili (18.000 iscritti) chiede un aumento del 50%, una lira per le donne e 1.50 per gli uomini. Gli industriali rispondono irridenti con un’offerta del 5%, cioè 10 centesimi. Scoppia la rivolta: a Ponte Nossa Guido Miglioli “è accolto dalla musica”, le operaie intonano il “Noi vogliam Dio”. Così all’Honegger di Albino, alla Beltracchini di Gazzaniga, al Linificio di Villa d’Almè, alla Legler di Ponte S. Pietro, e poi a Zogno, Desenzano al Serio, Gandino, Cene, Ranica, Urgnano, alla Crespi di Nembro, Capriate. Il Cocchi è il nuovo segretario dei tessili. Parla a braccio, è un trascinatore. L’Ufficio del lavoro è diretto da Don Franco Carminati che con Miglioli va a Roma, al ministero e tratta con gli industriali (Enrico Beltracchini, Riccardo Albini, Pietro Radici…). Si spuntò un aumento del 33%, 75 centesimi per le donne e una lira e venti per i maschi. Ma con gli arretrati: era la prima volta che accadeva che si conteggiasse l’aumento

dall’inizio dello sciopero. Fu “il più grande sciopero condotto in Italia unicamente dai cattolici”. E da qui partono le rivendicazioni di tutti gli altri settori: le fi lande con la capitale del settore, Alzano, dove il Cocchi prese casa e dove durante lo sciopero delle filandiere intervenne anche l’esercito: ma il Cocchi a Milano spuntò un accordo per 4 lire e mezza e fu portato in trionfo. Quello fu “lo sciopero delle 4,50 lire”. Nacquero le canzoni dedicate al Cocchi (“Vogliamo Cocchi fi no alla morte, questa è la sorte che noi vogliam”), la moda (“la gala a la Cocchi”, un papillon nero), la bandiera bianca. Poi fu la volta dei mezzadri, dei cartai, dei cementieri, degli scalpellini, dei cerai, dei bottonieri, dei muratori, dei ferrovieri, dei barcaioli di Tavernola, dei cavatori di Gandino, dei minatori della Val dei Riso e Val di Scalve, degli infermieri e perfino dei sacristi (“fan sciopero tutti i mestieri, perfino i beccamorti e anche i tramvieri, la vita è troppo cara così non può andar, bisogna far lo sciopero per farsi ben pagar”). Nel febbraio del 1920 si riprende: l’accordo del luglio dell’anno prima non viene rispettato dagli industriali e il costo dei generi primari aumenta troppo in fretta, insomma gli industriali, che controllano praticamente tutto, si rifanno con il carovita. A Gandino l’agitazione comincia dopo una riunione all’oratorio: “Una folla di uomini e donne uscì sulla piazza e con un tamburo cominciò a percorrere le vie del paese gridando morte ai padroni, vogliamo l’uguaglianza, abbasso i signori. La folla lanciò sassi contro le abitazioni di alcuni industriali tessili: Maccari, Radici, Gabriele Testa…”. Spuntarono aumenti superiori a tutti i lavoratori tessili d’Italia. Il volume di Valoti ripercorre tutto il fermento di questo “biennio bianco” bergamasco. In particolare quello dei contadini che toccava il tema della proprietà non di uno stabilimento ma della terra: qui veniva coinvolto ben più che un rapporto di lavoro, la terra “creata” da Dio, regalata agli uomini, le condizioni dei mezzadri ma anche del “beneficio” parrocchiale, dove molti parroci agivano come “padroni”. La contraddizione con l’Ufficio del Lavoro, l’organizzazione diocesana, sarebbe inevitabilmente esplosa. Capitò il 1 marzo 1920 al teatro Rubini di Bergamo. Don Franco Carminati concluse: “Sulle rovine dell’edificio putrido e puzzolente della odierna società noi fabbricheremo una novella pacifica società e voi, come disse Toniolo, voi sulle vostre robuste spalle riporterete Cristo dove fu scacciato dalla odierna società e regnerà la sola vera giustizia che ora non esiste”. Un discorso di un prete o di un socialista? Gli agrari reagirono con gli “escomi”, insomma sloggiarono i mezzadri sindacalizzati. Per solidarietà suonarono le campane di molte chiese, un proprietario terriero, per giunta “conte” fu “sequestrato” con i fi gli in casa sua. Il settimanale (cattolico) “Lo Svegliarino” lanciò l’allarme: “Se è vero, questo è bolscevismo”. I parroci conservatori uscirono allo scoperto, scrissero al Vescovo lettere di fuoco. In che cosa si distinguevano dai socialisti? “La Squilla dei lavoratori”, il settimanale dell’Uffi cio del Lavoro, la differenza la spiegava così: “I socialisti concepiscono la riforma come un puro e semplice passaggio della proprietà della terra dalle mani degli attuali detentori a quelle dello Stato, che è lo stesso che dire un cambiamento di padrone”. Il 29 novembre 1920 la tragedia: tremila cittadini circondano la caserma dei carabinieri di Osio per bloccare l’arresto di due mugnai che macinavano granturco non portato all’ammasso; arrivano altri carabinieri di rinforzo, parte una scarica di fucile, una donna viene colpita a morte, un giovane viene colpito alla schiena da quattro proiettili. Nessuna rivoluzione, anzi, reazione a catena dei “moderati” contro “chi istigava all’odio”. La situazione sembra sfuggire al controllo del Vescovo Luigi Maria Marelli (Vescovo dal 1915 al 1936), che nulla aveva a che vedere con il suo predecessore Giacomo Maria Radini Tedeschi, il Vescovo (1905-1914) che andava nelle fabbriche al tempo della prima ondata di scioperi (1909), sospettato di essere favorevole al modernismo (accusa che toccò il suo segretario Angelo Giuseppe Roncalli, poi Papa Giovanni XXIII). I parroci fanno pressione, il Cocchi ha un seguito immenso di lavoratori “che se Cocchi andrà all’inferno lo seguiranno anche là”. Il 1 luglio 1920 Romano Cocchi viene licenziato: L’Eco di Bergamo non fa altro che accentuare la sua avversione verso il personaggio. Il licenziamento diventa un caso nazionale e fa scomodare Don Sturzo, il quale arriva a Bergamo ma invece di dirimere la questione parla d’altro. Arriva a Bergamo Giovanni Gronchi, segretario della Confederazione Italiana dei Lavoratori (CIL). Papa Benedetto XV l’11 marzo invia una lettera al Vescovo di Bergamo condannando i metodi di Romano Cocchi. I due preti dell’Ufficio del Lavoro vengono sostituiti. I cochiani occupato la sede dell’Ufficio del Lavoro, Cocchi si difende con un leone in gabbia, scrivendo ai giornali, pubblicando manifesti, rivendicando di essere un cattolico a tutto tondo, dando de “ricchi Epuloni” (ispirandosi alla parabola evangelica) agli imprenditori. Quando il Vescovo, il 2 agosto 1920, lo condanna come “sciagurato, ribelle, traditore”, capisce che è finita, se ne va, fonda l’Unione del Lavoro portando via la metà degli iscritti al sindacato dell’Ufficio del lavoro. I cattolici bergamaschi sono divisi tra “diocesani” e “cochiani”. La divisione si accentua. L’anno dopo, il 7 agosto 1921 Cocchi viene addirittura arrestato, dopo essere stato espulso dal PPI di Don Sturzo e dalla CIL di Gronchi. Il fascismo era alle porte: Gramsci segnala i fatti di Bergamo, dove Cocchi trascina tra i socialisti centinaia di lavoratori. Come “emblematici di un avvicinamento tra popolari cattolici e socialisti”. Fonda un nuovo partito (Partito Cristiano del Lavoro) che in bergamasca in molti paesi otterrà più voti dello stesso Partito Popolare di Sturzo. Tutta la stampa diocesana (e anche periferica come il “Corriere di Clusone”) scendono in campo contro il Cocchi e il suo partito. E mentre si combatteva una battaglia contro un (relativamente) piccolo nemico, avanzava la corazzata fascista. E qui si apre il lungo discorso sulla posizione della Chiesa nei riguardi di Mussolini, che ebbe un lungo discorso con il Cocchi che valse a quest’ultimo l’accusa di collusione con fascismo, ultimo delle accuse contro un personaggio anomalo e trascinatore che andò a morire in un campo di concentramento tedesco, senza che nessuno lo rivendichi come suo, nemmeno da morto, essendo stato di nessuno.