CASAZZA – Mario Barboni. Dalla sua Casazza al Pirellone, dalla DC al PD, l’arresto cardiaco e la cena dei 49. E su Casazza…

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In vita mia ho assistito a troppi funerali politici: prima c’è stata la Democrazia Cristiana, poi il Partito Popolare, in seguito la Margherita. Adesso c’è il Partito Democratico, che però sta reggendo… quindi adesso basta funerali!”.

Mario Barboni sorride. Un sorriso caldo e sincero, un po’ diverso da quello di molti uomini politici. Il suo è un sorriso rassicurante, che negli ultimi tre decenni ha portato migliaia di persone a credere in lui, affidandosi a lui. Questo è successo nella sua amata Casazza, in Val Cavallina e altrove.

Barboni è un politico navigato, che ha ricoperto svariati incarichi dal 1985, quando per la prima volta è entrato in Consiglio Comunale a Casazza, fino ad oggi. E nel mezzo ci sono gli anni in cui è stato sindaco, presidente della Comunità Montana, consigliere regionale.

Partiamo però da lontano, dalla fine degli anni Cinquanta. Mario nasce infatti a Casazza nel novembre del 1958, 63 anni fa.

L’infanzia e la giovinezza a Casazza

Com’era la famiglia Barboni? “Era la classica famiglia bergamasca e operaia di quel periodo. Mio padre era dipendente dell’unica azienda che c’era a Casazza, la famosa Manifattura Valcavallina. Era una famiglia con sette figli, cinque femmine e due maschi. Non era sicuramente facile andare avanti con un solo salario, perché mia madre era casalinga”.

Il piccolo Mario frequentava la chiesa, l’oratorio? “Sì, non ho fatto il chierichetto, ma cantavo nel coro parrocchiale. Frequentavo, come tutti i miei coetanei, l’oratorio e le attività sportive, giocavo infatti a calcio. All’inizio giocavo in attacco, fino a quando sono riuscito a tenermi in forma, poi sono andato un po’ indietreggiando”.

Papà Antonio se n’è andato nel 1990 a 67 anni, mamma Eugenia l’ha seguito nel 1997, a 68 anni.

Sì, sono entrambi morti giovani”. Quindi non hanno assistito alla sua carriera politica.

Mio padre è morto due anni prima la mia elezione a sindaco. Mia madre è invece morta quando ero sindaco, ma non c’era più quando sono stato eletto in Consiglio Regionale”.

Mario Barboni riavvolge il nastro della memoria e torna ai suoi anni giovanili. “Da ragazzino, come anche altri miei amici, facevo quache lavoretto durante le vacanze estive, in modo da avere qualche soldo da poter spendere. Ho fatto le scuole Medie a Casazza e poi le scuole di specializzazione del settore tessile all’Esperia di Bergamo. Era una scuola che si faceva il sabato pomeriggio ma che non ti dava un diploma”.

Era bravo a scuola? “”. Non aveva pensato ad un altro tipo di scuola, più impegnativa, ad esempio un liceo? “Sì, però ci sono stati due fattori. Innanzitutto è stata un po’ colpa mia, perché mi piaceva troppo giocare a calcio – sorride – ma poi perché dovevo lavorare per aiutare la mia famiglia. Nei primi anni Settanta mio padre ha avuto un paio di infortuni abbastanza gravi che hanno limitato la sua attività lavorativa. Di conseguenza, la mia sorella maggiore e io, che eravamo i figli più grandi, ma poi anche gli altri, abbiamo dovuto andare a lavorare”.

Le è mancato il fatto di non aver potuto studiare, avendone le capacità? “Sì, mi è mancato. In seguito non mi sono più iscritto a nessuna scuola perché c’erano il lavoro, la famiglia, l’attività amministrativa”.

Ha cominciato presto a lavorare. “A 14 anni. Ho cominciato in fabbrica nell’azienda tessile in cui lavorava anche mio padre. L’azienda è poi stata chiusa a metà degli anni Settanta. Nel 1976 ho poi cominciato a lavorare in un’azienda tessile di Leffe. Ero responsabile della produzione e ho poi sempre lavorato lì. Dal 2018 sono in pensione”.

Si è sposato presto? “Sì, avevo 23 anni. L’anno prossimo festeggio il quarantesimo di matrimonio con mia moglie Anna. Abbiamo avuto due figli, Chiara e Fabiano”.

I primi passi nella vita politica

Dopo questa lunga premessa personale e familiare, che ha messo in luce il Barboni uomo, passiamo al Barboni politico e amministratore. Come e quando è nata questa passione per la politica?

Quando avevo 16 anni e lavorava nella mia prima azienda, sono stato convinto a fare il delegato sindacale. Mi sono quindi abituato a fare riunioni, a parlare con le persone. Questa esperienza ha quindi rappresentato un inizio di quel che sarebbe capitato molti anni dopo. Sono poi stato molto condizionato da un mio zio, fratello di mia mamma, che era iscritto alla DC, come lo erano mio nonno e mia mamma. Lo zio mi ha quindi portato al partito. Io mi sono iscritto alla DC nel 1983, a 25 anni”.

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